Israele
Rav Haim Fabrizio Cipriani: «La religione? Ha ben poco a che fare con questa guerra»

Intervista al rabbino sul rapporto tra l’ebraismo, la guerra e il mondo occidentale

Qualche giorno fa abbiamo parlato con rav Haim Fabrizio Cipriani a proposito di guerra, di religioni, di ebraismo e di pace. Nel frattempo altri fatti tragici hanno composto un altro pezzo del puzzle di questa guerra, rendendola ancora più spaventosa. Ma forse la religione, nel conflitto, ha un ruolo decisamente marginale, se non addirittura nullo. Ecco le parole del rabbino.

Che ruolo ha la religione in questa guerra?
Non sono certo che sia un ruolo decisivo, anche se talvolta chi è meno informato tende a leggere questo tipo di eventi in chiave religiosa, e altri talvolta strumentalizzano questo aspetto. Religiosamente peraltro tengo a sottolineare che Islam ed Ebraismo sono piuttosto vicini, credo che il problema qui sia di natura storica e politica prima di tutto.

Che impatto ha sul dialogo inter religioso?
Rischia di avere un impatto negativo notevole. Da parte ebraica si rischia di tornare a una grande chiusura nei confronti dell’Islam per ragioni evidenti, ma anche del Cristianesimo, che rimane comunque la religione maggioritaria in un mondo occidentale da cui gli ebrei si sentono, a mio avviso giustificatamente, traditi. La religione ha poco da vedere con tutto questo, ma è innegabile che stiamo assistendo a un risveglio dei peggiori atteggiamenti del passato, e siccome molti di essi ebbero nel passato matrice religiosa, è improbabile che non vi siano conseguenze negative sul dialogo. Perché il mondo occidentale continua a vedere Israele (e quindi in filigrana gli ebrei e l’ebraismo) come origine dei peggiori mali che destabilizzano la scena internazionale, invece di fare la “pace”, parola ormai del tutto travisata e svuotata di ogni significato reale, specie quando applicata alle relazioni con un movimento terrorista il cui scopo è la distruzione di Israele e degli ebrei.

Che impatto ha sul dialogo interno all’ebraismo della diaspora e interno a ISraele?
Credo che oggi ci sia compattezza all’interno del mondo ebraico, sia fra le diverse correnti che fra diaspora e Israele. Si tratta di una compattezza inusuale, che probabilmente non resisterà a lungo, ma senza dubbio questa situazione ha portato maggiore vicinanza fra le varie anime del mondo ebraico. È triste che siano necessarie le crisi affinché ciò avvenga, ma fa parte delle dinamiche umane. Se gli ebrei, senza necessariamente appiattirsi e rinunciare alle loro diversità, imparassero a battersi meno fra loro, avrebbero tutto da guadagnare.

Che impatto ha questa guerra sulla sua comunità e cosa le viene richiesto in quanto rabbino?
In linea di massima mi viene richiesto soprattutto di rassicurare attraverso l’ascolto e la preghiera. Naturalmente ascoltare le persone fa parte del lavoro pastorale quotidiano del rabbino, e questo aspetto si intensifica nei momenti di crisi. Talvolta tale ascolto può avere una funzione pacificante. Noto per altro che fra le diverse fonti di sofferenza e angoscia c’è forte allarme per il ritorno di discorsi e atteggiamenti spesso chiaramente antisemiti in Italia e in Europa, e su questo posso essere poco rassicurante perché è una realtà evidente e preoccupante. Per quanto riguarda la preghiera, naturalmente provo sempre ad aiutare, anche se ricordo a tutti che nessun essere umano ha un rapporto più privilegiato di altri con la Trascendenza divina, e quindi pregare è qualcosa che possiamo e dovremmo fare tutti, ognuno a modo proprio.

Cos’è la guerra per l’ebraismo?
La cultura ebraica è caratterizzata da un forte pragmatismo, di conseguenza non può negare la natura abusiva e violenta dell’essere umano, da Caino e Abele in poi. La guerra fa quindi purtroppo parte della storia dell’umanità da sempre.
La Torà richiede di ricordare costantemente la necessità di distruggere Amalek [Deut. 25:17-19], visto come paradigma del male assoluto, e quando il re Saul lascia in vita Agag [I Sam. 15], discendente di Amalek, la conseguenza è che secoli dopo, nel libro di Ester, un altro discendente di Amalek, Haman, tenterà di sterminare il popolo ebraico.
Per questo i maestri suggeriscono che chi è buono con i malvagi finirà per essere malvagio con i buoni [Qohelet Rabbà 7:16; Tanchuma, Metsorà 1]. Il grande filosofo Maimonide, fuggito dalle persecuzioni degli Almohadi in Spagna nel XII secolo, si esprime così: “La compassione verso i malvagi è crudeltà verso tutti gli esseri”. (Maimonide, Guida dei Perplessi III, 39). Perché permettere ai malvagi di continuare ad agire crea le condizioni perché essi facciano ancora del male a innocenti.
Certamente l’ebraismo ha fiducia in un futuro di pace, seppur lontano, ed è per questo che ognuna delle preghiere ebraiche si conclude con una richiesta di Shalom. I profeti ci parlano di un’epoca in cui le spade saranno trasformate in vomeri. Ma la strada dello Shalom passa necessariamente attraverso la giustizia, che ne costituisce il presupposto necessario, e talvolta questo richiede di combattere, anche duramente.
Concludo con un brano che chiude molte delle preghiere ebraiche: Colui che fa Shalom nelle sue elevatezze faccia Shalom su di noi, su tutto Israel, su tutta l’umanità.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


2 Commenti:

  1. Che dire..
    Quanta saggezza,quanta cultura, quanto insegnamento e poi quanta dolcezza …e buon sentimento…. tutto ciò che riguarda Israele,i suoi cittadini ovunque essi siano…sa di buono, di onesto,di giusto ,di apertura di comprensione ….Ogni volta la mia mente si apre,impara e ragiona.Grazie/thanks so much


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