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Sdoganare la pseudoscienza antisemita

L’improvviso successo di Kevin MacDonald: cosa succede se riviste scientifiche basate sulla peer-review pubblicano o discutono teorie razziste.

Nei vent’anni intercorsi dalla pubblicazione del suo libro più noto, “The Culture of Critique”, Kevin MacDonald, professore emerito di psicologia presso la California State University di Long Beach, si è lamentato della scarsa attenzione che il mondo accademico ha rivolto al suo lavoro – sebbene ci siano delle ragioni per questo silenzio. Il libro, dopotutto, ha parecchio in comune con le teorie antisemite e complottiste di vecchia data: servendosi del linguaggio della psicologia evoluzionista, MacDonald sostiene ignobilmente che molti ebrei si pongono in contrasto coi valori della civiltà occidentale allo scopo di perseguire gretti interessi di gruppo.

MacDonald denuncia, ad esempio, l’esistenza di una “élite ebraica” che sarebbe “emersa per dominare il dibattito intellettuale e politico”, nonostante “provi un’avversione quasi istintiva per le istituzioni tradizionali della cultura euro-americana”.

“Effettivamente, l’odio intenso dei nemici percepiti sembra essere un’importante caratteristica psicologica degli ebrei”, scrive MacDonald.

Fin dalla pubblicazione del libro nel 1998, MacDonald si è apertamente schierato con i suprematisti bianchi, tra cui l’ex leader del Ku Klux Klan David Duke, e ha testimoniato a favore del negazionista della Shoah David Irving. Più recentemente, l’opera di MacDonald ha acquisito notorietà negli ambienti dell’emergente Alt-Right. Il Daily Stormer, un blog di orientamento suprematista bianco, a volte lo chiama affettuosamente “K-Mac”.

 

Il razzismo ha un posto a tavola?

Salvo poche eccezioni, gli esponenti della psicologia evoluzionista hanno ignorato a lungo l’opera di MacDonald – o almeno, fino a quest’anno. In marzo, la rivista Human Nature ha pubblicato una tagliente ma rispettosa confutazione delle teorie postulate in “The Culture of Critique”. Dopodiché, ai primi di giugno, una difesa a gola spiegata del lavoro di MacDonald è apparsa sull’Evolutionary Psychological Science, una rivista di ampia diffusione e basata sulla peer-review, pubblicata da Springer Nature.

L’articolo, intitolato “Jewish Group Evolutionary Strategy Is the Most Plausible Hypothesis” [La strategia evoluzionista degli ebrei come gruppo è l’ipotesi più plausibile], riprende in gran parte le tesi di MacDonald. Sostiene che gli ebrei si sono evoluti per perseguire strategie che “promuovano gli interessi ebraici in Occidente”, e che gli ebrei potrebbero essere portati biologicamente a essere più etnocentrici di altri popoli.

Come hanno evidenziato gli esperti, in queste tesi riecheggia una lunga storia di retorica antisemita. Ma c’è di più, sollevano domande spinose in un’era in cui l’approccio convenzionale alle questioni etniche, politiche, perfino scientifiche sta cambiando. Teorie bigotte come quelle di MacDonald meritano una confutazione equilibrata, ad esempio? O persino una critica rispettosa ottiene l’effetto di legittimarle come parte dell’opinione corrente? Perché vent’anni dopo, improvvisamente, Kevin MacDonald sta trovando dei difensori nel mondo accademico? E infine, perché riviste indubbiamente rispettabili, basate sulla peer-review – inclusa una che vanta nel suo consiglio di redazione luminari come Steven Pinker di Harvard e il neuroscienziato Sam Harris – si stanno ora prodigando a pubblicare apologie di quella che è per decenni è stata liquidata come pseudoscienza antisemita?

 

Cofnas: il silenzio non è la risposta

Viene fuori che Nathan Cofnas, l’autore della critica a MacDonald, bazzica negli stessi ambienti intellettuali di Edward Dutton, che ha scritto invece la recensione a suo favore. I due si sono incontrati qualche anno fa alla London Conference on Intelligence, un raduno annuale dove i partecipanti, stando a quel che si dice, parlano di argomenti controversi (e in larga parte screditati) come l’eugenetica, il quoziente intellettivo e la biologia della diversità razziale.

