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Stati Uniti e Israele, le sfide della conferenza annuale di AIPAC

L’American Israel Public Affairs Committee tra antisemitismo, boicottaggio e sostegno nell’attuale politica americana

NEW YORK—Non è cominciata nel migliore dei modi l’edizione 2019 della conferenza annuale di AIPAC, la più importante lobby pro-Israele degli Stati Uniti, che quest’anno ha raccolto ben 18mila partecipanti a Washington.

Prima, con il tweet poco fortunato della deputata del Minnesota Ilhan Omar. «It’s all about the Benjamins baby», è tutta una questione di soldi, ha scritto a febbraio Omar riferendosi al supporto americano per Israele. È un mantra pericoloso, che secondo molti odora di stereotipo antisemita. Alla domanda di una giornalista del Forward a quali soldi si riferisse, Omar ha prontamente risposto: «AIPAC!», sollevando un gran polverone per aver sostenuto che l’organizzazione pro-Israele «compri» il sostegno dei politici americani.

Poi, con linvito al boicottaggio rivolto ai candidati presidenziali del Partito Democratico da parte del gruppo politico progressista MoveOn: «I candidati democratici alle elezioni presidenziali del 2020 non partecipino ad AIPAC». Le ragioni: «AIPAC ha speso milioni di dollari nel 2015 nel tentativo di far fallire l’accordo sul nucleare iraniano; AIPAC ospita tra i suoi oratori Benjamin Netanyahu, che ha recentemente siglato un accordo con un partito razzista israeliano; AIPAC dà una piattaforma agli islamofobi».

Alla vigilia della conferenza a Washington, alcuni media americani hanno riferito che nessuno dei candidati alle primarie democratiche si sarebbe presentato all’evento. Un articolo scomodo per gli organizzatori che devono far fronte alla diffusa percezione di appartenere ad una nicchia partigiana, quella dei repubblicani e dei «trumpisti», e che da decenni invece cercano di porsi al di sopra delle linee di partito.

Poi il colpo finale: a due giorni dall’inizio della conferenza, l’avvocato Robert Mueller ha consegnato al segretario della giustizia Barr l’attesissimo rapporto su una possibile (ora esclusa) collusione della campagna elettorale di Trump con la Russia nel 2016. Domenica, a Washington, gli occhi di tutti erano puntati su Mueller e Barr, di certo non su AIPAC, in attesa che trapelassero le prime informazioni sui risultati dell’inchiesta.

All’apertura, AIPAC ha dovuto quindi dimostrare di essere ancora una piattaforma bipartisan e di saper mantenere la sua rilevanza in un’epoca che vede gli ebrei americani, millennial inclusi, spesso distanti da un supporto a Israele talvolta troppo schierato.

Cos’è AIPAC

Nata 56 anni fa, l’American Israel Public Affairs Committee è considerata la più influente lobby pro-Israele negli USA, con 10mila iscritti, una grossa sede generale a due chilometri dalla Casa Bianca e 17 uffici regionali sparsi per il Paese.

Chi pensa che AIPAC sia una sorta di «lobby ebraica» si sbaglia di grosso. Solo una minoranza, tra gli ebrei americani, fa parte di AIPAC, che attrae invece una sorprendente varietà di iscritti, inclusa una significativa componente di cristiani. È invece bersaglio di forti critiche da parte di molti ebrei americani, che tradizionalmente supportano candidati liberali e che non ne apprezzano il sostegno acritico nei confronti dello Stato di Israele e di Netanyahu.

I pilastri su cui si basa l’ideologia di AIPAC sono il diritto di Israele a difendersi dai suoi nemici, l’Iran in particolare, e il coinvolgimento americano in un possibile accordo di pace tra Israele ed un futuro stato palestinese.

La conferenza di quest’anno

Per mantenere una reputazione di organizzazione bipartisan, anche quest’anno AIPAC ha invitato a parlare esponenti politici di entrambi i partiti, incluso il vicepresidente Mike Pence e la leader dell’opposizione democratica Nancy Pelosi.

Accolta con enorme entusiasmo la ex ambasciatrice degli USA all’ONU, Nikki Haley, considerata un’eroina negli ambienti conservatori e pro-israeliani, dove già si chiacchiera di una sua possibile candidatura alla presidenza nel 2024. «Dobbiamo difendere coloro che non possono difendersi da soli» ha detto di Israele. «Israele è vivo e vegeto!» I critici su Twitter hanno subito sottolineato il carattere contraddittorio del suo intervento, in cui ha presentato Israele sia come vittima che come potenza allo stesso tempo.

Applaudita anche Meghan McCain, popolare conduttrice del programma TV The View e figlia del compianto senatore John McCain, che ha criticato, tra le righe, Ilhan Omar. «Vi sono molte persone oggi, anche nelle sale del Congresso, che credono che l’America sostenga Israele perché Israele è potente. Gli americani non sostengono Israele perché Israele è influente; AIPAC è influente perché gli americani sostengono Israele».

Sul palco, anche alcuni politici israeliani, tra cui Benny Gantz, l’ex leader militare che sfiderà Netanyahu alle elezioni parlamentari del prossimo 9 aprile.

«AIPAC riesce molto bene a mantenere i suoi messaggi bipartisan» — ha detto in un’intervista Laura Adkins, opinion editor della Jewish Telegraphic Agency, invitata a parlare ad una sessione sui millennial tenuta durante la conferenza — «ma non può controllare ciò che i suoi ospiti dicono sul palco. [Gli organizzatori] hanno invitato repubblicani e democratici, ma molti ospiti hanno denunciato l’antisemitismo a sinistra e non quello a destra».

Adkins, che ha partecipato a diverse edizioni della conferenza, sostiene che la tensione causata dalla presidenza di Donald Trump sia ancora palpabile nelle sale dell’evento. «Nel 2015, quando Trump ha fatto il suo primo discorso ad AIPAC, molte persone non sono andate a sentirlo per principio. Io c’ero, e molte persone l’hanno accolto con applausi e ovazioni. Poi AIPAC si è scusato per le critiche di Trump nei confronti di Obama durante il suo discorso. Era la prima volta che una scusa del genere veniva presentata». La maggior parte degli ebrei americani, ha sottolineato Adkins, non ha votato Trump alle elezioni del 2016.

Per quanto riguarda il presunto boicottaggio da parte dei democratici, è probabile che sia una bufala. «AIPAC non invita i candidati negli anni non elettorali» ha spiegato Adkins. «Non essendo invitati a parlare, non avevano motivo di presentarsi. Sarei scioccata, però, se il candidato democratico non parlasse alla conferenza l’anno prossimo».

Rimane aperta la sfida per questa lobby di dimostrare di essere al passo coi tempi. Molti tra i sostenitori più liberali di Israele non si identificano nella retorica dell’organizzazione, per la quale la parola «occupazione» è un tabù.

Per i critici, un fatto resta curioso: a pochi mesi dall’attentato antisemita presso la sinagoga Tree of Life di Pittsburgh, alcuni ambienti politici americani, così pronti a criticare l’antisemitismo di sinistra, sono più restii a condannarlo quando germoglia a destra.

Simone Somekh
Collaboratore

Vive a New York, dove lavora come giornalista e scrittore. Ha collaborato con Associated Press, Tablet Magazine e Forward. Con il suo romanzo Grandangolo (ed. Giuntina), tradotto in francese, tedesco e in prossima uscita in russo, ha vinto il Premio Viareggio Opera Prima. 

@simonesomekh


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