L'agenda di Joi
Hebraica Robe da Rabbi
Un racconto per Pesach

La storia vera di una Haggadà scritta a mano , l’istantanea di un fatto realmente accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale. Da un racconto di Rav Elia Richetti

Rav Elia Richetti z”l, autore di questo racconto, ci ha appena lasciato. Ripubblichiamo l’articolo per ricordarlo e ricordarne la generosità, l’amore per la vita e l’ironia.

Rav Elia Richetti ci ha accordato il permesso di pubblicare un suo racconto che riguarda Pesach. Si tratta di un fatto realmente accaduto durante la Guerra e di una promessa: continuare a raccontarlo.

“Lo narrerai…”

Dopo l’arrivo dei nazisti, quando la situazione a Verona s’era fatta non più sostenibile, anche il Rabbino aveva accettato di scappare. Aveva resistito a lungo alle pressioni della famiglia, sostenendo che nel pericolo il Rabbino deve essere insieme alla sua Comunità; ma quando, a Simchàth Torà, s’accorse che ormai non c’era più nessuno, s’affrettò a lasciare la città con i suoi.
Milano sembrava una tappa ideale, per qualche giorno: era abbastanza vicina alla Svizzera, che pareva promettere delle possibilità di rifugio, e lì non erano conosciuti e non correvano il rischio che qualche ex amico li denunciasse. Purtroppo, ci fu un imprevisto: mentre stavano partendo, furono raggiunti dalla chiamata: “Non muovetevi, chi vi ha preceduto è stato preso!”
Bisognava fermarsi a Milano, costruirsi una vita vivibile. Occorreva avere documenti per fare le tessere annonarie, avere un lavoro per guadagnare qualcosa, una casa ……. Era quindi necessario crearsi una nuova identità, perché i loro veri nomi erano di per sé un’autodenuncia. Dapprima ebbero documenti falsi, realizzati dai frati Salesiani. Le date di nascita rimasero quelle autentiche, i nomi di pura fantasia, i cognomi ricalcati sul significato italiano di quelli originali, i luoghi di nascita e di residenza precedente scelti fra le località ormai in mano agli Alleati.

Poco tempo dopo, però, un giorno che Adele aveva rischiato grosso perché durante un normale controllo un soldato tedesco aveva mostrato qualche dubbio sull’autenticità della sua carta d’identità, decisero di disfarsi dei documenti falsi; offrendo da bere a due testimoni prezzolati (lo facevano in tanti), si presentarono in Comune dichiarando di essere profughi dal Sud e di aver smarrito i documenti. Ottennero così documenti autentici con i nomi falsi. Questo fu l’inizio di una nuova, strana vita aliena: come persone ufficialmente iscritte all’anagrafe ebbero regolari tessere annonarie, come “profughi dalle terre invase dal nemico Anglo-Americano” ebbero lavoro e casa. Il Rabbino (ora “professore”) ottenne una cattedra di tedesco alla Berlitz, suo figlio ebbe un ruolo d’insegnante di ragioneria, una figlia divenne impiegata d’ente locale e l’altra ebbe un lavoro nella produzione di cartoni animati. Sul luogo di lavoro spesso si trovavano a contatto con veri profughi dal Sud, che si stupivano che non avessero alcuna cadenza meridionale. La spiegazione che fornivano era che, essendo “il professore” un purista della lingua, aveva insistito perché in casa si parlasse un perfetto italiano.

Il problema casa era maggiore: avevano avuto in assegnazione l’ala di servizio, con uso di cucina, di una grande casa padronale che apparteneva ad un fascista convinto, fratello di un gerarchetto; il problema era che costui viveva nella casa, ed i contatti erano più che quotidiani, addirittura continui. Si trattava di recitare in continuazione, anche perché il signor Brunelli non faceva mistero dei suoi pregiudizi antisemiti. Sosteneva perfino che a lui gli Ebrei (veri responsabili dei disagi della guerra!) non potevano fare nulla perché li riconosceva a distanza; intanto, ne aveva cinque in casa senza saperlo! In quella situazione era ovvio che non fosse possibile osservare le mitzwòth; tuttavia il Rabbino non toccò alcun alimento vietato e riuscì a mettere ogni giorno Tallèth e Tefillìn, che teneva nascosti nel letto, l’uno tra le coperte e gli altri nel cuscino. Non solo: all’approssimarsi di Pésach, s’impose: il Séder andava fatto. Avrebbero confezionato le matzòth come potevano, tenendole ben nascoste ed esibendo il pane bene in vista. Avrebbero recitato la Haggadà sottovoce, per non farsi sentire… A proposito, dove avrebbero potuto trovare una Haggadà? Il Rabbino scrisse a memoria, su foglietti di carta volanti, il testo che riusciva a ricordare. I foglietti li mise, insieme ai Tefillìn, nel cuscino. Al Séder, sospirando, disse: “Forse mai come quest’anno ci possiamo rendere conto del significato della frase: Quest’anno schiavi, l’anno prossimo liberi. Ma se questa frase si avvererà, ricopierò questi foglietti in bella scrittura, in maniera da farne una vera Haggadà”. Il Rabbino chiuse la Haggadà.

Era incredibile; non solo suo nonno aveva mantenuto la promessa, ma aveva fatto di più: quella Haggadà scritta a mano era un vero capolavoro artistico, ed il nonno aveva anche, volutamente, lasciato invariati i soli tre piccoli errori che aveva fatto sui foglietti originali, vero monumento alla sua prodigiosa memoria ed eccezionale ricordo di un momento drammatico. Per questo il Rabbino avrebbe d’ora in poi usato quella Haggadà, come ricordo del Pésach più speciale della vita di suo nonno; ricordo da trasmettere a suo figlio, al figlio di suo figlio…

P.S: Questa storia è assolutamente vera. Ne è testimone la mia Haggadà


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