Entrambi sono inoltre legati allo Ulster Institute for Social Research, un piccolo think tank britannico che pubblica articoli sulle differenze razziali, l’evoluzione umana e il quoziente intellettivo. Il direttore è l’intellettuale controverso Richard Lynn, popolare tra quelli che sostengono che i neri sono per natura meno intelligenti dei bianchi. Cofnas ha pubblicato un libro con lo Ulster Institute nel 2012, che poi ha ritirato dalla pubblicazione – confidando, così dice, di tenerlo da parte per inserirlo in un lavoro futuro. E Dutton mi ha detto che riceve fondi dallo Ulster Institute come studioso affiliato.

MacDonald è trascurato dalla maggior parte degli intellettuali noti.

E tuttavia è molto influente.

In un’intervista a Undark, Cofnas ha dichiarato che il suo interesse per il lavoro di MacDonald era cominciato quando era giovane, ma che un suo relatore l’aveva scoraggiato dall’occuparsene. La popolarità di MacDonald è apparentemente cresciuta con l’avvento della Alt-Right, e Cofnas, attualmente dottorando in filosofia della biologia a Oxford, ha pensato che fosse arrivato il momento di rispondere. “Il mondo accademico ha rifiutato con decisione le idee di MacDonald in quanto non rappresentative della psicologia evoluzionista, e così via. Ma perché nessuno ha mai semplicemente mostrato perché sono così sbagliate?” Cofnas mi ha detto. “MacDonald è trascurato dalla maggior parte degli intellettuali noti. E tuttavia è molto influente”.

Esponenti della Alt-Right come Richard Spencer, ha proseguito Cofnas, ammirano il lavoro di MacDonald. Cofnas afferma che lo stesso vale per alcuni psicologi evoluzionisti – sebbene in sordina, visto che si tratta di idee tanto controverse.

“Una risposta era senz’altro giustificata”, ha detto.

Nelle sue 21 pagine di confutazione al lavoro di MacDonald, Cofnas sostiene che lo studioso faccia un uso improprio delle fonti e applichi la sua teoria in modo diverso per gli ebrei e i non ebrei, e sceglie una spiegazione complicata per la storia ebraica quando altre più semplici sarebbero bastate. Cofnas non era nemmeno sicuro che una confutazione di MacDonald sarebbe stata accettata da una qualche rivista, ma la prima alla quale ha inviato una bozza, Human Nature, lo ha fatto.

Quando abbiamo parlato, ho chiesto a Cofnas se non fosse preoccupato che rispondere a MacDonald potesse legittimare le sue idee. Perché non dire semplicemente che il nostro ha una lunga storia di antisemitismo, che ripropone vecchi cliché, e finirla lì? “In linea di principio non c’è niente di sbagliato, a mio avviso, nel cercare di capire perché un gruppo si comporta in quella data maniera”, ha risposto Cofnas.

“Non penso che certe discussioni dovrebbero essere messe al bando”, ha continuato, “perché ci ricordano una storia che non ci piace. Non è necessario respingere MacDonald per una simile ragione, penso che ci siano delle inequivocabili ragioni scientifiche per farlo”.

La sua confutazione ha riscontrato un notevole favore di pubblico. È raro che gli articoli scientifici ottengano più di qualche centinaio di download, ma quello di Cofnas è stato scaricato più di 30.000 volte nelle prime due settimane della sua messa online. A presente, è stato scaricato più di 50.000 volte. Jane Lancaster, antropologa emerita presso la University of New Mexico e direttrice responsabile di Human Nature, mi ha detto che non si sarebbe mai aspettata questo tipo di riscontro per l’articolo di Cofnas. Non era precedentemente informata sulla popolarità di MacDonald negli ambienti della Alt-Right, ha spiegato, e non aveva realizzato che le persone fuori dal giro fossero così interessate all’evoluzione culturale ebraica. “Ero sbalordita”, ha detto, aggiungendo che l’articolo è stato scaricato così tante volte in un mese “tanto quanto di solito succede con l’insieme dei manoscritti in un anno”.

Era preoccupata che l’articolo di Cofnas, prendendo MacDonald seriamente, avrebbe legittimato la sua tesi?

Una simile preoccupazione, ha detto Lancaster, non l’aveva nemmeno sfiorata.

