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Cultura
Merano, la sinagoga tra gli alberi

Viaggio, tra passato e presente, nell’unica comunità del Trentino Alto Adige

La storia di questa piccola comunità comincia sotto l’Impero Austro-ungarico, quando la città diventa un luogo di cura per i malati di tubercolosi, con numerosi sanatori e ospedali organizzati da medici ebrei. A diventare una vera e propria comunità organizzata bisogna però aspettare il 1836 quando quella di Merano si costituisce comunità, come distaccamento della vicina Hohenems (una cittadina della regione del Vorarlberg in Austria). Nel 1901 il suo rabbino inaugura la sinagoga di Merano, la prima concessa dall’Austria in Tirolo, che in quel momento conta circa 700 persone, oltre alle presenze in città per cure o per lavoro.

Gli ultimi anni dell’800 e i primi del 900 ne fanno un vero e proprio punto di riferimento e un piccolo centro culturale e turistico. I fratelli Daniel, Jakob e Moritz Biedermann provenienti da Hohenems, si stabiliscono a Merano nel 1840 e contribuiscono a migliorare le strutture turistiche e di cura, oltre a fondare una banca in città.

Josef e Katharina Bermann aprono nell’anno 1873 il primo ristorante kasher a Merano.
Josef poi, nel 1880, prende in affitto la pensione Starkenhof trasformandola in un albergo kasher, per acquistarla cinque anni dopo, garantendo agli ospiti anche le funzioni religiose per lo Shabbat.

La Fondazione Königswarter invece nel 1893 apre a Villa Steiner un sanatorio per pazienti ebrei poveri, dotato della più moderna tecnologia dell’epoca e tecniche mediche all’avanguardia.

Così Merano ha ospitato personaggi illustri come gli scrittori Stefan Zweig e Franza Kafka, il poeta Peretz Smolenskin, il politico Chaim Weizmann, primo presidente dello Stato di Israele.

Nel 1918 Merano passò all’Italia e nel 1930 divenne sede autonoma di comunità, l’unica ancora oggi nel Trentino Alto Adige, ma gravemente colpita dalle deportazioni durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti ebrei tedeschi vi si rifugiarono ma non riuscirono a salvarsi e poco distante, a Bolzano, era stato istituito un campo di transito da cui passarono oltre 11mila prigionieri.

Dopo la guerra, invece, tra il 1946 e il 47 arrivarono a Merano almeno 15mila sopravvissuti, ricoverati nei sanatori e assistiti dalle organizzazioni ebraiche, prima di riprendere il viaggio verso la Palestina. Merano però è stata anche tappa del percorso di Odessa, l’organizzazione che portava in salvo i criminali nazisti. Si fermarono lì diversi gerarchi, tra cui Eichmann e Mengele e altri vi soggiornarono a lungo in incognito.

Luogo controverso e pieno di contraddizioni, Merano ha una sua sinagoga e un piccolo, ma molto interessante, museo ebraico.

La sinagoga tra gli alberi, in via Schiller, è sempre lei, quella che il rabbino di Hohenems aveva inaugurato nel 1901. Saccheggiata durante la guerra, ha riaperto qualche anno dopo la Liberazione tra mille difficoltà, inclusa quella di dover ricomprare il prezioso Sèfer Torah, ritrovato all’Arar, l’ente che raccoglieva i beni abbandonati dopo la guerra.

Due piani al centro di un giardino di piante secolari con una sala di preghiera di rito tedesco, illuminata da grandi finestre dai vetri colorati, realizzati da Adele Friedenthal, ospita arredi e matroneo in legno. Sotto, il museo che racconta le vicissitudini dell’ebraismo locale.

Sinagoga e Museo ebraico di Merano, via Schiller 14

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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