Cultura
Perché anche la sinistra israeliana appoggia il piano di pace Trump

“Decenni di proclami e di comportamenti, determinati e inequivocabili, hanno chiarito che la dirigenza palestinese dirà di sì solo a un piano che comporti la fine di Israele come stato sovrano del popolo ebraico”. L’opinione di Einat Wilf

Gran parte delle critiche sincere al piano di Donald Trump “Pace verso la prosperità” per il Medio Oriente nascono dal presupposto che si sarebbe potuto trovare un altro piano migliore, più giusto e più equo: un piano a cui i palestinesi avrebbero detto sì e che avrebbe portato davvero la pace. Magari fosse così. Purtroppo, nulla fa pensare che tale presupposto sia fondato.

Come molti altri israeliani di sinistra, anch’io avrei preferito che il piano Trump destinasse ai palestinesi più territorio, una maggiore presenza a Gerusalemme est (quasi tutti i quartieri arabi della città, e non solo tre), più voce in capitolo nei Luoghi Santi e un maggiore controllo sui loro futuri confini. Tuttavia, decenni di proclami e di comportamenti, determinati e inequivocabili, hanno chiarito oltre ogni dubbio che la dirigenza palestinese dirà di sì solo a un piano che comporti la fine di Israele come stato sovrano del popolo ebraico.

Va dato atto ai palestinesi che non hanno mai mentito né tentennato circa il loro obiettivo finale di arrivare a una Palestina araba che si estenda “dal fiume al mare”. Sono sempre stati coerenti e perseveranti nel perseguire tale obiettivo, vuoi con le guerre e il terrorismo, vuoi cercando di isolare Israele sulla scena internazionale diplomatica, economica, culturale.

E non hanno mai smesso di affermare e ribadire che sono titolari di quello che definiscono un inalienabile “diritto al ritorno” dentro lo stato sovrano d’Israele. Sancire ed esercitare questo “diritto al ritorno” trasformerebbe a tutti gli effetti Israele in uno stato arabo islamico con al suo interno una minoranza di ebrei, ponendo fine così all’autogoverno del popolo ebraico. Anche quando hanno negoziato con Israele per una soluzione a due stati, i palestinesi sono sempre rimasti inflessibili sul fatto che questo “diritto al ritorno” (che non è né un diritto né un ritorno) è inalienabile. Quando alcuni palestinesi affermano di sostenere la soluzione a due stati ma al contempo respingono qualsiasi formulazione che negherebbe il “diritto al ritorno”, appare chiaro che i due stati che alla fine ne risulterebbero sono uno stato arabo-palestinese in Cisgiordania e Gaza e un altro stato arabo-palestinese al posto di Israele.

Gli occidentali che sinceramente vogliono credere che esista da qualche parte un piano che consentirebbe a un Israele ebraico e una Palestina araba di vivere fianco a fianco in pace, cercano sempre di quadrare i conti con i decenni di costante rifiuto dei palestinesi impegnandosi in una pratica che personalmente indico col termine “westplaining” (westerner+explaining, la spiegazione dell’occidentale ndr). Westplaining significa che quando i palestinesi dicono “no”, gli occidentali spiegano che intendono “forse”. E quando i palestinesi insistono sul fatto che il “diritto al ritorno” è sacro e non negoziabile, in realtà sotto sotto “sanno” che non si realizzerà davvero. Ciò che il westplaining cerca sempre di mascherare è la ferma convinzione palestinese secondo cui, se il prezzo per avere uno stato arabo di Palestina è che al popolo ebraico sia permesso mantenere il suo stato sovrano e il suo autogoverno in un’altra parte della terra, qualunque sia quella parte di terra, allora è un prezzo troppo alto da pagare. Messi di fronte a questa scelta, sia alle origini nel 1937 e nel 1947 che poi successivamente nel 2000 e nel 2008, finora i palestinesi hanno sempre considerato molto meglio continuare a combattere.

Il piano del presidente Trump è tutt’altro che perfetto, ma il suo merito principale è che nasce dalla semplice cognizione che non esiste un piano, a parte la fine del sionismo, al quale i palestinesi direbbero di sì. Per molti israeliani di sinistra come me si tratta di una constatazione dolorosa, acquisita in decenni di speranze infrante davanti allo spettacolo di leader palestinesi che lasciavano cadere un’occasione dopo l’altra, e del sangue di intere famiglie fatte a pezzi da attentatori suicidi negli stessi giorni in cui i palestinesi avrebbero già potuto avere un loro stato. Ecco perché il piano di Trump viene abbracciato dalla stragrande maggioranza degli ebrei israeliani, sia di sinistra che di destra.

E persino un certo numero di paesi arabi ha espresso sostegno al piano, se non altro come legittima base per un rilancio dei negoziati. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e il Bahrein hanno mandato i loro ambasciatori alla cerimonia di annuncio del piano. Anche Egitto, Arabia Saudita e altri lo hanno sostenuto. Dopo il bagno di sangue seguito alla cosiddetta primavera araba e l’ascesa dell’Iran, questi paesi arabi si sono poco a poco discostati da decenni di virulenta pratica e retorica anti-sionista, considerando sempre più Israele come un possibile alleato stabile e affidabile.

Il piano dell’attuale amministrazione americana non porterà né pace né prosperità ai palestinesi, poiché essi, come era prevedibile, continueranno coerentemente a dire no. Ma potrebbe per lo meno portare un po’ di pace tra Israele e il mondo arabo, che auspicabilmente un giorno arriverà a riconoscere Israele e la sovranità ebraica come una presenza legittima nella regione.

L’articolo è apparso su The Telegraph e lo pubblichiamo per gentile concessione dell’autrice

Einat Wilf
collaboratrice

Nata a Gerusalemme, è un’intellettuale tra i più originali in Israele in materia di politica, economia e istruzione. I suoi articoli compaiono regolarmente su testate internazionali, Tv e programmi radiofonici. Autrice di sei libri sulla società israeliana, è stata membro del parlamento tra il 2010 e il 2013 nel partito laburista.


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