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L’importanza di chiamarsi ebreo

“Ebreo” o “di origine ebraica”? Analisi di un tabù (e del suo corrispettivo politicamente corretto)

Risale a meno di un anno fa l’articolo pubblicato sul Jerusalem Post dal titolo The word ‘jew’ as a curse in Europe (La parola ebreo come un’ingiuria in Europa), un ragionamento sul fatto che la parola ebreo sia usata come insulto senza nemmeno il bisogno di accompagnarla con un aggettivo spregiativo. Non meno bene se la passa in Italia la parola giudeo che con il giudaismo ha condiviso le regole promulgate nel 1938 dal Ministero della Cultura ordinando di parlare solo di giudaismo e non più di ebraismo (e ora caduta in disuso). Dunque entra in scena la dizione politicamente corretta che traduce la parola ebreo nella locuzione di origine ebraica. Il giurista Emanuele Calò ci segnala un suo articolo (apparso su Moked) sul tema e soprattutto il suo pensiero al riguardo: una certa irritazione.

Pensiamoci un attimo: la bidella della scuola è diventata prima commessa poi collaboratrice scolastica, gli spazzini sono operatori ecologici e uno scrittore come Philip Roth, di origine ebraica. A guardare il suo albero genealogico, da lui si arriva direttamente ad Abramo… Ipocrisia? Beh, stando alle parole di Emanuele Calò anche l’ipocrisia è una forma di difesa. Che può oscillare tra due poli intenzionali: non dire espressamente che quella persona è ebrea e evitare di offenderla con l’epiteto ebreo. Dunque sul piatto ci sono tre espressioni importanti: politicamente corretto, ebreo, di origine ebraica.

Politicamente corretto. Stando al dizionario Treccani, “l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio”. Quindi il dizionario riporta alcuni esempi che in italiano rientrano nell’atteggiamento di cui sopra, tra cui: “evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura)”.

Ebreo. Da Wikipedia: “Gli ebrei (in ebraico: יְהוּדִים‎ עברי, ʿivrîˈ, anche in ebraico: יְהוּדִים‎, Yhudim o jehuˈdim), anche detti popolo ebraico, sono un popolo, o gruppo etnoreligioso, e i fedeli di una religione, che prende origine dagli Israeliti del Vicino Oriente antico. Nazionalità e religione ebraiche sono strettamente correlate e l’ebraismo è la fede tradizionale della nazione ebraica“. A questa definizione segue una lunga spiegazione che va dai patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, alla Legge del ritorno dello Stato di Israele, seguita dalla distruzione del Secondo Tempio, intesa come causa principe della vita diasporica del suddetto popolo, fino ad arrivare all’uso moderno della parola ebreo. Che indica “Persone di origine ebraica (non necessariamente matrilineare) che praticano la religione ebraica; persone di origine non ebraica convertite all’ebraismo; ogni appartenente alla discendenza ebraica che, pur non praticando l’ebraismo come religione, può considerarsi ebreo in virtù della propria discendenza, identificando nella parola soprattutto un senso familiare, storico o culturale”. Un altro dizionario (Sabatini Coletti/Corriere onine) riporta: “Ebreo: 1) Appartenente all’antico popolo che abitò la Palestina dalla metà del secondo millennio a.C. al I secolo d.C. SIN giudeo; 2) A seguito di vecchi e riprovevoli pregiudizi, persona avara, usuraio”; un altro ancora sottolinea che è ebreo “chi discende da o appartiene a un raggruppamento di tribù semitiche stanziatesi originariamente in Palestina e in seguito costituitesi in nazione: popolo e”, per poi riportare alcune espressioni ricorrenti come quella dell’ebreo errante o quella meno comune di confondere gli ebrei con i samaritani per indicare chi mescola cose diverse tra loro.

Non si può non citare Sara Natale che in un bellissimo articolo apparso sul magazine dell’istituto Treccani scrive che intorno al termine ebreo vige una certa confusione, alimentata da una “vaghezza (ai limiti dell’inesattezza) dei principali dizionari italiani, che non menzionano nemmeno la posizione più interna e autorevole sulla questione, quella dei rabbini, per cui è ebreo il figlio di una donna ebrea o, in alternativa (eccezionale), un convertito all’ebraismo”.

L’articolo di Natale, filologa, assegnista di ricerca presso l’Istituto del CNR Opera del Vocabolario Italiano, ha studiato i dialetti e i volgari degli ebrei d’Italia, è la sintesi di un suo intervento al convegno Parola. Una nozione unica per una ricerca multidisciplinare che si è tenuto all’Università per Stranieri di Siena due anni fa. Con lei arriviamo alla terza espressione che avevamo messo sul tavolo: di origine ebraica.