“E se lo avesse fatto, non mi avrebbe convinto”, ha aggiunto. “Non rispondere a una tesi non la fa sparire”.

Lancaster mi ha spiegato che Edward Dutton aveva inviato la risposta a Cofnas – l’articolo che difende MacDonald – anche a Human Nature. Era una critica che “non stava in piedi”, ha affermato, e così era stata respinta. Al contrario, ci è voluto poco perché fosse accettata da Evolutionary Psychological Science. Una rivista fondata nel 2014 con un buon numero di figure prominenti nel suo consiglio editoriale – tra cui Pinker, lo psicologo cognitivo di Havard, autore di numerosi bestseller; Harris, il neuroscienziato e filosofo morale; e lo psicologo evoluzionista della University of Texas David Buss.

 

Dutton si schiera con MacDonald

Per parte sua, Dutton – che tiene lezioni all’Università di Oulu in Finlandia – non possiede una formazione scientifica. Il suo dottorato è in studi religiosi, ma ha un interesse di lungo corso, ha detto, per l’evoluzione, e recentemente ha co-scritto un libro con Richard Lynn “sull’evoluzione e le differenze razziali nell’abilità sportiva”. I suoi articoli sul quoziente intellettivo e il credo religioso sono stati anche ampiamente citati dai media.

Quando abbiamo parlato su Skype all’inizio di questo mese, a un certo punto Dutton ha interrotto la conversazione per chiedermi di dove fossi. Gli ho risposto che non avevo del tutto capito la domanda. “Lei è dell’Iran?”, ha domandato. Gli ho spiegato che ero del Tennessee. “Le sue origini – ha una faccia da iraniano, o qualcosa del genere”. Quando gli ho chiesto perché fosse rilevante, ha cambiato discorso.

Alla fine dell’intervista, Dutton ha tirato di nuovo fuori la faccenda delle origini. “Il motivo per cui le ho chiesto quali fossero le sue origini è perché deduco dal suo cognome che probabilmente lei è ebreo”, ha detto, aggiungendo che non capiva perché mi stessi occupando di questo argomento per Undark.

A parte indagare sulle mie origini, Dutton ha spiegato che il lavoro di MacDonald inizialmente lo aveva lasciato scettico, ma che in ultima analisi aveva deciso che i suoi punti principali potrebbero avere un senso. In un articolo pubblicato nel 2016, Dutton e un suo collega hanno analizzato i dati di un’indagine svolta in quattro gruppi religiosi negli Stati Uniti – Battisti, Cattolici, Metodisti ed Ebrei – a proposito della loro identità di gruppo. Può sembrare debole come prova per basarci sopra una teoria ultima della storia ebraica, eppure da questo e da altri studi, Dutton ha concluso che gli ebrei possono essere per natura più etnocentrici di altri gruppi. E mi ha detto, se gli ebrei sono “congenitamente più etnocentrici”, ne consegue che “è un’ipotesi ragionevole pensare che se sono sovra-rappresentati nei movimenti intellettuali che sono buoni per gli ebrei, ciò rientrerebbe, perlomeno in parte, nel quadro di una strategia etnocentrica”.

Mica tutto quello che si insegnava in passato

– dice Dutton – era sbagliato.

Nell’articolo, e nella nostra conversazione, Dutton ha ripetuto a pappagallo la tesi di MacDonald secondo la quale gli ebrei, per nascoste ragioni etniche, gravitano verso movimenti intellettuali come il multiculturalismo o il femminismo. Si tratta di movimenti, sostiene Dutton, che intaccano la solidarietà etnicamente bianca dell’Occidente. “Ecco cosa penso stia succedendo con l’alto numero di ebrei nelle file delle ideologie che deliberatamente mettono in dubbio le tradizioni occidentali e quindi rendono l’Occidente meno etnocentrico”, mi ha detto. “Indebolire le strutture che rendono l’Occidente etnocentrico – cose come la religione, cose come i confini sessuali, quel tipo di cose”.

Ho chiesto a Dutton cosa avesse da dire sul fatto che MacDonald giunge a conclusioni che rispecchiano teorie antisemite di vecchia data.

“Su questo lei non può farci proprio niente”, ha replicato Dutton. “Mica tutto quello che si insegnava in passato era sbagliato”.

