Cultura
Netanyahu dopo le primarie del Likud: re e non solo per una notte

Bibi ha battutto la grancassa dell’accusa contro i «media»; ma anche contro le autorità di polizia e quelle giudiziarie, nonché la «sinistra» che, a suo dire, sarebbero tutti coalizzate contro la sua persona

 «Io do l’anima per il Paese. Ho cambattuto per voi e voi avete combattuto per me. Guiderò il Likud verso una grande vittoria alle prossime elezioni e continueremo a guidare Israele verso successi senza precedenti». Alla fine vince lui. Ed ancora convince quanti vedono nella sua figura, aggressiva, a tratti debordante, la garanzia di futuri orizzonti. Già lo si poteva peraltro immaginare ma il riscontro dei risultati delle primarie del partito Likud ha comunque una sua incisività. Inutile evocare il fatto che si trattasse esclusivamente di una verifica interna all’organizzazione, ovvero che a recarsi alle urne siano stati poco meno della metà degli oltre centomila iscritti aventi diritto (per l’esattezza il 49,3%).

In una giornata di pioggia come non se ne vedevano da tempo, il 72,5% (41.792) dei likudnikim che hanno preso parte alle primarie per eleggere il leader-candicato premier, ha di nuovo optato per Benjamin Netanyahu. Il quale guiderà la storica formazione politica della destra liberalnazionalista alla terza, defatigante tornata elettorale in un anno, quella che il Paese dovrà affrontare il 2 marzo prossimo.

Il suo sfidante, il borghese e mediano Gideon Sa’ar, dinanzi all’offensiva a tutto campo del centravanti King Bibi, si aggiudica un modesto ma dignitoso 27,5% (ossia 15.585 preferenze), quindi al di sotto di quella che era ritenuta la desiderabile soglia psicologica del 30%, grazie alla quale avrebbe potuto cercare di comporre una opposizione interna. Il voto likudista lo premia nella sua città, Tel Aviv, dove ottiene  il 49,5% ma lo punisce a Gerusalemme, dove non supera il 21%. Sa’ar, per cercare di ottenere assensi, ha argomentato la sua campagna per le primarie giocandola su temi pragmatici, tra i quali quelli più plausibili: se Netanyahu rimane in sella, l’accordo postelettorale non si farà; se sarò io il candidato di punta, i voti al partito saranno maggiori e quindi, in immediato riflesso, le possibilità per il Likud di continuare ad esercitare un ruolo di primazia politica, altrimenti appannatosi soprattutto in quest’ultimo anno. Netanyahu – però – considera il Likud un partito tutto suo, prosciugatosi nel corso degli anni della presenza di potenziali contendenti che ne potessero per davvero mettere in discussione il comando.

Che tale partito gli appartenga fino in fondo, è cosa non certa ma comunque molto probabile, alla luce anche dell’ultimo pronunciamento collettivo. Sa’ar ha denunciato a più riprese irregolarità di gestione delle liste del partito, segnalando anche la cancellazione di diverse migliaia di iscritti, potenzialmente avversi a Netanyahu, a causa del mancato versamento della quota d’iscrizione. La vittoria alle primarie, tuttavia, non è di certo per Bibi una novità: già in precedenti tornate, come nel 2007 e nel 2012, aveva surclassato lo sfidante Moshe Feiglin, quest’ultimo ora a capo del partito Zehut («identità»), al momento senza rappresentanza parlamentare; nel 2014, l’antagonista Danny Danon, ora ambasciatore alle Nazioni Unite, aveva raccolto un misero 15%; nel 2016, infine, gli scrutini delle primarie non si erano fatti per assenza di concorrenti rispetto a quello che era così divenuto il candidato unico.

Fino ad oggi, i tentativi di costruire coalizioni interne alla formazione politica per eventualmente sostituirlo, di fatto defenestrandolo  (un po’ come fecero, tra gli altri, i Tories alla fine della traiettoria politica di Margareth Thatcher), non hanno avuto nessun successo. Chi non lo sopportava, o riteneva che potesse costituire un pericolo per la propria carriera politica, in genere è uscito dal partito medesimo, costruendosene un altro. Inoltre, nelle settimane trascorse gli attestati di fedeltà nei confronti del primo ministro uscente, tra i deputati della Knesset, gli amministratori locali, i quadri e i militanti di partito, si erano ripetuti. Bibi ha quindi battutto ossessivamente la grancassa dell’accusa contro i «media»; ma anche contro le autorità di polizia e quelle giudiziarie, nonché la «sinistra» che, a suo dire, sarebbero tutti coalizzate contro la sua persona: un atteggiamento, quest’ultimo, in piena linea con quello di politici omologhi o similari a lui un po’ in tutto il mondo, ispirati a posizioni nazionalpopuliste.

