Hebraica Nizozot/Scintille
Nachmanide e l’imperscrutabile mistero della giustizia divina

Una nuova traduzione del volume del pensatore medievale “Ša’ar ha-gemul”, la porta della ricompensa, apre riflessioni su un aldilà decisamente segreto

Un collega mi segnala la reazione di un altro docente che, nel buio della guerra in corso tra Israele e Hamas, vorrebbe che smettessimo di leggere Rosenzweig e Levinas (in quanto ebrei, naturalmente)! L’insipienza dei sapienti… frutto di puro accecamento ideologico, è la peggiore delle insipienze. Proprio in questi momenti di angoscia psico-fisica e di lacerazione etica collettiva occorrerebbe invece leggere più Rosenzweig, più Levinas, e in generale più cultura ebraica: per capire cosa significa l’umano, non quello astratto dei prof da poltrona ma l’umano reale, storico, dilaniato da doveri opposti e confliggenti. Ma quest’approccio non si insegna a chi non ha mai voluto capire né Rosenzweig né Levinas. Per questo, oggi, parliamo di Nachmanide.

Pochi mesi fa è uscito in libreria un libro che aiuta a capire il pensiero del maestro medievale Moshè ben Nachman, più noto come il Nachmanide o semplicemente il Ramban (1194-1270). Il titolo è rimasto in ebraico: Ša’ar ha-gemul [pronuncia: scia’àr ha-ghemùl), che significa Porta della ricompensa o, se si preferisce, Il portone della remunerazione, intendendo con la metafora della ‘porta’ la dottrina del premio (per i giusti) e della punizione (per i malvagi), ma soprattutto della ‘purificazione’ per gli intermedi, quelli né troppo giusti né troppo malvagi, come siamo in fondo quasi tutti noi. Il volume è stato tradotto dall’ebraico dalla studiosa M. Tiziana Mayer (che firma anche una lunga e chiara introduzione esplicativa), ha una prefazione dell’ebraista Piero Stefani ed è pubblicato dalla casa editrice milanese La vita felice (pp. 284, euro 20). Poiché non sono molte le opere del Nachmanide tradotte in italiano (alcuni altri testi, curati da Moshe Idel e Mauro Perani, sono stati riproposti da Giuntina nel 2020), quest’opera curata da Mayer è un’occasione per riscoprire un filosofo e qabbalista, che fu anche rabbino e medico, che ha avuto un grande impatto nel mondo ebraico sefardita, e non solo.

Vissuto tra Barcellona e Gerona in Catalogna, e morto in terra di Israele (secondo tradizione), il Ramban ha lasciato una gran mole di scritti (sebbene alcuni gli siano stati attribuiti, data la sua assoluta autorevolezza) soprattutto come commentatore della Torà e del Talmud, ed è tra queste pagine che occorre cercare il suo afflato mistico e le idee qabbalistiche in cui credeva. Ma egli credeva anche nella “segretezza” di queste idee, che non andavano divulgate a chi non ne fosse preparato. Una delle opere halakhiche più significative del Ramban è la Torat ha-Adam o Insegnamento dell’uomo, in cui tratta delle regole circa lo stato di infermità, la sepoltura e il lutto. L’ultimo capitolo di tale opera affronta tematiche poco precisate nel pur vasto sistema di credenze ebraiche: l’escatologia ovvero la dottrina su pene e premi nell’aldilà, le forme del giudizio divino, e in ultima istanza la questione della stessa giustizia divina applicata alle azioni umane in questo mondo. Temi complessi, i quali, all’altezza del XIII secolo, non erano ancora stati ben sistematizzati dal punto di vista teologico. A fare chiarezza, ad esempio, tra risurrezione dei morti e immortalità dell’anima, tra età messianica e mondo futuro, tra giudizio post mortem e giudizio finale, tra un inferno temporale (di dodici mesi) e un inferno senza fine… ci aveva già tentato Mosè Maimonide, il Rambam, alcuni decenni prima. Tuttavia, non contento di quegli sforzi razionalizzanti, anche il Nachmanide tentò una sua propria chiarificazione dei termini e dei concetti. Di questo tratta dunque l’opera ora tradotta da Mayer, Ša’ar ha-gemul: in essa grande spazio è riservato a una riflessione sul libro biblico di Giobbe. Per quale ragione? È in questo testo sapienziale antico che esplode la grande domanda del perché il giusto soffra e, di riflesso, del perché il malvagio prosperi, e in generale il male vada impunito, almeno in questo mondo (che biblicamente ed ebraicamente è l’unico che davvero conti e del quale siamo chiamati a render conto).

