Voci
Teshuvah: la via del ritorno a se stessi

Cosa significa fare Teshuvah: pentirsi o ritornare? Rachele Jesurum racconta la sua personale esperienza di ritorno, tra una grammatica di arabo e un dottorato in ebraistica.

In questi giorni continua a ronzarmi in testa una parola che torna e ritorna nella nostra tradizione. Così concreta ma talmente sfuggente, nonostante la si impari sui banchi della prima elementare studiando le nostre feste: teshuvah. Fare teshuvah, pentirsi, o, come ci rivela l’ebraico, tornare. Ma tornare dove? Ripercorrere, tornare a se stessi, alla propria coscienza.

Alle medie, tra  Rosh HaShanà e Kippur partiva uno scambio di messaggi continui di scuse tra noi compagni di classe a  scuola ebraica. Intendevamo così la teshuvah, ripensare alle nostre azioni e, se fosse stato necessario, scusarci e pentirci. Una pratica sicuramente un po’ infantile e talvolta superficiale (ma che paura immaginarsi il ditone di Dio che sfoglia le pagine del libro della vita o della morte), tuttavia un buon esercizio, che ti obbligava a fermarti almeno una volta l’anno e fare due conti.

Poi sono cresciuta, le cose si sono complicate e purtroppo non sempre bastava un messaggino partito tra settembre e ottobre. Ho scoperto però un altro livello di teshuvah, quello del ritorno. Gli anni del liceo per me pubblico e classico – la rivelazione di un mondo nuovo e immenso al di là del muro della tanto amata scuola ebraica, nido di protezione, seconda famiglia –  sono coincisi per me con quelli dell’Hashomer Hatzair: le occupazioni a scuola andavano a braccetto coi campeggi e la scoperta del socialismo applicato.

Lo studio come via del ritorno
Così a 18 anni carica di tutto questo idealismo e della voglia di partecipare attivamente alla società in cui vivo, ho deciso di partire per Bologna, iscritta alla facoltà di Lingue, culture e civiltà orientali, per studiare Islam e arabo. Volevo valicare il muro, affacciarmi di là.
È stato bellissimo, vitale e fecondo, ma non è stato facile, per niente. Mi sono scontrata con limiti legati al mio cognome e ai timbri sul mio passaporto in un ambiente che era ancora estremamente ideologico e diffidente.

Lo studio dell’arabo e della tradizione islamica però mi appassionavano. Mano a mano che mi concentravo su un nuovo alfabeto e lo studio del Corano e della vita del Profeta, sentivo riattivarsi la voglia di tornare a studiare l’ebraico e l’Ebraismo. Così, mentre puntavo a una laurea triennale  in Islamistica, mi sono rimessa a praticare l’ebraico con studenti israeliani che erano a Bologna per studiare medicina, e ho iniziato a frequentare tutti i corsi presenti nel mio piano di studio che avessero a che fare con la tradizione ebraica. L’incontro con una professoressa adorata ha chiuso il cerchio. Dieci anni dopo aver messo il primo piede in Università convinta che il mio futuro sarebbe stato l’Islam, sto scrivendo una tesi di dottorato in studi ebraici.

Spesso è necessario un aiuto per tornare a se stessi, un’ispirazione che si può trovare solo nell’altro, ma non nel prossimo tuo in modo generico, nell’altra faccia della medaglia, nel tuo – quantomeno teorico – opposto.
Per me fare teshuvah nel senso più profondo del termine è stato questo, e sono certa che non sarei tornata a me, alla mia passione per l’Ebraismo, l’ebraico e gli Ebrei se non avessi guardato all’Islam e sputato sangue sulle grammatiche arabe.
Il mio Ebraismo – ognuno di noi ne ha uno diverso – porta una blusa blu e crede nell’uguaglianza sociale. A volte sembra che il nostro Ebraismo abbia perso la via, non riesce a tornare a se stesso. Vorrei che provasse con tenacia e forza a sbirciare al di là del muro, perché magari si ritrova.

Rachele Jesurum
Collaboratrice

Nata a Milano nel 1988, un cursus honorum composto da scuola ebraica, a liceo classico Alessandro Manzoni e Università di Bologna, dove studia  Islamistica e Arabo. Tra corsi di lingua in Marocco ed esami di Antropologia culturale, capisce che il suo  cuore batteva ancora e sempre più forte per la Storia e la Cultura ebraica. Sceglierà di fare un dottorato di ricerca sul movimento sabbatiano, collaborando al contempo con la redazione umanistica della scuola online Oilproject. Ora vive spostandosi tra Milano, Parigi e Bologna. Fra un treno e l’altro, si è sposata e ha avuto una bambina, Anna Searà.

 


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