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“The last chapter of A.B. Yehoshua”, il docufilm di Yair Qedar, al Salone del Libro

La star è lui, lo scrittore israeliano, che con la sua ironia tagliente si racconta davanti alla cinepresa del regista. Un “ultimo capitolo” intenso, che il regista mette a segno in un mix tra la loro profonda amicizia e la storia del Paese

“Hai fatto quattordici film su scrittori, sono tutti morti, poi hai trovato me che sono ancora vivo e hai colto l’occasione al volo”. Con queste parole ironiche inizia il film documentario The last chapter of A.B. Yehoshua del regista e  giornalista Yair Qedar, che sarà presentato in Italia  il 22 maggio 2022 al Salone del Libro di Torino, più precisamente al Museo Nazionale del Cinema. A parlare, come si capisce dal titolo, è lo scrittore-icona della letteratura israeliana, ormai ottantatreenne. Il film è girato in momenti diversi – il Covid ha allungato i tempi – ed è nato da un incontro casuale tra il regista e lo scrittore che Quedar era andato ad intervistare a proposito di un’altra star letteraria, effettivamente scomparsa, Amos Oz. “Ma tu parli anche dei vivi”? aveva chiesto a un tratto Yehoshua. All’inizio Qedar gli aveva risposto di no, poi ci ha ripensato ed è nato questo ritratto cinematografico, sfociato in  un legame sempre più personale tra i due, un’amicizia al di là dello schermo. 
La macchina da presa segue Buli, così viene chiamato affettuosamente Yehoshua, durante le sue giornate. Mentre parla al telefono con segretarie e signorine che vogliono organizzare incontri in Israele e all’estero, mentre fa lo zoom con un gruppo di studenti italiani (“L’amante è stato il mio primo romanzo, l’ho letto alle medie” afferma in italiano  tutto fiero un giovanotto  e Yehoshua gli risponde che non ha capito una parola di quello che dice), mentre chiacchiera in auto con il Presidente Reuven Rivlin, Ruvi, che lo chiama per sentire come sta e lo invita a non mollare (“è gentile ma parla sempre lui, non mi lascia mai dire una parola” bofonchia Buli quando riattacca).
Non è un periodo facile. L’amata moglie Ika è morta da poco, un cancro all’esofago mina la  sua salute, rallenta i movimenti, induce alla depressione. All’inizio troviamo uno Yehoshua che ha perso la voglia di vivere e che risponde al medico che lo sprona, chiedendo la collaborazione del suo paziente: “Se qualcosa va male durante l’operazione non risvegliatemi, non fatemi perdere tempo”. Bisogna vivere bene, non limitarsi a sopravvivere, “trovare  il taglio giusto per il film” come gli suggerisce un amico. Ci sono momenti dove lo scrittore sembra ritrovare il gusto per l’esistenza e la passione per l’arte, quando per esempio ascolta con aria divertita, come un bambino al circo, le prove della sua pièce teatrale Possesso e ricorda la sera che ha portato la madre alla prima (“E sarei io quella”?)
Intervallati con grande sensibilità e sapienza di montaggio, si alternano brani tratti da opere diverse, che scandiscono le tappe principali della vita di Yehoshua. 
Nato nel 1936 da un padre che lavorava nella segreteria del Mandato, conosceva le lingue, soprattutto l’arabo e da una madre molto forte (“mi picchiava” non nasconde agli spettatori). Una madre che era stata portata dal Marocco nel 1932 insieme alla sorella non sposata e che si è sempre sentita sola perché non aveva la famiglia vicina. Il padre della madre era italiano ma avevano abitato a lungo  in Nord Africa per cui anche Yehoshua – e questa è una cosa che i lettori italiani di certo non sanno – è stato considerato in Israele “un marocchino”: una specie di identità attribuita, non cercata, ed anche non autentica. Il Marocco era semplicemente il luogo di provenienza della famiglia materna, non aveva niente a che fare con le radici, casomai italiane. Yehoshua non ha un particolare piacere a ripercorrere gli anni dell’infanzia: poco armoniosa, una lotta, in mezzo a genitori che non si amavano (motivo in più per scegliere di portare avanti un matrimonio lungo e duraturo con Ika).  A scuola aveva insufficiente in composizione scritta, poi era avvenuto l’avvicinamento alle parole attraverso la poesia fino ad arrivare alla letteratura.  Agente dell’immaginazione, maestro dell’illusione, due definizioni che gli calzano a pennello (sono tratte da Il Responsabile delle risorse umane,  2004), la domanda di fondo in ogni suo libro sembra essere sempre la stessa:  ci si può spogliare della propria identità, liberarsene?