Il plausibile scenario che già da adesso induce a pensare che la rinnovata leadership di Netanyahu sia garanzia di uno stallo, dopo il passaggio elettorale di marzo, nulla cambia al profilo che il premier uscente è riuscito a garantirsi. Che è quello di un lottatore che non molla mai la presa. Per riuscire a garantirsi i voti delle primarie necessari ad una larga vittoria, con un margine di inconfutabile riscontro interno, capace quindi di rilanciarne la figura anche nei confronti degli altri israeliani che non lo voteranno, si dice che abbia tempestato di telefonate i grandi elettori del partito. La campagna elettorale sui social media, peraltro, è stata tanto sistematica quanto aggressiva. Sta di fatto che, al netto degli aneddoti di circostanza, il consenso nella destra nazionalista non gli difetta. Le accuse di corruzione, frode, abuso di ufficio, per le quali probabilmente a breve chiederà l’immunità, e che da una parte restante dell’elettorato gli sono contestate non solo come responsabilità personale ma anche in quanto disinvolto criterio di gestione della stessa immagine pubblica del Likud – un tempo altrimenti rispettoso della divisione dei poteri e, con essa, del ruolo della giustizia – non ne scalfiscono di fatto la sostanza politica. Che è fatta di diversi elementi. Il primo di essi è la sua capacità di essersi ascritto ed intestato il ruolo di prosecutore di una tradizione storica, quella nazionalista, che dalla fondazione dello Stato d’Israele ha contato su diversi patrigni ma pochissimi padri. Tra questi ultimi, l’eredità di Vladimir Ze’ev Jabotinsky se la sono passata, nel corso del tempo e non senza frizioni reciproche, l’asciutto e severo Menachem Begin, il duro e battagliero Yitzhak Shamir, il roboante e funanbolico Ariel Sharon e, adesso, l’«americano» e «turbolento» Bibi. Quest’ultimo sospeso in una sorta di gioco delle parti, dove al realismo politico accompagna il rimando al messianesimo laico del: “saremo sempre più forti”. Soprattutto dal momento che la partita con l’Iran potrebbe conoscere una radicale virata, in una piegatura bellicosa.

In piena sintonia con le mosse dell’amministrazione Trump (lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme; il riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan; la “legittimazione” politica degli insediamenti israeliani nei Territori della Cisgiordania-Giudea e Samaria; il ritiro dal trattato nucleare con l’Iran), Bibi configura un futuro prossimo a venire fatto di acquisizioni e annessioni («stabilizzazioni» è il termine maggiormente diplomatico), ossia «passi storici» che implicano «il riconoscimento della sovranità israeliana nella valle del Giordano, nelle zone omogenee di insediamento ebraico in Cisgiordania e anche oltre». Così facendo il “capo” getta la palla oltre la siepe, spostando il fuoco della polemica che i suoi maggiori avversari – Benny Gantz e Avigdor Lieberman – da tempo invece avanzano nei suoi confronti, accusandolo di avere diminuito il potenziale dissuasivo nei confonti di Hamas.

Che ciò sia vero è peraltro tutto da dimostrare se, da Gaza, insieme ai concerti di razzi si accompagna – da parte della leadership politica degli islamisti al potere – un’inconfessabile pensiero: quello di arrivare a una qualche negoziazione undecovered con Gerusalemme, per puntellare il proprio governo, escludendo quelle componenti radicali fuori da Hamas. Andrebbe in tale direzione la scelta di sospendere la «marcia del ritorno», il complesso delle attività svolte ai margini della linea di separazione con Israele e che da almeno tre anni a questa parte trascendono da subito in una serie di violenti tumulti, fomentati per catalizzare l’attenzione dei mass media su se stessi e il ruolo regionale di Hamas. Il  quale, come attore politico radicatosi dagli anni Ottanta in poi, sa benissimo che deve muovere le sue pedine tenendo in considerazione cosa avviene in un Libano in fermento (dove i profughi siro-iracheni sono oramai il 15% della popolazione), in un Iran a sua volta attraversato da ondate di proteste (represse con una violenza poco o nulla raccontata dai mezzi di comunicazione occidentali) e dove Teheran è sull’orlo di una crisi politica.

Nel mentre, il panturanista Erdogan, dopo avere regolato parte dei conti con il Kurdistan siriano, si appresta ad un resettlement di circa tre milioni di individui fuggiti dal mattatoio dell’Isis. Benjamin Netanyahu – peraltro – è riuscito a tacitare opposizioni interne al Likud (nel quale le correnti sono sempre esistite), trasformando la politica del partito, e dei suoi governi, in una sorta di eterno referendum sulla sua figura. Prendere l’intero pacchetto, condensato nella figura carismatica, a tratti debordante, del leader, o mollare gli ormeggi verso chissà quali approdi. L’assenza di un’opposizione strutturata al di fuori della destra nazionalista, ha quindi, dopo molti anni, indebolito anche quella presente all’interno del partito. Sa’ar era troppo debole per potere concretamente sperare di riuscire a sconfiggere il premier. È sceso in campo con l’obiettivo di ritagliarsi un margine di contrattazione, plausibilmente il più ampio possibile, quando, chiuse le urne, dalla sera del 2 marzo inizierà un altro defatigante tira e molla tra Yisrael Beiteinu, Kahol Lavan e Likud. Netanyahu ha portato con sé alcuni risultati: l’economia tira, la demografia anche (Israele, secondo le proiezioni del Central Bureau of Statistics, ha superato 9 milioni di abitanti intorno al Giorno dell’Indipendenza del 2019), i flussi finanziari in entrata sono cospicui, la politica energetica sta andando verso un promettente attivo (fatto di estrazioni ed esportazioni) e così via. Tutto bene, quindi? No, non è propriamente così. I sondaggi dicono che il «partito dei generali» sia in vantaggio rispetto al Likud di almeno tre o quattro seggi. Sta di fatto che se a Netanyahu le cose, prima o poi, dovessero andare male, non sarà la politica il luogo decisivo nel quale venderà il suo scalpo. A carissimo prezzo, peraltro.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *