Cultura
Ungheria: come si uccide la democrazia con la legge

Il Covid-19 è per Orbán una sorta di “corona-alibi”, che gli permette di prolungare i peggiori aspetti di quello stato di emergenza in vigore nel Paese già dal 2015 ed ora esteso a tempo indeterminato

Cosa sta succedendo in  Ungheria? Mentre i processi di unificazione politica nell’area continentale arrancano, in un’Europa alle prese con una profonda trasformazione, che ne sta mutando la fisionomia sociale ed economica, il Paese del premier Viktor Orbán, quest’ultimo al potere dal 2010, sta accettando l’ipotesi di una soluzione autoritaria ai problemi che va vivendo dai tempi della transizione dal regime comunista, a partire dalla sua conclamata fragilità economica. Problemi che si sono trascinati fino ai giorni nostri. Già dal primo gennaio del 2012, infatti, una nuova Costituzione, con un impianto chiaramente nazionalista e a tratti illiberale, era entrata in vigore non senza raccogliere molte proteste.

Le limitazioni alla libertà di stampa si sono poi susseguite nel corso del tempo, così come le restrizioni al Codice del lavoro. Non di meno, le inibizioni nei confronti delle manifestazioni critiche, da parte delle opposizioni ma anche della società civile, sono state più volte rintuzzate con inusitata aggressività. Più in generale, l’intera sfera dei diritti civili e sociali è stata sottoposta ad una costante pressione, con l’obiettivo di ridefinirne contenuti in chiave fortemente conservatrice se non regressiva. Il dissenso sempre più spesso è stato additato come elemento di sovversione non solo degli ordinamenti costituiti ma anche dell’interesse pubblico. Minacce, neanche troppo velate, si sono accompagnate ed alternate, nel corso del tempo, a campagne che hanno esaltano un consenso acritico alle tesi imposte dalle autorità. Non di meno i partiti di governo continuano a godere di un buon seguito elettorale e di un diffuso consenso. Un fatto fondamentale va inoltre ricordato: le crescenti restrizioni all’autonomia individuale si accompagnano alla continua rivendicazione di un’identità nazionale rielaborata in chiave etnica. I rimandi all’orgoglio nazionalistico, al patriottismo, alla fedeltà verso una sorta di “comunità di omologhi”, alle «radici» e all’«identità» magiara, al cristianesimo come fondamento di un’unione di identici, sono stati ripetutamente proposti come la risposta alle perturbazioni e agli scompensi che i processi di globalizzazione hanno introdotto e rinnovato anche tra gli ungheresi.

In tutto ciò, l’idea di «nazione magiara» viene presentata dalla leadership politica come l’alternativa ad un’Unione europea il cui fallimento è oramai vissuto, da una parte degli ungheresi, non solo come probabile ma addirittura auspicabile. Il fondamento etnicista di tali posizioni, la visione regressiva delle relazioni sociali e dei diritti  dell’individuo, quest’ultimo ricondotto ad essere parte di un organismo – la «nazione» – di impianto per più aspetti spiccatamente autoritario, il ritorno di un razzismo diffuso, in nessun modo contrastato dalle autorità, l’omofobia e l’agitare lo spauracchio di una “contaminazione” tra i sessi derivante dalle “relazioni innaturali”, le pressioni contro le minoranze così come il vagheggiamento nostalgico dei fasti del vecchio Impero austroungarico, sono parti di un percorso dove i fantasmi del passato, fondati sulla «comunione di stirpe», riprendono vigore. L’Ungheria, viene detto, non coincide con i suoi confini ma con l’estensione della comunità magiara, quindi ben oltre la società nazionale. Tutto il resto va inteso come subalterno se non in quanto potenziale pericolo, da controllare anche per via autoritaria.

La vicenda ungherese, sia pure nella sua specificità, racconta di un malessere assai più ampio, al quale le classi dirigenti europee non sanno, né forse intendono, dare una credibile risposta. L’Europa delle «piccole patrie», composta di micronazionalismi, così come delle comunità immaginarie di «razza», riprende piede nelle società in difficoltà o, più semplicemente, in via di trasformazione. Viktor Orbán è dal 1998, quando costituì il suo primo governo, durato poi per quattro anni, a fare da dominus di una situazione che cerca di volgere in tutti i modi a suo favore, anche a rischio di mettere in discussione le alleanze politiche interne e quelle internazionali. Dopo un periodo a capo dell’opposizione, tra il 2002 e il 2010, il leader del partito Fidesz – acronimo di Unione Civica Ungherese, organizzazione politica nazionalista di destra, nata già nel 1988 sulla base di una piattaforma anticomunista ed informata al conservatorismo più pronunciato – è tornato al potere, assicurandosi – in successione – tre mandati. Attualmente, la formazione può contare su 117 seggi dei 199 disponibili nell’Országház, l’Assemblea nazionale, ossia il parlamento monocamerale ungherese. Alle ultime elezioni tenutesi nel Paese (nel 2019), quelle per l’europarlamento, i seggi ottenuti sono stati 13 su 21. I dati servono esclusivamente per registrare l’effettivo consenso che Orbán raccoglie da una parte della popolazione. È non meno vero che le tornate politiche del 2014 e del 2018, a detta di una parte degli osservatori internazionali, a partire dalla Freedom House (che annovera tra i suoi soci fondatori Eleanor Roosevelt), organizzazione non governativa statunitense che monitora i processi politici e di libertà civile nel mondo, si sarebbero svolte in una condizione di decrescente autonomia di scelta, ossia di condizionamento diretto dell’elettorato. Peraltro, già nel 2018 in Ungheria era stata trasformata in senso restrittivo la legge sulle manifestazioni pubbliche, generando la fattispecie penale per cui anche l’incontro tra due persone, poste determinate condizioni, può essere considerata una manifestazione politica potenzialmente ostile.

