Cultura
Vittorio Foa, che ci ha insegnato a porre domande

Sfidare, se stessi in primis, è un’arte e un dovere. Un ricordo di Vittorio Foa, a 10 anni dalla morte

 A 10 anni dalla scomparsa di Vittorio Foa, riproponiamo questo articolo, uscito su JoiMag lo scorso luglio. Ci si preparava a ricordarlo, appunto, in questo ottobre.

Non so che cosa si stia preparando per ricordarlo. So però che qualsiasi atto pubblico di riflessione e di discussione che non metta al centro la crisi culturale, politica e anche emozionale che attanaglia noi, oggi, qui, sarà solo un omaggio. Magari anche rispettoso della sua figura, ma l’esatto opposto di ciò che Vittorio Foa ha cercato di essere per una lunga vita.

Cosa ha cercato di essere? Un suscitatore di domande e un continuo provocatore per il senso comune dormiente.
Di Foa si possono ricordare oggi molte cose e molte suggestioni: la necessità di ritrovare, nel momento della sconfitta, le risorse in cui la politica non è solo pratica del governo degli altri, ma anche e soprattutto lento apprendimento di governarsi e di autogovernarsi; la suggestione a non accontentarsi del proprio palinsesto culturale, ma continuare a cercare, perché il futuro non è l’effetto di una teoria che lo predefinisce e dunque la disponibilità costante a rimettersi in gioco, senza cautelarsi. 

Interrogarsi sempre
Ma ci sono almeno due elementi che mi sembrano essenziali proprio a partire dalla condizione culturale, politica – più genericamente lo «stato di salute» – di quella parte di mondo di cui Vittorio Foa può essere assunto come «proprio», che oggi propongono Vittorio Foa non come una figura del passato.
Il primo riguarda come si analizzano le sconfitte storiche.
Nel 1980, quando raduna alcuni scritti sulla storia del movimento operaio (Per una storia del movimento operaio, Einaudi) nella premessa scrive:

“La storia istituzionale non fornisce alcuna spiegazione sul comportamento operaio nei grandi stati belligeranti nell’agosto del 1914. Per capire quello che è successo non basta più riferirsi alle posizioni esterne, alle dichiarazioni di volontà, o analizzare il grado di coerenza ideologica e dottrinale col passato delle varie organizzazioni. Bisogna andare a vedere cosa fece concretamente e cosa pensava la gente, al disotto della cultura specialistica portata dal missionarismo socialista, cercare di capire il rapporto con la tradizione della famiglia, con l’insegnamento della scuola e della chiesa (o delle chiese), la cultura dei giornali a basso prezzo, del cinematografo nascente, delle osterie , dei pub, dei bistrot, delle birrerie, del music hall: per capire Londra del primo anteguerra, non basta studiare Lenin e i materiali preparatori dell’Imperialismo, bisogna anche studiare Charlie Chaplin”.

Studiare Charlie Chaplin vuol dire analizzare la vita reale, ma anche come si forma l’immaginario di milioni di persone che sono vita reale. Riguarda la storia e le trasformazioni di qualsiasi soggetto culturale, sociale, politico e non solo il movimento operaio. Quando una parte del mondo ebraico, ma anche non ebraico, ha avuto reazioni dure sulla legge della nazionalità votata dal parlamento israeliano nelle settimane scorse, allora la questione è analizzare di nuovo la vita reale delle persone, come si è formato il loro vissuto, di quali paure senza risposte si è nutrito il loro immaginario, o di quali soluzioni consolidate nel tempo – direbbe lo storico Jean Delumeau – si sono riempite le loro e le nostre menti.

Dunque la prima lezione di metodo riguarda il fatto che la politica chiama in causa il vissuto e le emozioni delle persone, e se colui che si muove volendo promuovere un’azione di cambiamento intorno a quelle condizioni concrete deve fare uno sforzo, quello sforzo implica: lavorare, scavare, tornare a interrogare con pazienza, senza la presunzione del già saputo.

Fare i conti con se stessi
La seconda condizione riguarda il fatto che le azioni di ciascuno, le decisioni, in breve gli atti, non sono mai completamente liberi, ma sono il risultato di una palinsesto in cui si decide di giocare. Significa che la distanza del tempo può professare la coerenza, ma che è molto più proficuo, istruttivo, e propositivo misurarsi sempre con le proprie contraddizioni e dunque sottrarsi al fascino di costruire un monumento di sé in vita.