(Persona) di origine ebraica. Si usa questo sintagma come sinonimo della parola ebreo. Ma è evidente che il significato non è affatto identico. Scrive Sara Natale: “Che l’uso del sintagma ‘di origini ebraiche’ (coniato sul tipo ‘italiano di origini marocchine’) come sinonimo di ‘ebreo’ si spieghi con l’esigenza politicamente corretta di evitare una parola potenzialmente portatrice di fraintendimenti e malumori oppure con l’ignoranza del suo significato proprio, la conseguenza rimane paradossale: l’erronea assimilazione della parola ‘ebreo’ agli aggettivi di nazionalità accredita quell’assurda antitesi tra l’essere italiani e l’essere ebrei che spesso risuona negli stadi italiani”.

Dunque occorre tornare al politicamente corretto perché anche al di fuori dell’universo antisemita c’è una certa confusione riguardo al significato del termine ebreo e in ogni caso risulta un termine scomodo: ogni parola “identitaria” va maneggiata con cura. Ma occorre tornare anche sulla parola in questione. Che ha subito (insieme al suo popolo) non poche vicissitudini. Dalla presunta etimologia del termine giudeo legato alla storia di Giuda Iscariota, per cui avrebbe in sé le connotazioni della falsità, del tradimento, della spietatezza, al punto che giudeo nelle liriche amorose due-trecentesche diventa sinonimo di ‘crudele’, fino all’uso di ebreo per indicare l’avaro e lo spilorcio nella lingua comune degli antisemiti, passando per la il fenomeno della segnalazione, (l’obbligo di portare la stella di David per esempio). Così si costruisce un tabù, che poi ha a che fare anche con il timore di etichettare qualcuno come ebreo. Ecco perché, spiega Sara Natale, a ridosso della morte dello scrittore Philip Roth, gli articoli di giornale definivano ebrei soltanto i suoi personaggi “evidentemente etichettabili a piacimento, a differenza del loro autore, che, pur senza rinnegarla mai, ha preso nettamente le distanze dalla sua identità ebraica, arrivando a dichiararsi innanzitutto americano e solo secondariamente ebreo e a rifiutare il rito funebre ebraico: più o meno ovunque ho letto che il protagonista del Lamento di Portnoy è un «trentenne ebreo» e che l’alter ego Nathan Zuckerman è uno «scrittore ebreo», ma molto raramente ho trovato questa parola riferita direttamente a Roth, senza scomodare familiari e antenati e senza formulare ipotesi poco verificabili sulla loro religiosità”.

Ma c’è anche l’altra faccia della luna. Sempre Natale riporta alcuni esempi di articoli scritti il giorno seguente la morte di Primo Levi. In particolare uno, apparso su Repubblica: “Il Primo Levi dell’articolo – scrive Natale – assomma varie identità: è uno scrittore, è un antifascista, è un chimico, ma non si limita a essere ‘un ebreo’ (cosa del tutto normale in anni in cui la parola non era più e non era ancora tabù), è spesso ‘l’ebreo’“. L’ebreo che avrebbe tratto profitto da Auschwitz. Parole difficili persino da scrivere e che fanno parte di un universo terrificante che si è cercato di annullare parlando di Shoah e non di Olocausto. D’altro  canto, ebreo è un termine da poco rivitalizzato dalle comunità ebraiche stesse, prima definite israelitiche e ora rinominate ebraiche come indicato nelle Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, del 1989.

Insomma, si potrebbe andare molto lontano e le porte aperte sono moltissime. Ma la questione ora riguarda il presente e il suo rapporto con due mondi: quello ebraico e quello dei tabù. Possono essere strettamente intrecciati: basta travisare il significato del politicamente corretto. Perché l’intenzione di salvaguardare le minoranze dalle discriminazioni si è tradotta in un uso improprio di locuzioni “ingentilite”, che però divengono espressioni, a loro volta, di discriminazione e pregiudizio… Un serpente che si morde la coda. E se provassimo a immaginare l’impatto che potrebbe avere un dirompente jewish pride? Per sostenere, prima di tutto, l’importanza di chiamarsi ebreo.

 

 

 

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


6 Commenti:

  1. Figlia di madre ebrea da piccola ma più da ragazza mi offendevo se mi chiamavano ebrea forse xche’ la locuzione era accompagnata da sporca ebrea, oggi ne sono fiera e mi sono riavvicinata alla comunità, si sono ebrea e ne sono fiera

  2. Come definiremmo una persona di solo padre ebreo ma che si ritiene e vive come pienamente appartenente all’ebraismo?

  3. Interessantissimo! Posso pubblicarlo sulla mia bacheca FB e, sempre su FB, nel gruppo “Il Parlamento degli ebrei italiani che vivono in Israele”? Chiedo perchè non è condivisibile. Vorrei pubblicarlo perchè, secondo me, è importante che anche non ebrei lo leggano.
    Grazie della risposta, e auguri per il futuro,
    Ariela Fajrajzen

  4. Grazie. Ho apprezzato molto l’articolo perché è un tema che emerge molto spesso nel linguaggio e di conseguenza negli atteggiamenti.
    Facendo un parallelismo provocatorio, sarebbe interessante che Pirandello fosse definito un autore di “origine siciliana’


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