Cultura
Il ruolo del premier nella storia dello stato di Israele

Disequilibri e nuove fisionomie del priemierato, tra passato e presente

Il ruolo del premier, in Israele, rimanda direttamente all’antica sovranità ebraica perduta, e poi riconquistata nel 1948, così come ai perduranti stati di emergenza che il Paese ha dovuto affrontare da quell’anno in poi. Assai più del Presidente dello Stato, il Primo ministro in carica (qui useremo indistintamente le varie dizioni esistenti, tra le quali quella di Presidente del consiglio dei ministri, di Premier, di Primo ministro, di capo del governo, anche se dal punto di vista del diritto costituzionale le figure non sono per nulla identiche, semmai essendo contraddistinte da una differente capacità di potere e da una diversa autonomia decisionale) è il ruolo chiave sul quale si appuntano le speranze e le aspettative, e quindi anche le eventuali delusioni, di un’indipendenza politica della quale l’ebraismo ancora oggi fatica a capacitarsi appieno.

L'”eccezionalismo” ebraico

Poiché è sulla sua persona fisica che si riconnettono non solo aspetti pur decisivi delle decisione strategiche ma anche tutti i simbolismi che rimandano alla ricomposizione delle diaspore, un processo sul quale Israele, in settanta e più anni di esistenza, riannoda il senso non solo della sua identità ma anche dei suoi stessi motivi d’essere. Non è quindi un caso se le polemiche (assai più raramente le apologie o comunque le lodi) contro i Premier succedutisi dall’Indipendenza ad oggi, siano state tanto intense quanto ripetute. Poiché il capo del governo in Israele simboleggia, nel torto come nella ragione delle sue scelte, la sopravvivenza stessa dell’esperienza politica statuale. Al netto del fatto che qualsivoglia democrazia non è assolutamente riconducibile ad una sola delle sue istituzioni. D’altro canto, Israele non riesce a pensarsi, né viene pensata, come qualcosa che possa andare oltre la soglia dell’emergenza e del miracolo. Il binomio tra ebrei ed eccezionalismo è qualcosa che accompagna la modernità politica, dal Settecento in poi, testimoniando della persistenza di una minoranza in regimi di omogeneizzazione delle differenze attraverso la cittadinanza repubblicana. Così come il ritorno della statualità politica, costituisce un’evidente infrazione rispetto alla millenaria dinamica diasporica. Un miracolo, per l’appunto, essendo Israele il paese dove maggiore è il grado di pluralismo delle identità, definito dallla molteplicità delle provenienze ebraiche. Battere il tasto dell’«identità» nazionale, di cui i Premier si sono fatti, di volta in volta, diretti garanti, è indice quindi di una perdurante ed irrisolta eterogeneità. Israele non sarà mai uno, ancorché indivisibile, ma i molti che cercano di stare in “uno”.

Il concetto di Nazione

Che ciò sia anche il fuoco di un eterno conflitto, non può quindi sorprendere. La preminenza del ruolo del Premier, in tale senso, forse solo con l’ultimo dicastero Netanyahu è stata in parte messa in discussione. Poiché la presenza, per nulla notarile, dell’attuale capo di Stato Reuven Rivlin, likudnik di antica radice e depositario di una memoria politica che fatica ad identificarsi con quella del leader dell’attuale destra, si è contraddistinta per una diversa concezione della nazione israeliana. Mentre Netanyahu ha impresso ad essa una dimensione etnica, per Rivlin rimane preminente il patto di cittadinanza repubblicana. Su un piano più strettamente istituzionale, normativo ed operativo, il Premier israeliano da sempre somma su di sé la duplice figura di capo politico della maggioranza che regge il Parlamento e di garante dell’unitarietà dell’azione di governo. Al pari di qualsiasi figura similare nelle moderne democrazie a sviluppo avanzato. Il governo è l’organo del potere esecutivo, funzione che esercita nei limiti della fiducia accordatagli dalla Knesseth, secondo le prerogative riconosciutegli dalla Legge Fondamentale ad esso intitolatagli (1968, poi mutata nel 1992 ed emendata nel 2001). Il potere del Primo ministro, Rosh HaMemshalah («capo del governo»), che spesso in Israele si è circonfuso di un’aura di carismaticità, al riscontro dei fatti è però assai più vincolato di quanto non paia. Anche nel suo caso i margini d’azione sono dettati perlopiù dalle condotte e dalle intenzioni della coalizione che lo sorregge, sia all’interno del Consiglio dei ministri sia in Parlamento. Il Nasì («Principe» o «Patriarca»), il Presidente dello Stato d’Israele, che porta l’antico titolo del capo del Sanhedrin (l’«Alta Corte»), svolge invece funzioni circoscritte e può contare su uno scarso numero di poteri sostanziali. Per ogni suo atto, infatti, necessita della controfirma ministeriale, non essendone politicamente responsabile, con l’eccezione della nomina del primo ministro, in genere il leader del partito di maggioranza relativa nella coalizione vincente alle elezioni.