Va ricordato che l’Ungheria è un Paese che si regge sui fondi comunitari e negli ultimi anni ne ha fruito soprattutto in materia di agricoltura. I benefici di cui ha goduto sono abbondantemente risaputi. Allo stesso tempo, il primo ministro ha continuato ad accusare Bruxelles di essere al servizio dei “poteri forti”, ossia di costituirne una diretta espressione, raccordando il suo feroce antieuropeismo alla campagna contro il filantropo, imprenditore e magnate George Soros, anch’egli di origine ungherese, poi naturalizzato statunitense. Riprendendo a pieno titolo le teorie del complotto giudaico, che attribuiscono alla «finanza ebraica internazionale» le peggiori speculazioni come le disgrazie del mondo, Orbán e i suoi sostenitori hanno dato fiato ad una campagna internazionale contro il finanziere che, nel corso del tempo, ha sostenuto – con risorse proprie e attraverso la sua Open Society Foundations, rete di organizzazioni non governative – movimenti politici e per le libertà civili come Solidarność, Carta 77, il dissidente sovietico Andrej Dmitrievič Sacharov ed ancora la «rivoluzione delle rose» (in Georgia, nel 2003), i gruppi di azione civile come le Femen e le Pussy Riot nella Russia di Putin, la «rivoluzione arancione» (in Ucraina, tra il 2004 e il 2005), le «primavere arabe» e quella iraniana (2009) oltre a molto altro. In accordo con una parte dei partiti europei di radice sovranista, anch’essi sostenitori dell’esistenza del cosiddetto «Piano Kalergi» (in realtà un falso deliberato, ma assai diffuso negli ambienti complottisti), il leader ungherese ha mosso a Soros l’accusa di essere il promotore di quel fenomeno che è chiamato «teoria della sostituzione», ossia l’ipotetica azione occulta con la quale alcune élite starebbero imponendo, con un’incontrollata migrazione di massa di popolazioni del Sud del mondo verso l’Europa, un processo di trasformazione della composizione demografica dei paesi a sviluppo avanzato. Sulla falsità ma anche sulla pericolosità di queste formulazioni, molto diffuse negli ambienti di un certo conservatorismo nazionalista europeo (e non solo), torneremo senz’altro in un prossimo articolo. Tanto più che promanano e trovano il maggiore credito nei paesi mitteleuropei, a partire proprio dall’Ungheria, che sono stati epicentro della Shoah nella Seconda guerra mondiale.

All’interno di questa cornice, il 30 marzo scorso Viktor Orbán, dinanzi all’aggravarsi della minaccia del Coronavirus per Budapest (i cui effetti sono stati, fino ad oggi, molto contenuti) ha fatto votare dal “suo” Parlamento una disposizione normativa che gli conferisce la facoltà di assolvere autonomamente alle funzioni legislative, ricorrendo in tutto e per tutto ai decreti della presidenza del Consiglio dei ministri. La ragione di ciò starebbe nel fatto che il Paese versa in uno condizione di «eccezione» virologica (alla data della votazione i contagiati erano 447, le vittime una quindicina), già dichiarata formalmente l’11 marzo scorso. Si badi bene: il premier non ha richiesto la decretazione d’urgenza, strumento che ai governi è comunque concesso da tutte le moderne Costituzioni, salvo poi convertirne le materie (e le decisioni contenutevi) in leggi ordinarie attraverso la discussione e la votazione parlamentare. La decretazione dell’esecutivo ungherese, d’ora innanzi, infatti non richiederà più l’approvazione dell’Assemblea nazionale magiara. Il governo Orbán assume su di sé la funzione di emettere norme vincolanti senza che vi sia la verifica, parlamentare ma, in prospettiva, neanche giurisdizionale (quella della magistratura), ex post, ossia nel momento in cui producono effetti per tutti. I voti a favore da parte dei deputati ungheresi sono stati 137, mente i contrari solo 53. E se la legge è stata accolta senza nessuna replica dal capo dello Stato János Áder, uomo di fiducia di Orbán, a gridare al colpo di stato sono solo le deboli opposizioni, compreso il partito di estrema destra Jobbik. L’opposizione stessa, in un estremo tentativo di mitigare la dirompenza della decisione parlamentare, aveva cercato di far inserire nel testo normativo una limitazione temporale di 90 giorni, garantendo in cambio il suo appoggio. «Viktator», così come viene sempre più spesso soprannominato l’ex leader “liberale” (tale fu la sua militanza, negli anni Novanta), dopo la caduta del regime comunista, ha sdegnosamente rifiutato la richiesta.