Anche il Ramban aveva fatto una triste, personale esperienza di questa malvagità umana rimasta impunita. Infatti nel luglio del 1263, a Barcellona, era stato coinvolto suo malgrado in una “disputa teologica” sulla questione messianica: in quanto rappresentante delle comunità ebraiche aragonesi, aveva dovuto rispondere pubblicamente alle accuse di un teologo cristiano (un convertito fattosi frate domenicano), Pablo Christiani, che pretendeva di trovare nella Bibbia e nello stesso Talmud “prove del messia”(quello cristiano, naturalmente). La disputa si tenne alla presenza del re Giacomo I d’Aragona. Dopo la singolar tenzone tra i due studiosi, la discussione venne sospesa, si dice perché Nachmanide aveva sbaragliato l’avversario sulla base della competenza esegetica in ebraico e aramaico, che il frate non sapeva neppure leggere adeguatamente. Ma in questi casi circolano anche versioni opposte. In conclusione, per volere dei domenicani, il Ramban venne mandato in esilio e, per volere del papa, quell’esilio divenne perpetuo (da qui la tradizione per cui lo studioso si sia recato in terra di Israele). Ogni epoca ha le sue ingiustizie, le sue insipienze, le sue guerre ideologiche, accomunate solo dal fatto che a pagare sono, devono sempre essere, gli ebrei.

La questione della giustizia divina, dunque, è una questione fondamentale che da filosofica e teologica si fa esistenziale per il Ramban, che nel testo Ša’ar ha-gemul rifiuta la soluzione tradizionale detta delle “sofferenze per amore”, secondo cui «il Santo benedetto castiga il giusto anche in assenza di peccato, per accrescere la sua ricompensa nel mondo futuro» (come sostenuto, ad esempio, da Rashì, importante commentatore francese del XI secolo). Il mistico catalano propende a pensare che centrale sia piuttosto la categoria della “prova”: «La misura della prova corrisponde a una misura di bontà e non di vendetta o di punizione, giacché il Signore saggia coloro che sono già perfetti». Può sembare una sfumatura, ma nel pensiero anche le sfumature fanno la differenza. Quanto alla felicità dei malvagi in questo mondo, il Ramban ammette di non avere una risposta soddisfacente e ne conclude, da mistico, che si tratta di un “mistero sigillato”, di un sod ossia un segreto che l’essere umano non sa comprendere. È lo stesso mistero davanti al quale si arrende anche Giobbe, simbolo del giusto che soffre e non sa perché deve soffrire. Nachmanide, rimarca la curatrice del testo, lo chiama un sod ha-‘ibbur, alla lettera un “segreto del concepimento”, termine tecnico dell’halakhà per l’inserimento dell’anno embolismico – gravido di un nuovo mese – nel calendario liturgico ebraico, ma che qui assurge a chiave del processo di morte e rinascita: ma è una rigenerazione individuale (anche attraverso la metempsicosi o ghilghul, secondo i qabbalisti) oppure è una gestazione di più anime, cioè di più qualità spirituali nella stessa persona (chiamata polipsichismo)? E cosa è mai il “fascio vivente” o “nodo della vita” che ci aspetta nel gan eden? In tali domande e nei relativi tentativi di risposta sta il fascino di questo testo nachmanideo di teologia ebraica.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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