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Raggiungere gli spazi più intimi dell’anima: un ritratto di Nurit Zarchi

Chi è la poetessa insignita del prestigioso premio Israele per la letteratura e la poesia

È già di alcuni mesi fa la notizia che a esser insignita del prestigioso premio Israele per la letteratura e la poesia è stata Nurit Zarchi. Un riconoscimento doveroso che sancisce l’ottantesimo compleanno dell’autrice e, soprattutto, una carriera senza precedenti. L’elenco delle sue pubblicazioni – più di cento! – include raccolte poetiche, saggi, racconti, libri per bambini, e proprio in quanto scrittrice per l’infanzia è stata ospite dell’Università degli Studi di Milano, ormai dieci anni fa. “La letteratura infantile in un mondo inquieto” era il titolo di quell’incontro e quale mondo è più inquieto del nostro? Quale mondo è più inquieto di quello in cui Nurit Zarchi è cresciuta, è vissuta e ha scritto?
Nurit Zarchi è quella che abitualmente chiameremmo una “figlia d’arte”.

Nata a Gerusalemme nel 1941, il padre, Israel, è stato, infatti, anche lui scrittore. Pur essendo sconosciuto al pubblico italiano, Israel Zarchi gode, invece, tuttora della stima dei suoi connazionali. Ad esempio, Gershon Shaked, il decano dei critici letterari israeliani, lo ha definito “la quintessenza degli scrittori della sua generazione”, capace di raccontare in modo intelligente e, talvolta, complesso le difficoltà dell’insediamento degli immigrati nella Terra d’Israele. Ancora oggi la poetessa rievoca spesso il misterioso legame del talento letterario che la unisce al padre, tuttavia, non poté godere a lungo della sua presenza. Israel Zarchi morì nel 1946, quando lei aveva soltanto cinque anni. L’abisso di dolore e disperazione aperto dalla scomparsa del padre compare sovente nella sua opera poetica, come in “1948”: “Dentro casa come dentro una lacrima / la madre siede su una sedia, senza occhi, di fronte alla bambina. / La nonna svanisce sempre più verso terra, / la sua bocca si apre e si chiude come quella bocca di un pesce […]La bambina non sa chi pianga più forte / in un attimo la nonna cadrà / nell’oscurità della sedia”.

Dopo la morte del padre, ci fu l’esperienza del kibbutz – difficile, narrata nel testo per l’infanzia dal titolo iconico Yaldat hutz, “La bambina di fuori” – ma, soprattutto, la scoperta della poesia, che non l’ha mai abbandonata. Le motivazioni con cui il comitato del premio Israele ha celebrato il successo di Nurit Zarchi sono tutt’altro che prive d’interesse. Leggiamo, infatti: “la poetessa Nurit Zarchi è una voce rara e meravigliosa nella letteratura ebraica, dotata di unicità e di un’impronta personale, nonché di peculiarità e di un linguaggio speciale”. Nessuna affermazione potrebbe essere più vera. La poesia di Nurit Zarchi si distingue per il linguaggio sospeso tra concretezza e metafora (non a caso “Ossa e nuvole” – Atzamot va-ananim – è il titolo di una delle sue raccolte maggiori), audace ma composto, fermo, soprattutto quando affronta, con largo anticipo sui tempi presenti, temi considerati “scomodi” quale la depressione post-partum, il divorzio e l’identità di genere. Nurit Zarchi chiama il lettore verso mete lontane, esotiche – l’Antartide, l’Africa. Tuttavia, non si tratta di un invito al viaggio reale. Il suo, al contrario, è un esotismo dell’anima, come ribadisce uno dei versi più celebri che abbia scritto: “l’anima è l’Africa”. Probabilmente è per questa ragione che il comitato del premio Israele ha scritto ancora che la poesia di Nurit Zarchi “riesce a raggiungere gli spazi più intimi dell’anima” e lo fa, aggiungiamo noi, con grazia, precisione, semplicità. E con quel tocco di mistero che solo i grandi poeti possiedono.

Durante il discorso di accettazione del premio Nurit Zarchi ha ricordato il suo tenero esordio letterario: una lettera scritta a un soldato sconosciuto, che la madre aveva spedito per lei, ancora troppo piccola. In poche parole ha descritto come avvenga in lei il processo creativo, un’idea che nasce nella mente, da cui sente la necessità di liberarsi il prima possibile, perché disturbante. Un pensiero che trova in questa sede originaria, ancor più che sulla carta, il massimo compimento.

Il giardino del silenzio

Il giardino del silenzio imprigiona il segreto della pioggia.
Intriso di tutto se stesso, come nell’amore.
È difficile indovinare l’estate nel cuore dell’inverno,
l’esitazione dei rami accecati dal fiato della mia bocca,
caldo sotto le palpebre delle foglie.

Le cime della fioritura, trasmigrate anch’esse,
attraverso di me ritornano all’antico passato e prive di terrore
si aprono a ciò che verrà.
“Sono un luogo?” domanda il giardino
“dietro l’estate, l’inverno?”

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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