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Cultura
Primo Levi alchimista

L’indagine sulla materia come forma di rivolta resistente e alternativa al regime fascista

“Lungi dallo scandalizzarmi, l’idea di ricavare un cosmetico da un escremento, ossia aurum de stercore, mi divertiva e mi riscaldava il cuore come un ritorno alle origini, quando gli alchimisti ricavavano il fosforo dall’urina. Era un’avventura inedita e allegra, e inoltre nobile, perché nobilitava, restaurava e ristabiliva. Così fa la natura: trae la grazia della felce dalla putredine del sottobosco, e il pascolo dal letame; e ‘laetamen’ non vuol forse dire ‘allietamento’? così mi avevano insegnato in liceo, così era stato per Virgilio, e così ritornava ad essere per me”. L’origine inconfessabile di un prodotto di lusso da uno di scarto; la preistoria nebulosa della chimica, che affonda nelle pratiche alchemiche tra medioevo e prima età moderna; le meraviglie della trasformazione, cioè della vita; la relazione intima tra scienza e letteratura, qui rappresentata da una citazione del poeta Virgilio tratta alla memoria dagli anni del liceo classico: in questo passo del racconto Azoto del Sistema periodico emergono cifre che segnano tutta l’attività letteraria di Primo Levi. Lo scrittore torinese è noto per la limpidezza delle scelte lessicali e sintattiche, con cui esprime la scelta della linearità, della razionalità e della chiarezza: scelta tanto più forte perché non solo letteraria, ma di vita. Eppure Levi, e questo è meno noto, è anche attirato dai molteplici mondi di magia, alchimia e mistero, dalle zone d’ombra dove la luce non arriva. Questo interesse emerge in particolare nella sua autobiografia di chimico, Il sistema periodico, definito dal Guardian “il migliore libro di scienza mai scritto” e recentemente al centro di un importante convegno organizzato online dal Centro Primo Levi di Torino.

Secondo Robert Gordon c’è nell’opera di Levi un sostrato oscuro che illumina il lato solare e manifesto. Questo sostrato di tanto in tanto emerge alla superficie, ma anche quando questo non avviene risulta decisivo perché si compia la sintesi tra razionalità e inconscio, illuminismo e illusione, realismo e surrealismo, iperrealismo, fantasia. Primo Levi, forte della scelta della linearità e della precisione che ne distingue lo stile, è il narratore che descrive il meccanismo del lager, il mondo del lavoro e quello del chimico, ma è anche l’autore dei racconti fantastici e fantascientifici di Storie naturali e Vizio di forma e delle colte divagazioni linguistiche, letterarie, antropologiche, astronomiche, filosofiche e perfino entomologiche dell’Altrui mestiere. Qui emergono con più frequenza pulsioni e complessi nascosti, prende la parola quello che nell’Altrui mestiere Levi chiama “l’inquilino del piano di sotto” e nella Ricerca delle radici “l’ecosistema che alberga inaspettato nelle mie viscere”. Con questo non si vuole proporre un inesistente Primo Levi irrazionale, e neppure una saltuaria scelta dell’irrazionalità, bensì mettere a fuoco il fascino costante per le cause ignote e misteriose. “Lo scrittore”, nota Marco Belpoliti in Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda), “come lo scienziato propende per il passaggio dall’oscuro al chiaro, eppure è evidente che si tratta di una costruzione per nulla scontata”. Levi, da chimico, sa che l’ordine è per definizione instabile, l’equilibrio sempre provvisorio, tuttavia – o forse proprio per questo – non smette di cercarli: “Scrivere è infatti per lui, prima di tutto, far ordine. Il tema del disordine appare invece centrale in molti dei suoi racconti, dove l’elemento mostruoso, la legge impazzita, il ‘vizio di forma’, sono sempre incombenti”, conclude Belpoliti.

