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Lou Reed, la jewish side del poeta del rock and roll

Ritratto del rocker che ha infranto tutte le regole, e che la moglie, Laurie Anderson, ama ricordare così: “Era certamente un principe, ma anche un guerriero”

«Il mio Dio è il rock’n’roll, un potere oscuro che ti può cambiare la vita». Così parlò Lewis Allan Reed, vero nome di Lou Reed, arrivato al mondo il 2 marzo del 1942 da una una famiglia ebrea della classe media di Brooklyn. Figlio di Sidney Joseph Reed, un contabile, e di Toby Futterman, una casalinga, l’artista è nato al Beth El Hospital di Brooklyn, per poi trasferirsi a Freeport, sull’isola di Long Island, nello stato di New York. Irriverente e iconoclasta, geniale e nichilista, fragile e rabbioso, tutto questo e molto di più è stato Lou Reed, vera e propria icona del rock che ha raccontato per  quarantasei anni,  tra rabbia e poesia, l’altra faccia dell’America.

Illuminante per inquadrare la personalità del rocker un articolo scritto da Noah Efron per Haaretz, in cui l’autore racconta l’esperienza esaltante della scoperta adolescenziale del lato selvaggio della vita attraverso l’ascolto seriale del 45 giri di Walk on the Wild Side. “Lou Reed è stato un ebreo che ha infranto tutte le regole” conclude Efron. 

L’artista newyorkese  si è spento  il 27 ottobre del 2013,  di domenica mattina. Quasi una beffa del destino, visto che l’onirica e stralunata Sunday Morning, brano d’apertura del leggendario “Banana album”, è stato il suo primo successo con i Velvet Underground.

La migliore definizione della musica di Reed è stata data dal critico musicale Lester Bangs, che per l’ex frontman dei Velvet aveva una vera e propria venerazione: “Lou Reed è colui che ha dato dignità, poesia e una sfumatura di rock’n’roll all’eroina, alle anfetamine, all’omosessualità, al sadomasochismo, all’omicidio, alla misoginia, all’imbranataggine e al suicidio, per poi smentire tutte le conclusioni e ritornare nel fango, trasformando tutto in un monumentale scherzo di cattivo gusto”.

Nessuno, come lui, è riuscito a raccontare, attraverso parole e suoni, i meandri oscuri e le mille luci di New York, partendo dal leggendario esordio dei Velvet Underground del 1967, quello con l’iconica banana  disegnata da Andy Warhol in copertina, passando poi per i capolavori Transformer, Berlin, Coney Island baby e The Raven, fino al controverso Lulu con i Metallica.

Reed ha ispirato molti artisti, ma nessuno può essere considerato davvero il suo erede, anche perché il suo inconfondibile modo di cantare, con quella voce tagliente, quel tono beffardo, quasi di sfida, e quegli improvvisi saliscendi, attraverso i quali esprimeva angoscia, rabbia e coraggio di raccontare la realtà più cruda, era impossibile da imitare.

Lou amava e si divertiva a contraddirsi davanti ai giornalisti, con i quali non aveva rapporti idilliaci, anche rispetto alle sue origini ebraiche.

Una volta dichiarò a Lester Bangs di non sapere nulla di alcun popolo ebraico, mentre, anni dopo, a un intervistatore che gli chiedeva se fosse davvero ebreo, rispose beffardo: “Certo che sì. Non lo sono tutte le persone migliori?”

Lo scrittore Steven Lee Beeber ha rivelato, nel libro The Heebie-Jeebies at CBGB’s, un’importante componente ebraica nel movimento punk rock di New York, che Reed ha contribuito a sdoganare insieme ad artisti come Joey e Tommy Ramone, Jonathan Richman,  Richard Hell, Lenny Kaye e Chris Stein, quest’ultimi rispettivamente chitarristi di Patti Smith e dei Blondie.

Una tesi condivisa dall’autore Saul Austerlitz, secondo il quale “Il nuovo ebreo punk è stato ispirato in parti uguali dai guerrieri delle forze di difesa israeliane, dai supereroi dei fumetti scritti da una generazione precedente di artisti ebrei e da una istintiva repulsione nei confronti degli eccessivi musical contemporanei“.

My House, canzone di Lou Reed del 1982, è stata dedicata al suo amico e mentore Delmore Schwartz, della Jewish Syracuse University, come rivelato dal testo: “Il mio amico e insegnante occupa una stanza libera / È morto, in pace finalmente l’ebreo errante / Altri amici avevano messo le pietre sulla sua tomba / Fu il primo grande uomo che abbia mai incontrato“.

Secondo  il grande sociologo Max Weber, le religioni sono dominate dai sacerdoti o dai profeti. Mentre i sacerdoti sostengono lo status quo, i profeti lo sovvertono. Lou Reed era un controprofeta che infrangeva le regole e che andava contro ogni forma di tradizione, invitando tutti ad esplorare coraggiosamente la dark side dell’esistenza. Per lui era salutare ribaltare gli stereotipi e far capire che lo straniero, così come il “freak”, non sono altro che l’ombra di noi stessi. E, infine, che si può imparare sia dal peccato sia dalla virtù.

L’ultima visita di Reed in Israele risale al 2008, quando è apparso come ospite al concerto di sua moglie Laurie Anderson a Tel Aviv. E proprio Laurie Anderson ha lasciato il migliore epitaffio del suo amato marito, in una commovente lettera di addio pubblicata dopo la sua morte, il 27 ottobre 2013: “Lou era un principe e al tempo stesso un guerriero e sono certa che le sue canzoni di dolore e bellezza rincuoreranno tanta gente nel mondo grazie all’incredibile gioia e gratitudine che provava per la vita. Lunga vita alla bellezza che pervade tutti noi”.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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