Dalla stabilità alle turbolenze parlamentari

Concretamente al Presidente sono demandate quelle funzioni di rappresentanza dell’unità nazionale e di preservazione «cerimoniale dei suoi simboli», sulla scorta del modello formale che si attaglia al sovrano inglese. Mentre la sfera di indirizzo politico è, per l’appunto, l’ambito specifico della premiership. Dal 1948 ad oggi si sono succeduti nella carica di Primo ministro diverse figure eminenti, a partire da David Ben Gurion (per ben nove diversi mandati, a capo del partito Mapai); Moshe Sharett (due volte, Mapai); Levi Eshkol (tre volte, anch’egli del Mapai); Yigal Allon (nel 1969, per un breve lasso di tempo); Golda Meir (tre volte, Mapai e poi Partito Laburista); Menachem Begin (due volte, nel Likud); Yitzhak Shamir (tre volte, del Likud); Yitzhak Rabin (due volte, del Partito Laburista); Shimon Peres (due volte, Partito laburista); Benjamin Netanyahu (quattro volte Likud); Ehud Barak (One Israel); Ariel Sharon (tre volte, Likud); Ehud Olmert (due volte Kadima). L’estrema intercambiabilità della leadership è strettamente connessa alla natura coalittiva delle maggioranze parlamentari, all’alto tasso di volubilità delle medesime, al potere di condizionamento (al limite del ricatto politico) che gli alleati di minoranza possono svolgere nei confronti del premier e del suo partito. Il differenziale tra i voti parlamentari della maggioranza e quelli dell’opposizione, in più di un caso, si è infatti ridotto a un solo deputato. Con le conseguenti marette che da ciò ne sono derivate. D’altro canto, Israele, se nei primi trent’anni della sua esistenza potè garantirsi una relativa stabilità con le coalizioni che vedevano comunque la sinistra laburista (o socialdemocratica, che dire si voglia) in posizione preminente, esercitando quest’ultima una netta egemonia culturale su tutta la società, con la seconda metà degli anni Settanta ha conosciuto non solo un radicale cambiamento di colore politico, il Ma’apach, con l’affermazione della destra, ma anche l’avvio di un lungo periodo di turbolenze parlamentari, dovute al formarsi, al disfarsi e al ricostituirsi di maggioranze a volte anche estremamente eterogenee.

