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Cultura
“Losing Alice”, radiografia (al femminile) della società contemporanea

La recensione della serie diretta da Sigal Avin, capolavoro israeliano in onda su Apple TV

Ho aspettato pazientemente ogni venerdì che su AppleTv arrivasse un nuovo episodio di Losing Alice, la serie cult israeliana diretta da Sigal Avin. E adesso che è finita posso dirlo con convinzione: è un capolavoro. Dando un’occhiata alle recensioni italiane e estere sono tuttavia rimasta colpita da alcune definizioni e commenti che mi hanno lasciata perplessa e mi hanno offerto lo spunto per una riflessione che vorrei condividere. Intanto su Haaretz la serie viene citata in relazione a un’altra serie di successo, Fauda, con la quale non ha nessun elemento in comune. L’unica cosa che mi viene in mente è che Fauda è  molto maschile, muscolare, tutta incentrata su vicende di spionaggio e i protagonisti sono perlopiù uomini; al contrario, Losing Alice è una serie i cui personaggi principali sono donne e si incentra sul rapporto tra Alice (Ayelet Zurer, già vista in Shtisel), una regista di 48 anni e una giovane sceneggiatrice, Sophie (Lihi Kornowsky). Ma è necessaria questa giustapposizione? E’ come se per parlare di Virginia Woolf dovessi citare Ernest Hemingway: che c’entra, se non per il fatto che una è donna e l’altro è uomo? Quindi la contrapposizione serve a definire il genere di questa opera e a rassicurare: è una cosa da donne (Linkiesta ad esempio aggiunge che è la storia di una donna in menopausa, con un corpo che sfiorisce: “gli anni migliori sono andati, ma la fine è ancora lontana. E in mezzo non si sa cosa fare”. Ci torneremo). Ma la cosa curiosa, il comune denominatore di tutte le recensioni è il tentativo di inscatolare il prodotto in una definizione commerciale. Viene soprattutto considerata un thriller, a volta vi si aggiunge l’aggettivo “erotico”. Il Giornale la bolla: “lenta, eccessiva. Non raggiunge la sufficienza”. In realtà non succede niente di violento o esasperante; ma sono d’accordo che la serie faccia paura. Agli uomini, soprattutto. Non perché vi siano morti e uccisioni ma perché si lavora sul confine di un’ombra che socialmente spaventa. La serie altro non è che una potente raffigurazione dell’animo femminile, quello di una donna artista, ma più generalmente di una donna che non si rassegna a restare nella sua casellina preordinata e decide di esplorare il territorio della libertà, della creatività, le zone proibite dalle convenzioni. Su un treno che la riporta a casa dalla famiglia a cui si è dedicata dopo aver preso una (lunga) pausa dalla carriera, la regista Alice incontra, pare casualmente, la giovane e disinibita sceneggiatrice Sophie che la riconosce e le chiede di far leggere al marito attore (Gal Toren)  lo script Camera 209, dove si parla di un triangolo amoroso, due amiche di cui una diventa l’amante del padre dell’altra spingendola al suicidio. All’inizio Alice è scettica, poi incuriosita, infine capisce che questa è la sua occasione per rimettersi in gioco, con il lavoro ma soprattutto con se stessa. Sarà lei a girare il film e gli attori saranno proprio Sophie e il marito David. Fuor di metafora, è un treno che deve prendere, che all’inizio parte lentamente ma che la porterà con ritmo continuo e inesorabile alla sua destinazione. Inizia un rapporto speculare tra lei e Sophie, un rapporto che le permette di riattivare dei circuiti che credeva chiusi per sempre: la sensualità del corpo con una sessione di Gaga, la libertà di mangiare junk food in barba alla suocera nemica dei carboidrati, di concedersi un tuffo nell’Oceano di notte, di tornare a casa ubriaca con la conseguenza di farsi ritirare la patente. Stare dietro a Sophie è come essere saliti su un ottovolante emotivo, in cui sembra che sia la ragazza a condurre il gioco. Ma da quando iniziano le riprese del film, Alice rientra nel suo elemento e nella sua pelle. E’ lei, dietro la macchina da presa, a esplorare se stessa, le sue paure e la sua passione, servendosi dell’altra, fino al punto di girare tantissime volte la scena clou di sesso, tanto che i due attori, esasperati e messi davanti a un’evidente attrazione fisica reciproca, abbandonano la finzione e hanno un vero rapporto. Ci aspetteremmo una Alice delusa, tradita. E invece esce sulla terrazza e scoppia a ridere, liberata. Ha usato l’arte per capire che non ama più il marito, che la gelosia era solo un alibi per non ammettere il fallimento della relazione. In questo film i ritratti di donna stanno uno dentro l’altro come una matrioska – in questo senso forse è lecito citare una struttura hitchcockiana. Un rispecchiamento che non si limita ai personaggi ma sconfina nella realtà. In un’intervista al New York Times, Ayelet Zurer rivela che lei stessa ha usato Sigal Avin come modello per interpretare la “sua regista” e che la protagonista Alice è frutto di un collage di esperienze femminili diverse. Dalle parole di Zurer si capisce che la serie è stata qualcosa di più di un lavoro professionale: una condivisione di sguardi sull’animo femminile in cui tutte si sono incoraggiate a sprofondare. Una ricerca che non finisce mai e che, a dispetto di coloro che considerano la vita di una donna finita con la menopausa, dopo la quale ci sarebbero solo noia e depressione, continua a condurre in altri luoghi inesplorati e a sorprendere e rinnovare chi ha il coraggio di intraprenderla. Non è un caso che il finale avvenga su un treno, come all’inizio, per dare una circolarità di visione (con un colpo di scena che ovviamente non rivelerò) ma anche per dirci che il viaggio una volta iniziato non si arresta fino alla fine.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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