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Cultura
Non chiamatela “letteratura femminile”

La recensione del romanzo “E la sposa chiuse la porta” di Ronit Matalon

La prematura scomparsa di Ronit Matalon, morta nel 2017 a soli cinquantotto anni, è stata una grave perdita per la letteratura israeliana. Con lei, infatti, è venuta a mancare una voce forte, autorevole e sofisticata, non meno significativa dei grandi nomi che siamo abituati a leggere nelle classifiche dei libri più venduti o sui cartelloni dei festival letterari internazionali. Eppure in vita Ronit Matalon ha subito attacchi feroci da parte della critica. Contro di lei si sono scagliati alcuni nomi eccellenti, Dan Miron e Benny Ziffer, ad esempio, i quali diversi anni fa predissero ‒ e augurarono ‒ a Ronit Matalon un rapido declino dalla scena letteraria. Le voci non si sono placate nemmeno con la morte della scrittrice, accusata di essere priva di un reale talento e di esser stata posta su un piedistallo da alcune forze egemoniche mizrahi, desiderose di promuovere i propri programmi politici riguardanti l’identità.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza al riguardo. È vero, Ronit Matalon è una scrittrice mizrahi, in quanto nata da una famiglia di origine egiziana, parlante arabo. È vero, nei suoi romanzi si è occupata a lungo del tema dell’identità dei membri della comunità mizrahi in Israele, in particolare della condizione femminile. Ciò che non è vero è la sua marginalità nel panorama letterario israeliano. Ciò che non è vero è che Ronit Matalon non sia una scrittrice di talento. Il suo ultimo romanzo E la sposa chiuse la porta, appena uscito in traduzione italiana per Giuntina, ne è un’ulteriore conferma. Purtroppo Ronit Matalon è stata punita talvolta per essere una narratrice audace, “tempestosa”, come qualcuno l’ha definita. Non da ultimo, per essere una donna, cosa che certi critici letterari ancora faticano ad accettare, tanto in Israele quanto altrove. Per questo la chiamano “letteratura femminile”, scritta dalle donne per le donne. E di sicuro non si tratta di un complimento.

Concentriamoci però sul romanzo. In poco più di un centinaio di pagine Ronit Matalon riesce a destabilizzare il lettore, trascinandolo in una vicenda vertiginosa che ruota attorno al giorno del matrimonio di Marghi e Mati, una comune coppia di giovani israeliani. La famiglia di Marghi è di origine mizrahi, non naviga nell’oro ed è stata segnata dalla tragedia ‒ la misteriosa fine di una sorella della ragazza, Natalie, scomparsa, verosimilmente uccisa, quand’era adolescente. Quella di Mati, invece, è la tipica famiglia borghese. Ma tutto ciò lo scopriamo soltanto dopo. Dopo che la sposa ha compiuto quanto il titolo suggerisce come in una didascalia teatrale, barricandosi nella stanza dei genitori e pronunciando poche e brevi parole: “Non mi sposo, non mi sposo, non mi sposo!”.
La genialità del libro risiede nel fatto che la scrittrice non costruisce il tipico dramma sentimentale, dominato da lacrime e isteria. Certo, ci sono lo smarrimento, l’incredulità e la preoccupazione dei familiari coinvolti, ma tutto, anche il dolore più lacerante, scivola in una narrazione calma e avvolgente, dai tratti a volte quasi comici, pur nella tipica ricchezza stilistica della Matalon. Ciò avviene perché la vicenda, di fatto, si svolge in larga parte attorno al tema dell’assenza. Innanzitutto l’assenza “presente” della sposa, della quale ciascuno tenta di cogliere i segnali dietro la porta chiusa, sigillata, nella speranza che qualcosa ‒ forse un miracolo ‒ sciolga quella situazione imbarazzante. In maniera sorprendente, più di ogni altro personaggio, è Mati, lo sposo, l’unico a tentare di comprendere il silenzio della giovane donna, ripercorrendo lentamente a ritroso la loro storia d’amore, alla ricerca di un segno, di un motivo. Ci sono poi le assenze pesanti del padre di Marghi, morto alcuni anni prima, e soprattutto della sorella Natalie, evento che ha tagliato in due le vite dei suoi familiari, producendo effetti molto evidenti sia sulla sposa sia sulla madre, Nadia. Infine, l’assenza metaforica della nonna. Di lei si dice, infatti, che “non è molto presente”, pur essendo viva e reale, eppure è proprio dalle sue labbra che sgorga, meravigliosamente, il senso dell’intera vicenda.

Se tuttavia non procedessimo oltre nella nostra analisi, limitandoci a mettere in luce soltanto gli aspetti relazionali e sentimentali, commetteremmo un grave errore. La letteratura israeliana ci ha insegnato, infatti, che in ogni dramma familiare ben orchestrato i singoli personaggi possiedono un valore simbolico ‒ per lo più identitario oppure etnico-politico ‒ e questo romanzo di Ronit Matalon non delude le aspettative al riguardo. Sfilano così davanti i nostri occhi i genitori dello sposo, Ariyeh e Pninit/Pninah, il primo gentile e piacevole, seppur maldestro, la seconda più difficile da gestire; Ilan, il cugino di Marghi, che vive nell’ombra dell’amatissima nonna e ama indossare abiti femminili; la psichiatra, Julia Englander, convocata d’urgenza e costretta a confrontarsi con una sua fastidiosa fobia; Adnan, l’operaio della società elettrica palestinese giunto in soccorso delle famiglie, il quale ‒ ovviamente ‒ finirà per mettersi nei guai con le autorità. La sola a non essere definita in nessun modo è la sposa. O, meglio, Marghi porta con sé un pesante bagaglio fatto di identità più o meno negate, di lutto e di dolore. Il suo rifiuto a quel matrimonio già pronto, pagato e confezionato dai suoceri equivale a un gesto di profonda libertà individuale. E il suo silenzio, che forse può apparire cocciuto e insensato, simile a quello di una bambina capricciosa, in realtà possiede una carica fondativa. La sposa, infatti, sta cercando la “sua” voce. Prima attraverso la poesia di Leah Goldberg, l’unico spiraglio di comunicazione che offre ai suoi familiari, i quali però vanificano ogni suo sforzo. Poi, miracolosamente, grazie all’immagine totemica della nonna, è la sua stessa voce ad aprirsi un varco verso di lei. È una voce antica e moderna nello stesso tempo, la voce di una donna capace di affermare se stessa.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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