Nella sostanza, le legge per i pieni poteri introduce condanne fino a cinque anni di carcere per chiunque, giornalisti compresi, diffonda «false notizie» sul virus e sulle misure per contrastarlo da parte delle autorità pubbliche (di fatto, le eventuali critiche contro l’operato del governo). Si tratta di una definizione volutamente generica, la quale si presta ad interpretazioni arbitrarie, che spaventano gli attivisti per la libertà di informazione che già da tempo denunciano il clima di soverchiante censura che accompagna il Paese. Sempre in base al dispositivo della legge, il primo ministro, in totale assenza di limitazione di tempo, può governare sulla base di decreti, chiudere il Parlamento, cambiare o sospendere leggi esistenti, aggiungendo a ciò la facoltà di bloccare le elezioni a venire. Spetterà infine a lui determinare quando finirà lo «stato di emergenza».

Il covid-19 è per Orbán una sorta di “corona-alibi”, permettendogli di prolungare i peggiori aspetti di quello stato di emergenza in vigore nel Paese già dal 2015 ed ora esteso a tempo indeterminato, su una pluralità di materie e discipline che hanno direttamente a che fare con gli spazi di libertà degli ungheresi. Dichiarato in origone per la crisi dei migranti sulla rotta balcanica e mai sospeso, insieme alla nuova legge speciale dei giorni scorsi, lo stato di emergenza permanente arriva dopo le ripetute manifestazioni, al limite dell’isteria politica, contro le comunità nomadi, la demonizzazione della presenza degli stranieri, un’eurofobia parossistica, un antisemitismo sempre più spesso esibito (ancorché formalmente negato), l’espulsione di fatto di quegli enti privati, come l’Università centrale europea di Budapest, che non si erano allineati alle posizioni sempre più restrittive di quello che si è oramai trasformato in un regime illiberale a base autocratica. Già da tempo, peraltro, lo stesso Orbán, si era fatto sostenitore della legittimità di una «democrazia illiberale»:  un sistema di governo nel quale, a fronte anche del fatto che si continuino a tenere elezioni, i cittadini sono comunque tenuti all’oscuro delle ragioni delle decisioni più importanti da parte dei pochi poteri effettivamente operanti; le libertà civili e i diritti umani risultano fortemente vincolati; la partecipazione politica è vincolata se non impedita; la magistratura dipende dall’esecutivo; l’informazione è sottoposta al controllo governativo; continua a sussistere una Costituzione ma è di fatto anestetizzata o neutralizzata, la divisione tra poteri, mentre – infine – è elusa nei fatti dal capo del governo, che concentra su di sé la totalità delle decisioni più importanti.

Da tempo Viktor Orbán si scaglia con disprezzo contro la politica economica di quelli che definisce come i «burocrati di Bruxelles», raccogliendo il consenso di non pochi ungheresi, nel mentre strizza l’occhio alla Russia di Putin e all’Oriente cinese, con il quale l’interscambio commerciale si è enormemente accresciuto. Non senza osservare con interesse la stessa Turchia di Erdogan. Ciò che maggiormente lo convince è, da un lato, il dirigismo oligarchico russo, che sacrifica i principi democratici e i diritti civili in nome di una politica neo-imperiale; dall’altro,l’autoritarismo cinese dei «comunisti in doppiopetto», che praticano un capitalismo in un regime politico tanto illiberale quanto “provvidenziale”, ossia attento a garantire alla cittadinanza forme di partecipazione alla ricchezza socialmente prodotta. Denominatore comune rimane quello della leadership individuale, da praticarsi come indiscutibile, insindacabile, carismatica, aggressiva e determinata, in una sorta di flebile simulacro di democrazia, nella quale sopravvivono le istituzioni formali ma di fatto si esercita la dittatura di una “maggioranza” non più sottoposta a verifiche di sorta. Il controllo dei mezzi di comunicazione, così come dell’educazione scolastica ed universitaria, sono oramai due architravi del regime sovranista ungherese. Fermo restando che «Viktator» già da tempo si è garantito il consenso di quel gruppo di oligarchi che controllano le circa quattrocento maggiori aziende nazionali. Un pilastro, quest’ultimo, dell’autocrazia in divenire.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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