L'agenda di Joi
Cultura
Yehoshua Kenaz, lo scrittore del tempo sospeso

Ritratto dell’autore israeliano scomparso pochi giorni fa

Non era conosciuto dal pubblico italiano come gli scrittori mainstream della famosa triade Yehoshua-Grossman- Oz (merito di Giuntina averne pubblicato da noi i romanzi più rappresentativi), ma in Israele Yehoshua Kenaz ha vinto una moltitudine di premi: nel 1991 il Premio Alterman, nel 1992 il Premio Newman, e il prestigioso Bialik Akuma Prize nel 1994 e nel 1995. Dai suoi libri sono stati realizzati film importanti, forse il più noto dei quali è stato Alila di Amos Gitai, tratto da Ripristinando antichi amori
Eppure si sapeva poco di lui, non amava apparire. Era di sinistra (apparteneva al partito laico Meretz, scriveva su Haaretz) ma non si mai esposto in dichiarazioni ufficiali come i suoi colleghi, più noti per il loro impegno politico.
Yehoshua Kenaz era un autore schivo, mite, poco aggressivo e forse poco ambizioso: gli bastava scrivere, senza apparire sotto i riflettori o dilungarsi sui motivi per cui lo faceva. Era colto. Gli scrittori del passato che più sentiva vicini erano due capisaldi della letteratura israeliana, Shmuel Yosef Agnon e S. Yzhar, il primo legato alla cultura diasporica, il secondo profondamente sabre.
Amava l’Europa, in particolar modo la cultura e la letteratura francese. Traduceva anche da quella lingua: Stendhal, Gide, Flaubert, Simenon. Gli piaceva ripetere una frase: “Israele è casa, ma la Francia è il mondo”.

Eppure la sua scrittura non cerca gli spazi ampi, predilige i luoghi stretti: condomini, spesso microcosmi di realtà più grandi, come quella Tel Aviv a cui era arrivato ventenne da Petach Tikwa – poco più di un villaggio contadino. Ospedali dove le persone sono costrette all’osservazione e alla convivenza. Salotti claustrofobici.
Le abitazioni da sempre ispirano le storie e la letteratura,  richiamano convivenza e solitudine, evocano fantasmi irrisolti. Possono diventare thriller alla Polansky (chi non ricorda il Dakota, il terribile edificio dove si ambienta Rosemary’s baby?) o storie decisamente più intimiste, sviluppi da commedia. I condomini insomma hanno un fascino suggestivo e sono da sempre buone occasioni per rappresentare società e culture diverse, se si pensa che anche un autore di ultima generazione, Eshkol Nevo, vi ha ambientato una delle sue storie più recenti, Tre piani – pare che sia una metafora, richiamano addirittura tre istanze freudiane (Es, Io e Super io) –  e che diventerà tra poco un film di Nanni Moretti.
In Cortocircuito  (edito in Italia da Nottetempo) e in  Ripristinando antichi amori (Giuntina) le storie si svolgono proprio in due edifici di Tel Aviv. Il primo romanzo ha come sfondo la guerra del Golfo del ’91 e affonda lo sguardo nelle vite di alcuni residenti (una vecchietta che muore asfissiata dal gas, una coppia che litiga e abbandona un gatto rosso, un giovane arabo che pulisce le scale); nel secondo forse la vicenda più definita è la passione tra Gabi e Hazi. Non sappiamo niente di loro, del loro prima. Sono colleghi di ufficio ma al lavoro fingono di non conoscersi. Gitai ha sostenuto di aver tratto da questo libro un film orizzontale, privilegiando questa linea narrativa, un po’ stile Ultimo tango a Parigi, mentre la scrittura di Kenaz, sostiene, è verticale e comprende altre trame, alcune concatenate, altre destinate alla solitudine o lasciate in sospeso, come parentesi che non si richiudono.
Voci di muto amore (ancora pubblicato da Giuntina) si svolge in un ospedale e affronta la vecchiaia, con le sue miserie e i suoi ultimi bagliori. Protagonista è un’umanità spesso disturbante, malata o morente, che ricorda l’atmosfera de La montagna incantata di Thomas Mann. Un girotondo di infermieri, di parenti avidi come avvoltoi e degenti di grande dolcezza come Allegra o insopportabili come Jolanda Moskovitch, una donna grassa, narcisista. E’ lei il personaggio dominante, grandiosa nella sua antipatia. E’ l’unica che viene chiamata pomposamente signora. E’ un personaggio patetico e grottesco, quasi felliniano. Ama truccarsi e vestirsi bene, nella speranza di risultare ancora attraente: illusione che si infrange quando un pittore le fa un ritratto poco lusinghiero rivelando la verità del suo volto devastato dai segni del tempo. Ancora una volta regna la claustrofobia di luoghi e personaggi, rinchiusi non solo in un ambiente fisicamente ristretto ma nei loro schemi e nelle loro routine, arrivati davanti a un muro finale che limita la libertà e annulla il futuro. 
Kenaz non fa nessuno sforzo di abbellire gli ambienti o le persone: anche la sua Tel Aviv è così. Può essere misera, rabbiosa e poi aprirsi in squarci improvvisi di bellezza passeggera. Come la vita. I personaggi spesso non parlano un ebraico corretto, come il vecchio amministratore di Ripristinando antichi amori che commette strafalcioni eclatanti. La lingua va avanti, si evolve, non aspetta e questo aumenta un senso di estraneamento generale, di solitudine spiazzante. Dove siamo, dov’è casa? Israele è un puzzle composto da tanti tasselli che a volte si incastrano, ma la maggior parte del tempo restano sparpagliati sul tavolo, senza un disegno da completare. Come avviene in Infiltrazione, il cui titolo è stato cambiato dai traduttori di Giuntina nell’efficace Non temere e non sperare (“Non temere vendette, non sperare in favori”: la frase che rammenta un superiore a una recluta). Il libro è un grande affresco di formazione del paese, nel quale sono protagonisti giovani soldati ritratti dalla giovinezza all’età adulta. L’attenzione della storia va alle dinamiche di gruppo, ma riflette anche sul rapporto tra individuo e collettività. Anche qui viene raffigurato un piccolo universo chiuso in se stesso, quello dei militari: ognuno di loro rappresenta una parte dello Stato in formazione, le varie anime che costituiscono Israele alla sua nascita. Umili sefarditi, askenaziti saccenti, sabre che guardano al futuro e sopravvissuti alla Shoah che portano dentro il mistero di una storia irraccontabile.  Tutti aspirano a diventare gruppo compatto, insieme, società; tutti sono inevitabilmente divisi, monadi senza speranza di incontro, contraddistinti dalla loro individualità. In questa continua sospensione tra comunicazione e solitudine, tra pieno e vuoto, tra possibilità di un inizio e inesorabilità della fine sta la scrittura di Kenaz. Ci vuole fiato per leggerlo, resistenza: è un autore che viene fuori sulla lunga distanza. E’ una scrittura che ti lascia addosso una sensazione continua di ansia, di aspettativa, in cui spesso le storie restano sospese, come esche lanciate, indizi promettenti che poi non portano a una conclusione. Forse perché il mondo è un luogo senza certezze; o forse perché lo scrittore non giudica mai i suoi personaggi chiudendoli in un ritratto morale, anche quando sono umanamente discutibili. “Flaubert non stimava Madame Bovary ma ce l’ha fatta amare. Per me è così. Non si può scrivere senza compassione”. 
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *