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Cultura
Philip Roth: scomodo perché amante della verità

A tre anni dalla morte esce una biografia scritta da Blake Bailey. Un’operazione bollata come raccolta di pettegolezzi da Joshua Cohen su Harper’s magazine

Oggi, 19 marzo, cade l’anniversario della nascita di uno dei più grandi, originali, scomodi, personali scrittori di tutti i tempi: Philip Roth.  Èmorto da tre anni ma si era ritirato da tempo, nel 2010, epoca a cui risale l’ultimo romanzo Nemesi. Negli Stati Uniti è appena uscita l’imponente biografia di Blake Bailey, novecento pagine. L’operazione è stata criticata come raccolta di pettegolezzi da Joshua Cohen su Harper’s magazine. Ce n’era veramente bisogno?

Non sappiamo se da noi il volume avrà successo, dato che gli italiani non amano le biografie, genere invece assai diffuso e gradito nel mondo anglosassone (tra l’altro era uscito poco tempo fa per Einaudi il bel libro di Claudia Roth Pierpont – nessuna parentela –  “Roth scatenato”). Eppure la sensazione è che per il pubblico italiano Philip Roth sia passato come una strana stella nera, come una meteora diretta altrove. Tanti dicono di conoscerlo, pochi lo hanno davvero letto e forse pochissimi lo hanno capito. Per molti resta l’autore di “Lamento di Portnoy” – probabilmente l’unico libro che ha raggiunto una vera popolarità in Italia – e viene identificato nel giovanotto ebreo che si masturba in bagno, di nascosto dalla madre possessiva, il dissacratore dell’ortodossia che con i suoi racconti fa inorridire il rabbino e la comunità di benpensanti.

C’è chi lo considera addirittura un autore “comico”, una specie di Woody Allen della letteratura (il paragone non è inopportuno, in effetti Allen si è rifatto come modello proprio a Roth in uno dei suoi film più belli, Deconstructing Harry). Oppure gli si affibbia l’etichetta di autobiografico, gli si associa e sovrappone il suo alter ego Nathan Zuckerman, rivolgendo alla sua opera un’attenzione che rasenta il gossip più che l’interesse letterario, cercando rimandi e somiglianze con il vissuto dell’autore.

È diventato “un classico” da ritirare fuori nelle conversazioni colte tra intellettuali: ma quanto si capisce davvero il suo peso e la sua personalità? Non so se Roth sia da considerarsi un classico (probabilmente un termine che lo avrebbe fatto rabbrividire); ci sono altri autori americani da Bellow a Updike a De Lillo che hanno raccontato bene o addirittura meglio l’America e le sue contraddizioni. Ma Roth è speciale, unico, magnetico proprio perché imperfetto e umano. Ha prodotto capolavori come Lo Scrittore fantasma, un gioiello sul senso stesso della scrittura che può cambiare la realtà e giocare con la memoria resuscitando perfino Anna Frank, sottraendola all’agiografia e alla mummificazione, e testi più trascurabili o comunque meno osannati se non stroncati dalla critica con la quale ha avuto negli anni un rapporto discontinuo, sviluppando delusioni e frustrazioni come per quel mancato Nobel mai arrivato.

Il momento decisivo della sua maturità artistica arriva tardi, intorno ai sessant’anni quando torna il successo di pubblico degli esordi, con “La macchia umana” e la saga di Zuckerman: un alter ego invecchiato che affronta con disincanto le sfide del tempo che passa, la vecchiaia, il cancro e i problemi di prostata, l’incongruenza e gli inganni della vita stessa ora che sono tramontati gli ideali della giovinezza. Ma c’è un motivo per cui Roth resta in parte poco letto dal pubblico italiano: la sua profonda ebraicità, per la quale mancano strumenti di elaborazione e comprensione profonda. Per lui essere ebreo era un fatto naturale, come “essere una mela”.

Lui era Newark, il suo ebraicissimo quartiere del Jersey: quella era la sua America, che stava alla sua scrittura “come un cuore a un cardiologo”. Lì era nato tutto, quelle erano le sue radici. Anche se accusato di ateismo dai suoi stessi correligionari, o di essere un ebreo self hating, nessuno ha attinto alle sue origini quanto Roth. Tutta la sua scrittura è il continuo approfondimento di quell’identità, che viene continuamente frantumata, ricomposta, interrogata, approfondita e messa in discussione senza pietà. Dal pus delle ferite identitarie germoglia quella scrittura inconfondibile che ha saputo regalarci personaggi ebraici moderni e angoscianti, in eterna lotta con se stessi al punto da scindersi in due come il protagonista di Operazione Shylock (in cui un omonimo dell’autore ignaro elabora il piano diabolico di riportare tutti gli ebrei da Israele in Europa), apparentemente integrati come Seymour Levov l’eroe di Pastorale Americana che sembra uno svedese con i suoi occhi azzurri e capelli biondi ma pronti a scivolare nella catastrofe e nella rovina beffarda come l’impostore Coleman Silk.

In fondo non aveva forse sposato lui stesso nella realtà una non ebrea bionda, Margaret Martinson, dal passato terribile, che entrerà come un ciclone nella sua esistenza travolgendola e ispirando molti suoi testi? Dal veleno dell’esperienza si mette in moto una meravigliosa macchina creativa che gioca con la storia e mette a nudo l’antisemitismo americano, come in Complotto contro l’America dove immagina che cosa sarebbe accaduto agli ebrei se nel 1940 invece che Franklin Delano Roosvelt fosse salito alla Casa Bianca Charles Lindebergh, simpatizzante del nazionalsocialismo. Oppure la curiosità necessaria verso altri scrittori, come testimonia la bellissima intervista a Primo Levi, a Torino, che si trova nella raccolta del 2017 “Perché scrivere” e la consapevolezza che ogni ebreo tiene nel portafoglio e nell’anima un biglietto con la scritta indelebile “olocausto” come ci ricorda in Lezione di anatomia, in cui la madre Selma morente consegna al figlio Zuckerman un foglietto piccolissimo con quell’eredità enorme da conservare.

Scomodo quindi perché amante della verità, fastidioso quanto la vita che non segue mai uno schema prevedibile ma spesso si trasforma in controvita, in controvivere. Se la scrittura per voi deve contenere incertezze e domande, se deve raccontare l’inadeguatezza, la vergogna, l’ombra e la crisi più che riconciliarvi con voi stessi, allora Philip Roth è il vostro classico, il compagno con il quale non dovete smettere di conversare negli anni a venire.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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