Voci
Verità e ricordo. Parola pubblica e privata

Analisi del valore della testimonianza nella dimensione famigliare e sociale, tra storia personale, negazionismo e storiografia

Alla luce del recente episodio del falso testimone, siamo richiamati a prestare attenzione a ciò che può minare la credibilità delle testimonianze dei sopravvissuti, in particolare, e delle ‘fonti orali’ della ricostruzione storica, per definizione lacunose e soggette a discrepanze, in generale. Siamo, inoltre, chiamati a riconoscere, ad un tempo, gli elementi di distinzione e quelli di intersezione tra testimonianza, da una parte, e ricostruzione storica, dall’altra. Proprio perché l’episodio della falsa testimonianza costituisce una sorta di termine speculare alle teorie negazioniste, è opportuno distinguere tra il problema rappresentato dal falso, e il problema rappresentato dagli elementi di incongruenza che possono fisiologicamente essere contenuti nelle testimonianze di chi è tornato e, in forma più estesa, nelle cosiddette fonti orali. Dove parte della strategia negazionista è, all’opposto, passare indistintamente dall’uno all’altro aspetto, e soprattutto, come ebbe modo di indagare Valentina Pisanty (2014), di appoggiarsi “all’elemento dissonante”, di una data testimonianza o documento, per inficiarli in toto, così rivelando l’incapacità – o la non volontà – di riconoscere “l’imprecisione della comunicazione umana”, a sua volta radicata nella complessità dell’esperienza e del vissuto.

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Le fonti orali, nella loro eterogeneità, devono dunque essere poste al vaglio dello storico, confrontate con i diversi dati, etc. La consapevolezza, però, che il dato orale, di testimonianza, possa contenere imprecisioni – e che queste non siano sintomo della falsità della stessa – è un aspetto essenziale. Su queste basi vorrei spendere una breve considerazione su quello che può essere il valore precipuo – e non certo sostitutivo, semmai parallelo al sapere storico – delle parole, come si suole dire, ‘succhiate con il latte materno’.

In primo luogo una sorta di sostegno a quanto si scriveva circa alcuni (possibili) elementi propri alla fonte orale, di testimonianza diretta, rispetto al sapere che si costruisce in sede storiografica. Dai tempi della scuola elementare ho sentito, come forse può essere capitato a molti nipoti, vari racconti di vita familiare da parte della madre di mia madre, Flora. Racconti che volgevano poi al periodo delle persecuzioni antiebraiche, prima per via delle leggi fasciste, poi per il periodo di occupazione nazifascista. Può darsi che un bambino non dovesse sentire certe storie, il fatto è che le stesse erano state in buona parte sottaciute per molto tempo, e così, forse, Flora sentiva una qualche necessità di parlarne, o forse io facevo troppe domande, non so. Come che sia, rileva questo: tali storie avevano fondamentali elementi di verità – l’essere variamente soggetti alle persecuzioni, le strategie per sfuggirvi, i nomi delle persone prese e non tornate –, ed elementi che possono variare dall’indefinito e impreciso al non corretto. Esempi: di sua zia Nella, presa dai tedeschi, lei aveva detto per molti anni, riportando la versione che circolava in casa, che era stata soppressa a San Sabba. Poi, in virtù del lavoro di ricostruzione storica (Il Libro della memoria, Picciotto 2002, oggi nei dati online CDEC), se ne conobbe l’esito – uguale nella sostanza, differenti nei luoghi. Di altri suoi parenti presi e non tornati riportava modalità di cattura, sentite in casa che, a un confronto con i discendenti di questi (avvenuto a distanza di decenni), si sono rivelate in parte incorrette. Tale imprecisione non cancella il dato di fatto (cattura e non ritorno), come è evidente. La memoria delle vicende del nucleo familiare in questione è importante dal punto di vista storico, non solo per sapere le vicende dei singoli – di Nella forse nessuno oltre la nonna avrebbe potuto parlare con molta precisione – ma anche le modalità di sopravvivenza: forme di nascondimento materiale o formale (certificati etc), organizzato o fortuito e così via. A sua volta il sapere storico è, per così dire, di utilità anche personale.

Su questa base la considerazione attinente al carattere peculiare delle parole ‘succhiate con il latte materno’: sono, queste, le parole che, prima ancora di quelle dei libri di scuola e degli insegnanti, plasmano, comunque orientano, la nostra identità – magari costituendo quei termini da cui dovremo imparare, mano a mano, a distaccarci, a prendere le distanze. Com’è evidente tale ruolo non è specifico all’ambito ebraico, potendo essere proprio a ogni biografia, ancorché qui si inserisca in una memoria collettiva, rapportandosi, non fosse che indirettamente, all’identità ebraica. Un aspetto anche, a suo modo, rischioso, posto che come ricordano molti Maestri, l’identità ebraica, la Tradizione e ciò che vi verte attorno, è termine distinto e di per sé autonomo. Ciò detto quelle parole restano, sono quelle sentite da chi ci ha accudito e si accompagnano magari a qualche rudimento, fosse anche molto grezzo, di ebraismo. Parole, nel caso di chi viene da famiglie miste, che possono decidere della continuità o meno dell’ebraismo di quella famiglia.
Vi è dunque un valore della parola pubblica, dove il sapere storico e le fonti orali trovano le intersezioni di cui si è detto, e un valore di quella parola che è, almeno in una sua prima istanza, privata. Per riconoscere tali aspetti è necessario certo distinguere tra ricostruzione e ricordo, così come tenere a mente che la verità del ricordo deve spesso fare i conti con le sue zone d’ombra. È lo sfondo di questi differenti modi d’uso della parola a sollecitare e forse permettere una consapevolezza, di fronte alla retorica negazionista e complottista, circa la differenza tra menzogna, verità storica, testimonianze . Una consapevolezza da tenere stretta.

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica filosofica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, dove  tra il 2016 e il 2018 ha collaborato con le cattedre di Paolo Di Lucia (Filosofia del diritto) e Anna Linda Callow (lingue e letteratura ebraica). Ha studiato un semestre all’Université Jean Moulin III di Lione e frequentato i corsi della Rothberg International School (Premio Guidetti 2018). Attualmente è dottorando a Bar Ilan.


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