 

In dovere di dire la propria

Todd Shackelford, psicologo evoluzionista dell’Università di Oakland in Michigan e fondatore di Evolutionary Psychological Science, definisce l’articolo di Dutton “rischioso”. Ma, puntualizza, proprio per questo era un buon affare. “Voglio che questa sia una rivista che pubblica roba più arrischiata. Roba più ai margini. Roba che corre più di un rischio”, mi ha detto Shakelford.

Ha aggiunto che non era d’accordo con tutto l’articolo di Dutton e, in una mail successiva, ha insistito che ha “serie riserve sulle tesi di Dutton”. Ma le ha ritenute una risposta autorevole all’analisi di Cofnas su MacDonald. “Ho pensato che Dutton avesse fatto un buon lavoro nel dire ‘fermi tutti, forse abbiamo gettato via il bambino con l’acqua sporca’”, ha detto Shackelford.

Shackelford riferisce di rifiutare tra il 75 e l’80% degli articoli, ma quello di Dutton ce l’ha fatta. Cofnas era uno dei due peer-reviewer anonimi, ed entrambi l’hanno segnalato per la pubblicazione.

Naturalmente, non tutti gli accademici nel campo della psicologia evoluzionista sono così ansiosi di occuparsi delle teorie di MacDonald. Quando gli hanno domandato un commento da esperto sull’articolo di Dutton, Robert Boyd, antropologo presso la Arizona State University e veterano della materia, ha risposto che non se ne sarebbe occupato nemmeno alla lontana. “È una tesi completamente deleteria”, ha scritto in un’email. Non c’è modo di affrontarla scientificamente. I dati sono inaffidabili, le persone hanno forti preconcetti e gli argomenti sono così esplosivi che si finisce per fare di ogni discussione un’occasione di moralismo”.

Ora che abbiamo due articoli in una rivista accademica,

tutti sono portati a sentirsi in dovere di dire la propria

Alla richiesta di un commento da parte di Undark, Steven Pinker ha dichiarato di non aver letto l’articolo di Dutton. Dopo di ciò, ha scritto a Shackelford, il direttore della rivista, esprimendo disappunto per la scelta di pubblicarlo. “Sono il primo a riconoscere che le idee politicamente controverse non dovrebbero essere censurate dalle riviste scientifiche, se sono supportate da teoria e dati rigorosi”, si legge nella mail che Pinker ha scritto a Undark. “Ma sia la teoria di MacDonald che la difesa di Dutton sono tremendamente deboli”.

(In un’email a Undark dopo aver ricevuto il messaggio di Pinker, Shackelford aveva fatto osservare che la rivista aveva in programma di pubblicare la risposta di Cofnas. “Col senno di poi, avrei preferito ritardare la messa online dell’articolo di Dutton, di modo che potesse essere pubblicato simultaneamente con la risposta di Cofnas”, ha scritto).

La teoria di MacDonald, sostiene Pinker nell’email che mi ha scritto, “non è ricavabile dalle idee fondamentali della psicologia evoluzionista”. Ma le sue tesi “ricordano, punto per punto, i classici cliché dell’antisemitismo, ogni sua affermazione è gratuitamente odiosa nei confronti degli ebrei, invece di essere presentata con un linguaggio neutrale e scientifico”. Pinker ha anche messo in dubbio l’apporto dell’articolo di Dutton alla questione. “Non avevo mai visto un articolo in una rivista scientifica il cui scopo fosse stabilire la “plausibilità” di una teoria, un giudizio intrinsecamente soggettivo”, mi ha detto Pinker. “Peggio ancora, l’articolo fallisce nel perorare anche la causa della plausibilità, ripetendo una scusa ad hoc dopo l’altra per gli ovvi controesempi alle affermazioni di MacDonald”.

Aryeh Tuchman, direttore associato della Anti-Defamation League’s Center on Extremism, ha tenuto traccia del lavoro di MacDonald per anni. “Ero sbalordito dal modo in cui MacDonald si appropria di vecchi cliché antisemiti”, ha detto.

“Ero tipo, ‘Oddio,” ha continuato, “questo l’ho studiato in università, ci ho scritto sopra degli articoli, e ora ecco questo qui che lo mette in pratica, allo stato brado per così dire, e lo presenta come scienza invece che come un glossario dell’antisemitismo o un ritratto di eventi o fenomeni storici”.