Nella Ricerca delle radici, in cui Levi disegna il proprio autoritratto attraverso una scelta di passi tratti dai libri che più lo hanno appassionato e segnato, per stessa ammissione dell’autore i magici prevalgono sui moralisti e sui logici: abbiamo Rabelais e Saint-Exupéry, Belli e Porta, Swift e Melville, Babel’ e Shalom Alechem, Clarke, Marco Polo, Lucrezio e Giobbe, tutti autori che in modi molto diversi mettono a tema l’avventura creativa e l’invenzione. La magia non è una dimensione che è possibile consegnare tranquillamente al passato oppure ai contesti geosociali studiati dall’antropologia, ma un fenomeno diffuso anche nel mondo contemporaneo negli ambienti più vari, non esclusi quelli delle scienze. Sui sistemi di riti collettivi, le conoscenze iniziatiche, i tentativi di indirizzare e trasformare le forze della natura del nostro mondo Levi riflette per decenni, lo stesso arco di tempo in cui scrive i racconti del Sistema periodico, il libro che più di ogni altro mette a fuoco l’alchimia, quella pratica antica e non dimenticata che va posta al cuore delle origini oscure e sospette della chimica in particolare e della modernità in generale. Con le parole di Potassio: “Esistevano teoremi di chimica? No: perciò bisognava andare oltre, non accontentarsi del ‘quia’, risalire alle origini, alla matematica ed alla fisica. Le origini della chimica erano ignobili, o almeno equivoche: gli antri degli alchimisti, la loro abominevole confusione di idee e di linguaggio, il loro confessato interesse all’oro, i loro imbrogli levantini da ciarlatani o da maghi; alle origini della fisica stava invece la strenua chiarezza dell’occidente, Archimede ed Euclide. Sarei diventato un fisico, ‘ruat coelum’: magari senza laurea, poiché Hitler e Mussolini me lo proibivano”. Sono i mesi dell’inverno 1941 in cui Levi frequenta l’Istituto di Fisica Sperimentale, un luogo “pieno di polvere e di fantasmi secolari” a pochi passi dal parco del Valentino da cui provengono “folate di nebbia gelida”. Come sappiamo, la sua scelta cadrà infine non sulla fisica ma proprio sulla chimica, quella stessa disciplina che poco oltre nel racconto definisce “impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili”. Questi “piccoli misteri futili” sono le cause ignote, secondarie, dimenticate, i miti del passato e del presente, le credenze antiche il cui riverbero ancora oggi esercita tanto fascino. “La vita è piena di usanze la cui radice non è più rintracciabile”, nota Levi in Cromo, “quella che era stata una grossolana operazione di misura aveva perso il suo significato, e si era trasformata in una pratica misteriosa e magica”. Un’attività oscura che è analoga a quella confessata da Goldbaum, uno dei due antropologi del racconto Gli stregoni contenuto in Lilit e altri racconti: “Siamo cattivi stregoni, furfanti buoni solo a vendere fumo”. Vero e proprio alchimista è invece Hendrik, il protagonista di Mercurio, tra i pochi testi di pura invenzione del Sistema periodico.

I luoghi della formazione di Primo Levi che fanno da sfondo ai primi racconti del Sistema periodico vengono a più riprese descritti come recessi misteriosi, aule accessibili solo agli iniziati, cioè agli studenti di chimica. La Biblioteca dell’Istituto Chimico ritratta in Azoto è “impenetrabile agli infedeli come la Mecca, difficilmente penetrabile anche ai fedeli qual ero io”. Dell’Istituto di Fisica Sperimentale “pieno di polvere e di fantasmi secolari” si è già detto, mentre l’Istituto Chimico in Zinco è annunciato da “misteriosi minareti”, “falso esotismo” e cela nel segreto delle sue mura la celebrazione di “una immonda segreta orgia di ricuperi” in vista di una “palingenesi rituale”. Il tono è quello che descrive misteri tenuti nascosti a tutti coloro che non sono adepti di una setta, unici a conoscere le regole segrete dell’illusionismo e del gioco di prestigio. Infine la miniera in cui Levi lavora tra 1941 e 1942, ritratta in Nichel, un luogo permeato di magia: “Già tutte le miniere sono magiche, da sempre. Le viscere della terra brulicano di gnomi, coboldi (cobalto!), niccoli (nichel!), che possono essere generosi e farti trovare il tesoro sotto la punta del piccone, o ingannarti, abbagliarti, facendo rilucere come l’oro la modesta pirite, o travestendo lo zinco con i panni dello stagno: e infatti, sono molti i minerali i cui nomi contengono radici che significano ‘inganno, frode, abbagliamento’”. La miniera, prosegue lo scrittore, ha un “incanto selvaggio” che fa pensare alle tavole sinottiche della Divina Commedia che rappresentano cerchi e gironi dell’Inferno.

