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La storia di Settimia Spizzichino

L’unica donna tra i 16 ebrei romani sopravvissuti al rastrellamento e alla deportazione del 16 ottobre 1943

Ci sono pensieri che teniamo ben stretti come fili di Arianna, perché confidiamo che sappiano guidarci in quell’intrico incredibile, inspiegabile, incomprensibile che è il labirinto del mondo. Che sappiano condurci se non fuori dal dedalo, almeno fino a un punto di osservazione privilegiato, dal quale lo sguardo possa spaziare fino a cogliere quel senso che, sì, non si era capito subito, però c’è, ci deve essere. Deve dare una risposta ai nostri perché.

E poi ci sono storie che tranciano il filo di netto. Ce ne ritroviamo un’inutile estremità tra le mani e capiamo quanto l’affidarsi ciecamente al suo snodarsi, senza nessun dubbio o ridiscussione dei termini, sia stato sciocco.

Dei 16 ebrei romani sopravvissuti al rastrellamento e alla deportazione del 16 ottobre 1943, Settimia Spizzichino (1921-2000) è l’unica donna. Ha 22 anni quando viene catturata con tutta la famiglia. Per un’imprudenza della sorella Giuditta, che in un guizzo d’impulsività decide di fuggire da un nascondiglio pressoché perfetto e si imbatte nei soldati tedeschi mentre scende le scale.

La bellezza salverà il mondo. Può darsi, ma il filo si spezza nell’apprendere che i soldati tedeschi che organizzarono la deportazione fecero lunghe deviazioni di percorso prima di lasciare Roma e che l’ipotesi più accreditata non fosse che non conoscevano la strada, ma che volevano ammirare la città. Troppo facile affrettarsi a precisare che si parla di un altro genere di bellezza. L’idea che si possa essere sensibili al bello e al contempo insensibili all’umano sconvolge i fondamenti della nostra educazione.

Arrivata ad Auschwitz, Settimia supera la prima selezione, quella in cui i nuovi arrivati vengono assegnati, a seconda di come appaiono le loro condizioni fisiche, alle camere a gas o al lavoro coatto. Di solito è così, ma per Settimia c’è un’altra destinazione.

La fiducia nella scienza e nella cultura è un altro filo del quale ci piace afferrare l’estremità. Non può esserci malvagità dove ci sono studio e conoscenza. Di nuovo il filo si spezza. Settimia viene destinata al laboratorio di Josef Mengele, il luogo dove qualsiasi esperimento è permesso e impunito. Sopravvive alla scabbia, al tifo e a tutte le altre malattie che le iniettano di proposito per sperimentare le cure. Non di rado peggiori della malattia stessa. La ragazza esuberante che se ne infischiava delle leggi razziali (“io a Roma andavo a bermi il caffè dove volevo, anche fuori dal ghetto”) è la stessa che allo sguardo che dice “Questa non ce la fa” replica con un pensiero silenzioso: “E invece vedrai che ce la faccio”.

Settimia sopravvive alla marcia della morte dell’inverno 1945, e poi a una fucilazione di massa, nascondendosi per giorni sotto alcuni cadaveri. Il 15 aprile, quando viene liberata, è il giorno del suo compleanno.

In certi posti non si vuole tornare e di certe cose non si vuole parlare.

Nei primi anni, Settimia è frenata dal pudore, dalla paura che la sua testimonianza porti ancora più dolore a chi intorno a lei è sopravvissuto e cerca di ricominciare. Ma la donna che ha pensato “Io ce la faccio” dentro il laboratorio di Mengele non può lasciar correre certe frasi. “E tu come hai fatto a sopravvivere? Ti sei venduta?”. Tale è l’ignoranza sui campi di sterminio negli anni dopo la guerra.

Settimia diventa un’infaticabile testimone. Racconta la sua storia alle persone, ai media, alle scuole. Fa anche ritorno ad Auschwitz, più volte. Una sensazione strana, rivedere quel luogo di morte trasformato in un memoriale. La prima volta, racconta “ho provato più delusione che emozione, non riconoscevo il posto”.

“Io della mia vita voglio ricordare tutto. Ho una buona memoria”. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Questo è il filo da afferrare e non lasciare, il pensiero da non abbandonare. Non ci farà guadagnare l’uscita dal labirinto, né punti di osservazione particolarmente suggestivi; ma restituirà la giustizia di un nome e di una storia a chi vi è rimasto prigioniero senza nemmeno la speranza di un “perché” tra le mani.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


1 Commento:

  1. Ho conosciuto molti anni fa un altro dei sedici sopravvissuti romani: un vetraio che era venuto a cambiare dei vetri rotti in casa mia. Si era arrotolato le maniche della camicia per lavorare meglio scoprendo sull’avambraccio un lungo numero tatuato di color verde.


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