Tuchman è preoccupato riguardo all’effetto del rinnovato interesse per le idee di MacDonald.

“Ora che abbiamo due articoli in una rivista accademica, tutti sono portati a sentirsi in dovere di dire la propria”, ha affermato. “Una situazione davvero infelice. Queste idee è meglio lasciarle al podcast di David Duke, non sono da rivista scientifica”.

Nel corso della nostra conversazione, Shackelford, il direttore della rivista, ha dichiarato che è importante dibattere apertamente le idee controverse. “Dobbiamo fare attenzione a escludere qualcosa perché ci fa arrabbiare”, mi ha detto.

“Se MacDonald ha torto”, ha affermato, “vediamo perché ha torto”.

 

La vera grana

Naturalmente ci sono molte idee – alcune con un seguito appassionato – che non godono di molta attenzione nelle riviste accademiche. Come credere che la Terra sia piatta, ad esempio, o credere negli unicorni, o nella teoria che il governo federale inscena le sparatorie nelle scuole. Dibattere una teoria come quella di MacDonald vuol dire legittimarla e accettarne tacitamente alcune premesse – ovvero, che c’è un distinto, sottile “piano ebraico” o una “psicologia ebraica”, che esiste in tensione con la società europea bianca.

Un’idea, come Pinker, Tuchman, e altri sottolineano, che non è né radicale né nuova. È forse il concetto antisemita di più vasta influenza dei secoli scorsi.

Ma qui c’è la vera grana – che riguarda non solo gli scienziati, ma anche i giornalisti e gli altri cittadini in un’epoca di crescita del suprematismo bianco. Le cattive idee prosperano quando noi le ignoriamo? O è invece il dibattito – il botta e risposta aperto e pubblico – che in realtà fornisce loro ossigeno e legittimità?

Sulla scia di questi pensieri, sono stato combattuto sull’opportunità di contattare o meno lo stesso MacDonald per questo pezzo. Non è difficile trovarlo. Con tutte le sue dichiarazioni di esilio intellettuale, ha mantenuto la cattedra di ruolo alla California State Long Beach per anni – per quanto il consiglio di facoltà dell’Ateneo abbia compiuto diverse mosse per prendere le distanze. Alla fine, ho deciso di chiamarlo e chiedergli che cosa provasse a vedere il suo lavoro discusso su pubblicazioni accademiche nel 2018. “È grandioso, dopo vent’anni, finalmente il libro sta ricevendo attenzione”, MacDonald mi ha detto.

“Sono stato molto sorpreso di trovarlo pubblicato su Evolutionary Psychological Science”, ha aggiunto, affermando di esserne rimasto “piuttosto felice”.

Nel suo articolo, Cofnas sostiene che MacDonald applichi un doppio standard a ebrei e non ebrei, ipotizzando costantemente moventi etnici per le azioni degli ebrei, e dando per scontati altri tipi di movente per tutti gli altri. MacDonald è sembrato incerto su come rispondere a quest’accusa. “Non saprei – quando valuto gli ebrei, cerco di capire se agiscono con un movente ebraico”, e ha aggiunto: “Non puoi trovare moventi ebraici presso i non ebrei”.

Non fa una piega. E qui, irrimediabilmente, giace la logica circolare e inespugnabile: se gli ebrei hanno moventi ebraici, allora qualsiasi cosa gli ebrei facciano può essere attribuita a moventi ebraici.

MacDonald ha scritto un lungo articolo in risposta a Cofnas – 17.000 parole – che è apparso sulla sua pagina di Research Gate e su The Unz Review, una piattaforma di blogging che ospita molti autori della Alt-Right. Lo conclude avanzando l’ipotesi che Cofnas, in quanto ebreo, sia stato spinto da qualcosa di più del rigore scientifico e intellettuale nel contestare le sue teorie accademiche.

“Penso proprio”, mi ha detto MacDonald, “che ci sia un movente etnico”.

Michael Schulson
Giornalista presso Undark

Michael Schulson è uno scrittore statunitense freelance che si occupa di scienza, religione, tecnologia ed etica. I suoi articoli sono stati pubblicati da Pacific Standard Magazine, Aeon, New York Magazine e The Washington Post, tra altre testate; tiene le rubriche The Matters of Fact e Tracker columns per Undark.


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