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Hebraica Festività
Le sette settimane di Pesach

Il conteggio dell’Omer, tra Pesach e Shavuot, ci insegna il valore della padronanza del tempo

Con la conclusione di Pesach, , abbiamo reintegrato il chametz (gli alimenti a base di cereali fermentati) nei nostri pasti. Tuttavia, Pesach non è davvero terminata, come sarebbe facile da credere. Gli alimenti fermentati, simbolo di arroganza ed eccessiva sicurezza di sé, dovrebbero essere reintegrati a piccole dosi, in modo da non perdere il controllo. Questo processo, una sorta di rieducazione, viene effettuata attraverso uno singolare conteggio graduale dei giorni, detto conteggio dell’Omer, che collega Pesach a Shavuot, festa del dono della Torah.

 

Essere padroni del tempo è essere liberi

Durante le sette settimane tra Pesach e Shavuot, la Torah chiede di contare ritualmente il numero di giorni e settimane:

“YHVH parlò a Mosè dicendo: ‘Parla ai figli d’Israele, dicendo loro: Quando verrete sulla terra che io vi do, raccoglierete il suo raccolto e porterete il manipolo [Omer] d’inizio del vostro raccolto al sacerdote. […] Conterete per voi, dall’indomani dello Shabbat, del giorno in cui porterete il manipolo dell’oscillazione, sette settimane, che saranno complete. Fino al giorno seguente la settima settimana conterete cinquanta giorni e presenterete una nuova offerta a YHVH. Dalle vostre case, porterete due pani d’oscillazione; saranno due decimi di semolino. Saranno panificati con lievito, primizie per YHVH”. (Lev. 23: 9-17)

 

Un passaggio che ci ricorda che questo periodo è una sorta di amplificazione della celebrazione pasquale, la cui durata è estesa a sette settimane, invece dei sette giorni che costituiscono la durata di molte celebrazioni ebraiche. Questo dimostra che Shavuot, festa del dono della Torah, rappresenta la conclusione di Pesach, e per questo motivo è chiamato nella letteratura rabbinica Atséreth, “chiusura”.

Il fatto che questo periodo dell’Omer sia distinto da un conteggio del tempo non è anodino. Già abbiamo visto in altre sedi che la padronanza del tempo è il segno della libertà. È per questo che il pane azzimo di Pesach, la matzà, altro non è che chametz “abortito”, impasto cotto immediatamente, prima che intervenga la fermentazione. Tale azione richiede una padronanza assoluta del fattore tempo, controllo che lo schiavo non può avere, poiché la sua priorità è quella di soddisfare le priorità del suo padrone. Dal secondo giorno di Pesach, la padronanza del tempo è messa alla prova da questo conteggio di sette settimane che portano alla festa di Shavuot. Il dono della Torah, celebrato a Shavuot, richiede una profonda padronanza del tempo, perché nella visione ebraica il tempo è una fonte costante di responsabilità, e la coscienza del tempo è il primo segno di una dimensione spirituale matura.

 

Libertà e maturità spirituale

La parola Omer è spesso tradotta come “manipolo” perché alla base indica una quantità di grano che era possibile tenere in mano, e successivamente diventerà un’unità di peso. Ma la radice della quale proviene il termine significa “accumulo” e, nella sua forma riflessiva (hit’amer) acquisisce il significato di “abusare” o “opprimere” (cfr Deut. 21: 14; ibid 24: 7). Probabilmente la ragione è che originariamente la radice indica il fatto di compattare delle cose, esercitando necessariamente una forma di pressione.

Per capire meglio questo aspetto dobbiamo renderci conto che l’uscita dall’Egitto costituisce non tanto una liberazione, ma piuttosto la creazione di un popolo di schiavi privati del loro padrone, liberati dalla schiavitù, ma disorientati perché privi di una direzione. Un popolo che non sa che fare della sua nuova condizione, al punto dal desiderare di tornare in Egitto, perché lo stato di dipendenza è sgradevole ma spesso conveniente, mentre l’autonomia e la responsabilità che ne consegue sono conseguenze teoricamente positive ma in pratica molto pesanti. A questo proposito, non va dimenticato che il calendario ebraico evoca momenti dell’esperienza collettiva d’Israele,  che però riguardano personalmente ogni individuo senza distinzione di appartenenza culturale.

Il conteggio dell’Omer copre esattamente il tempo che intercorre tra l’Esodo e il dono della Torah, un appuntamento che dovrà corrispondere a uno stato di presenza e vigilanza spirituale, dopo aver maturato abbastanza per dare un senso reale a quella liberazione.

È quindi un momento in cui contare i giorni e le settimane accompagna un processo di progressiva reintegrazione delle nostre realizzazioni, del nostro orgoglio, della nostra sicurezza. Tutte ricchezze che costituiscono una capitalizzazione, un “accumulo”, una sorta di patrimonio. Ma se tale processo non è perfettamente padroneggiato – padronanza simboleggiata dal computo preciso di ogni giorno e settimana – questa “capitalizzazione” rischia di diventare una forza distruttiva e alienante per noi stessi (il significato riflesso, hit’amer).

 

A ogni giorno la sua piena dignità

Contare ogni giorno significa dargli piena dignità, coniugare ogni momento del percorso al presente, liberandosi così dalla schiavitù del passato, ma anche del futuro.

Un aspetto interessante di questo conteggio è il fatto che, anche se ogni essere umano aspira a raggiungere la destinazione e la conclusione di un processo, nell’Omer non contiamo i giorni che mancano, ma quelli che sono già passati dall’inizio, da uno a quarantanove.

Inoltre, tutti conoscono l’impazienza tipica che ben si esprime nel modo incessante con cui i bambini chiedono: “Quando arriviamo? “. Un primo segno di maturità è, al contrario, sapere che tutto ciò che è prezioso richiede tempo e la capacità di concentrarsi su ogni passaggio necessario. Per la stessa ragione, la Legge ebraica vieta l’annuncio del numero di giorni da contare la sera successiva. Fino al momento del calcolo rituale, alla domanda: “Che giorno contiamo stasera?” La risposta dovrà sempre essere: “Ieri sera abbiamo contato …”. Nell’Omer non si vive di anticipazione, ma si mantiene l’attenzione concentrata sul punto di partenza, Pesach, ancor più che sul punto di arrivo, Shavuot. Forse per evitare che questa ascesa verso il Sinai, verso il dono dell’Insegnamento, diventi una sorta di competizione. Ma anche per tenere a mente che ogni crescita deve essere costruita su basi solide, e che un processo serio richiede di non bruciare le tappe. Per educarci a rispettare i tempi, a non far loro violenza, ad apprezzare la lentezza e la gradualità. E poi, a nostro modesto parere, anche perché è una fonte di consolazione il poter voltarsi indietro e constatare di aver fatto anche solo un poco del cammino, senza preoccuparci eccessivamente di quello che manca per diventare, infine, “grandi”.

Haim Fabrizio Cipriani
Rabbino presso la Comunità Etz Haim

Haim Fabrizio Cipriani svolge il suo ministero rabbinico nelle comunità francesi di Marsiglia e Montpellier, e in Italia presso la comunità Etz Haim. In parallelo svolge un’intensa attività internazionale di violinista concertista e di autore di saggi a tema ebraico.


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