Bisognerebbe dimenticare il passato, anzi, tutto il paese dovrebbe diventare un po’ demente”, sentenzia a un certo punto. Perchè il passato è saggezza, è memoria ma è anche blocco, limite che porta a ricadere sempre negli stessi schemi. Guai però a tacerlo. Lo ha spiegato bene nel romanzo Di fronte ai boschi, scritto nel 1963, prima della Guerra dei Sei giorni. Il silenzio può parlare più di mille parole anche se apparentemente è muto come l’arabo che torna nel luogo dove era il suo villaggio, adesso sepolto dal bosco. La sua lingua è stata tagliata. Tagliata da chi, da noi, da loro? Uguale. “Ora quel libro non apparirebbe mai nei libri di testo consigliati nelle scuole”, dice Buli davanti a un gruppo di studenti a Haifa. All’epoca venne contestato dalla sinistra. Un arabo con la lingua tagliata? Sembrava una specie di invito a tacere, ma l’intento dello scrittore era esattamente il contrario.  Si, perché altrimenti, se avesse potuto parlare, lui e l’ebreo del libro, avrebbero cominciato a polemizzare, a litigare per le proprie ragioni e il bosco non sarebbe bruciato, il villaggio non sarebbe stato distrutto e non ci sarebbero state prove che prima lì c’erano dei palestinesi
Si vede poi Yehoshua che torna a scrivere quello che sarà il romanzo del 2021 La figlia unica. Nonostante il Covid la troupe riesce a installarsi a casa sua, lo riprende mentre rilegge e ride “di un riso primario, rilassato” o parla di come nasce nella sua mente una storia, una creazione. Ma la malattia incalza, la chemio debilita e toglie il respiro come quando lo vediamo camminare con la stampella, arrampicandosi penosamente tra le lapidi del cimitero ebraico a cercare le tombe dei familiari: ansima, si perde, ruba due sassi alle lapidi vicine per porli su quelle dei propri defunti. Ma la vita, anche quella che resta, deve essere vissuta bene e così non si sottrae agli impegni politici. Lo vediamo a Ramallah, intervistato da tv palestinesi. Afferma che  prima era per i due stati ma come si fanno a evacuare quattrocentomila coloni? Bisognerà provare a convivere tutti insieme, a darci forza a vicenda. “Ci risposiamo divorziamo e poi ci risposiamo. O forse anche no” rispondono lievemente polemici gli intervistatori arabi. Yehoshua alza una mano come a dire: fate voi. Ma anche le parole alla presentazione de La figlia unica sono per Israele. “Ho paura”, dice quando prende il microfono e tutti pensano che si riferisca alla morte. No. “Ho paura di lasciare un paese che ha smarrito i suoi ideali”: il film non può che chiudersi con una canzone, perchè per Buli la letteratura è una musica ed ogni storia ne ha una.
Scorrono immagini che mostrano il ritorno a casa. Poi una lunga zoomata all’indietro che ce lo mostra sul suo terrazzo, sempre più lontano, sempre più piccolo, riassorbito dal paesaggio urbano. La storia dell’individuo ricollocata nel destino comune, nel flusso della vita e della morte ma anche nella memoria di cui lascia traccia dietro di sé. Da vedere assolutamente. 
The Last Chapter of A.B. Yehoshua di Yair Qedar, 22 maggio ore 20, Cinema Massimo, Salone del Libro, Torino
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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