Un momento centrale dell’autobiografia chimica di Levi è la scelta della disciplina insieme all’amico Enrico, raccontata in Idrogeno. “Saremmo stati chimici, Enrico ed io. Avremmo dragato il ventre del mistero con le nostre forze, col nostro ingegno: avremmo stretto Proteo alla gola, avremmo troncato le sue metamorfosi inconcludenti, da Platone ad Agostino, da Agostino a Tommaso, da Tommaso a Hegel, da Hegel a Croce. Lo avremmo costretto a parlare”. “Dragare il ventre del mistero” significa sporcarsi le mani, in tutti i sensi, cioè anche impegnarsi in prima persona e a fondo. La grande intuizione di Levi è che il predominio dell’idealismo, gabellato a trecentosessanta gradi dal fascismo sotto gli auspici filosofici di Gentile, faccia comodo al regime per annichilire l’impegno sul nascere, alienare l’individualità, inibire l’azione richiamando come unica realtà di valore le irraggiungibili e in definitiva astratte dimore dello spirito. Andare alla materia direttamente, in laboratorio e sul campo, è per Levi quindi una prima forma di rivolta: andare alla materia sorda e cieca, la hyle greca di cui parla in Cromo, per modellarla e domarla, per sottrarsi all’inganno del rifugio in mondi ideali, cioè addomesticati alla stantia retorica di regime che disprezza la manualità, l’impegno, il fare. Plasmare la materia con la chimica per modificare il mondo, con l’opposizione attiva e la resistenza al fascismo. Lo spiega ancora in Idrogeno: “Per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere volute lacerate da bagliori di fuoco, simile a quella che occultava il monte Sinai. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”.

La ricerca di un ordine e di un modello alternativo a quello liberticida di regime spinge Levi verso un altro territorio che nasce all’intersezione di magia e impegno, cioè di magia e realismo: la montagna. Non a caso il giovane chimico comincia a frequentarla con il compagno di università Sandro, con cui sviluppa l’amicizia al centro di Ferro. Con l’amico Levi scopre “il ponte, l’anello mancante, fra il mondo delle carte e il mondo delle cose” non nell’autoreferenziale fuga senza fine dell’idealismo, ma “in quei nostri laboratori fumosi, e nel nostro futuro mestiere”. “Ragazzo onesto e aperto”, Sandro “non sentiva il puzzo delle verità fasciste che ammorbava il cielo, non percepiva come un’ignominia che ad un uomo pensante venisse richiesto di credere senza pensare?”. La risposta è affermativa, “ed allora, come poteva ignorare che la chimica e la fisica di cui ci nutrivamo, oltre che alimenti di per sé vitali, erano l’antidoto al fascismo che lui ed io cercavamo, perché erano chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali?”. L’esperienza della montagna è trasformativa, come la chimica, e come la chimica ha a che fare con il mistero e con la morte. La conclusione di Ferro, con la morte di Sandro, partigiano azionista massacrato dagli sgherri della Repubblica sociale, richiama quella di Cerio, l’unico racconto del Sistema periodico ambientato nell’anno trascorso ad Auschwitz. In Cerio viene descritta l’amicizia con Alberto, che come Sandro – e come l’Ulisse dantesco di Se questo è un uomo – è un giovane dall’ingegno multiforme, pragmatico, sapiente nelle mani innanzitutto, e per questo anche nella testa. Anche la morte, pure in circostanze non assimilabili, accomuna gli amici di due stagioni diverse delle vita: Alberto nel gennaio 1945 non sopravvive alla marcia della morte e va ad allungare le file dei sommersi. Voglio pensare che Sandro e Alberto, ritratti in pagine altissime e commoventi, rinascano in qualche misura nella scrittura dell’amico che dà loro voce. Che vivano, in questo modo, innumerevoli vite possibili, come l’atomo di carbonio nel racconto omonimo con cui Il sistema periodico si chiude, epopea della meraviglia della materia in incessante, vorticosa, magica trasformazione.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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