La questione sicurezza

Inevitabile che in una tale situazione, a tutt’oggi ben lontana dall’essere risolta – vuoi per il sistema elettorale del Paese vuoi per la natura stessa dell’azione politica israeliana, perennemente giocata sul delicato equilibrio tra amministrazione ordinaria ed eccezionalismo dettato dalle pressioni del quadro geopolitico – il ruolo del capo del governo ne sia risultato ulteriormente accentuato. Poiché assomma su di sé non solo oggettive funzioni decisionali che i suoi colleghi di altri paesi, soprattutto europei, non sono chiamati concretamente ad esercitare, ma anche perché deve essere garante supplementare dell’unità del Paese davanti alle minacce esterne. In altre parole, il capo del governo è la figura alla quale è demandata la prima decisione nei momenti di maggiore criticità e verso cui la società israeliana guarda attendendosi una risposta coerente. Anche per questo le figure che hanno lasciato un più tangibile ricordo di sé sono quelle che hanno dovuto operare nelle emergenze belliche (tra gli altri senz’altro Ben Gurion, Meir, Sharon) ma che già portavano con sé una specifica impronta legata alla capacità di gestire tutti i temi nell’ampia agenda della «sicurezza». Peraltro, nessun pretendente al ruolo di primazia politica in Israele può pensarsi al di fuori di una tale competenza, essendo ritenuta la prima in assoluto rispetto alle priorità dello Stato ed essendo tematizzata nei termini della sopravvivenza collettiva. Benjamin Netanyahu, da questo punto di vista, si è inserito nel solco dei suoi predecessori. Pur non vantando nel suo curriculum il comando delle Forze armate (come invece Rabin e Barak, al pari del mancato primo ministro Moshe Dayan) o un ruolo di preminenza in esse (Sharon, Allon), tuttavia anch’egli ha potuto esibire un qualche blasone che lo ha reso assimilabile per più aspetti alla controparte laburista prima e poi a quella della coalizione Kahol Lavan («blu e bianco). Lo ha giocato con discrezione, essendo peraltro anche il fratello di Jonathan, l’unica vittima nell’operazione Mivtsa Kadur HaRa’am («Operazione Fulmine») con la quale nel 1976 furono liberati i passeggeri del volo Air France tenuti in ostaggio ad Entebbe, in Uganda. Un capitale di credibilità che ha saputo volgere a suo favore, presentandosi come il garante di una risposta determinata ma flessibile dinanzi alle minacce regionali. Va anche fatto notare che a lungo, quanto meno fino alla seconda metà degli anni Settanta, la selezione dei quadri dirigenti delle Forze di difesa israeliane seguiva il principio, già definito da Ben Gurion prima dello stesso 1948, per cui si doveva optare per la promozione del personale politicamente più “moderato”, ossia in grado di garantire maggiore fedeltà alla coalizione di centro-sinistra. Fatto che poco o nulla aveva a che fare con la concreta azione sul terreno da parte degli esponenti più in vista dell’esercito (da Dayan a Sharon il grado di autonomia operativa da questi assunto è sempre stato marcato, tuttavia mai eccedendo o derogando il rapporto diretto con il Premier, con l’eccezione della vicenda libanese nel 1982, quando per l’appunto Sharon di fatto operò saltando a piè pari le mediazioni di Begin) ma che fino a non molto tempo fa ha costituito un filtro nel sistema delle promozioni ai massimi livelli.

Nuove fisionomie

In questo contesto, la figura del Primo ministro, al netto dei due grandi temi della sicurezza e delle relazioni con gli arabo-palestinesi, si è sempre dovuta confrontare con la questione della mutevolezza del quadro regionale e con la necessità di avere un quadro di alleanze sulle quali contare soprattutto di fronte alle croniche mancanze di risorse prime che si accompagnano allo sviluppo del Paese. Se durante gli anni del laburismo al potere la funzione di indirizzo esercitata dallo Stato giungeva quasi a soverchiare l’iniziativa privata, con l’ingresso della destra nel “palazzo” le cose sono progressivamente mutate. Fondamentale è risultato quindi il ruolo della premiership nella progressiva contrazione della presenza pubblica in economia. Un fenomeno, quest’ultimo, per molti aspetti simile, o comunque in accordo, con quanto avveniva nei paesi occidentali. L’ultimo premierato Netanyahu, antecedente al fallimento del tentativo di dare corso alla ventesima legislatura, si è rivelato fortemente polarizzante. Di fatto il leader del Likud si inscrive in quel novero di capi del governo che, anche da posizioni politiche differenti, tuttavia valutano come in via di profonda trasformazione il sistema delle relazioni internazionali. La qual cosa non può non incidere sui posizionamenti a venire del Paese. In un tale quadro, il mutamento si riflette anche sugli istituti della democrazia nazionale dove da tempo, soprattutto per quello che concerne l’indipendenza della magistratura, è in corso un conflitto politico particolarmente intenso. Più in generale, qualsiasi giudizio sulle scelte delle coalizioni di governo deve comunque confrontarsi con l’evoluzione della società, dove al deciso incremento demografico si sta accompagnando una nuova stratificazione di ceti e gruppi destinati a ridisegnare, ancora una volta, la fisionomia d’Israele. L’ascesa e il declino dei premierati vanno letti sempre e comunque in rapporto a questa irrisolta tensione, che rimanda ad uno dei punti dai quali siamo partiti, ossia la questione di un’identità tanto tenacemente (e ossessivamente) richiamata quanto destinata a rimanere nei fatti fluida, scontornata. Malgrado i tentativi di cristallizzarla in una qualche formula illusoriamente definitiva. Poiché la storia scorre e gli uomini anche, ovviamente insieme ad essa.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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