Lo dice un passaggio di Un dialogo (Feltrinelli), il testo più eccentrico e spregiudicato di Foa, che si sviluppa in un lungo confronto con Carlo Ginzburg.
Il tema è la doppiezza, negli anni duri dello stalinismo, il fatto di non essersi sottratto a quella condizione su cui Ginzburg in quel colloquio lo sollecita e cui Vittorio Foa non si sottrae nelle risposte.

Dice dunque Foa:

«Noi uscivamo dalla sconfitta del blocco popolare (socialisti più comunisti eccetera) nelle elezioni del 1948. C’era stato un tentativo socialista, che faceva capo soprattutto a Lombardi, Santi e altri, di creare una nuova linea che sganciasse il partito socialista dai comunisti senza andare verso i democristiani. In qualche modo, era un’idea di terza via. Io partecipai molto intensamente a questa esperienza che durò circa un anno. Conquistammo il partito, poi fummo sconfitti da Nenni e dai suoi compagni. Si creò una situazione di forte tensione interna, ma dato il meccanismo autoritario che dominava all’interno del partito nel 1950 non era più possibile manifestare posizioni diverse. Perché non era più possibile? Vorrei chiarire questo punto. Vi sono dei casi in cui tu senti di non essere creduto, senti l’inutilità di dire certe cose, non solo, senti che dicendo certe cose tu perdi una fiducia possibile nel futuro dei rapporti con gli amici e con i compagni. Io non voglio qui difendere l’opportunismo, voglio cercare di confessare in che cosa può consistere l’opportunismo, perché quello era certamente opportunismo. Però tu sentivi benissimo che se uscivi allo scoperto entravi in un altro mondo.»

E Ginzburg: «Quale altro mondo?». «Eri immediatamente protetto da qualcun altro che era la Cia» è la risposta di Foa.

Vi è, dunque, soprattutto un ambito della sua esperienza di militante che Foa intende indagare. Con una duplice premessa: mantenere da un lato il confronto con la propria radicalità e, dall’altro, la diffidenza verso qualsiasi «vuoto di memoria». A Ginzburg che gli sottolinea come «ogni volta che m’imbatto in un tuo vuoto di memoria, penso sempre che ci sia qualcosa che stai rimuovendo. Non credo ai tuoi vuoti di memoria», Foa replica: «Una buona cosa non credere ai vuoti di memoria».

Un dialogo è un testo inconsueto nel panorama culturale italiano. E’ un libro di un laico e non di un pentito. Ovvero è un testo dove – con passione – si raccontano momenti di una riflessione che si propone come luogo civile.

E lungo questa strada s’incontrano molte risposte: perché, per esempio, Vittorio Foa cercasse risposte alla crisi del movimento operaio e sindacale della fine degli anni `70 andando a interrogare gli inglesi d’inizio Novecento; perché maturasse il pensiero di una «politica del tempo» da contrapporre a una politica quantitativa del prodotto; perché la sua indagine sul Novecento s’interrogasse sul rapporto tra scelta politica e astensione dalla politica.

 

Se c’è un’attualità di Vittorio Foa essa sta in una mentalità,

conseguenza di una curiosità e di una consapevolezza di essere limitati

 

In questo libro, dunque, c’è l’insieme degli strati profondi di una biografia culturale che non vuole proporsi come un’icona.

Ecco questa necessità di indagare, ma soprattutto di non proporsi come un simbolo, è una condizione che non c’è nella cultura di oggi, sia essa laica o meno, politica o impolitica, credente o no, propria di qualsiasi pratica religiosa, noi Ebrei inclusi. Se c’è un’attualità di Vittorio Foa essa sta non nell’isolare delle singole frasi, ma in una mentalità, che è anche conseguenza di una curiosità e di una consapevolezza di essere limitati. Forse il tratto antropologico più raro nel attuale narcisismo culturale – sia esso pieno del proprio sapere o soddisfatto e pago del proprio non sapere, in cui ci troviamo a vivere quotidianamente.

David Bidussa
Redazione JOI Mag

Classe 1955, nato e cresciuto a Livorno, studia a Pisa dove inizia la facoltà di Filosofia, ma si innamora di quella di Storia. Ha insegnato al liceo e all’università, da anni lavora alla Fondazione Feltrinelli in quanto Direttore dei contenuti editoriali. Si definisce uno storico sociale delle idee (ci ha assicurato essere una vera specialità, benché nessuno finora abbia capito cosa sia). Scrittore e giornalista, dicono che il suo branzino al sale sia leggendario.


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