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90 anni di “M- Il mostro di Düsseldorf”, capolavoro di Fritz Lang

Del perché si parla di un mostro, di cosa c’entrano i nazisti e di quando il regista scappò da Berlino

Si racconta che all’inizio degli anni trenta Irving Thalberg, leggendario produttore della Metro-Goldwin-Mayer, abbia radunato tutti i registi, i soggettisti e gli sceneggiatori del più grande studio di Hollywood per la proiezione di un film uscito da poco in Germania. Al termine della visione Thalberg avrebbe criticato i presenti per la loro incapacità di realizzare film tanto emozionanti, innovativi e al tempo stesso in grado di sfondare sul mercato. Ma avrebbe anche ammesso che se qualcuno gli avesse proposto la storia di un killer di bambine che è in realtà tragica vittima di una società globalmente corrotta, sarebbe stato probabilmente messo alla porta.

La città e il mostro
Thalberg, se l’aneddoto è vero, si riferiva a M – Il mostro di Düsseldorf, proiettato per la prima volta a Berlino esattamente novanta anni fa l’11 maggio 1931 e considerato il capolavoro di Fritz Lang oltre che uno dei film più importanti del Novecento. La pellicola, che racconta la caccia a un assassino di bambine in una grigia città industriale tedesca, si pone al crocevia di generi come il thriller e il poliziesco, il noir e il film psicologico, che all’epoca cominciavano appena a essere codificati. Del noir in particolare M può essere considerato il primo esempio assoluto, un’invenzione frutto di miscela sapiente di atmosfere e suspence, indagine psicologica e azione, contraddizioni e complessità, una fotografia ricercata che gioca sui toni del grigio e una costante sensazione di amaro in bocca, se non addirittura di fastidio. I tagli di luce, le ombre e i chiaroscuri, insieme ai riflessi delle vetrine dei negozi onnipresenti nel cinema di Lang, collocano M all’apogeo dell’espressionismo che proprio nella Germania di Weimar aveva trovato il terreno più fertile grazie a registi come Murnau, Pabst e lo stesso Lang, e che si esaurirà rapidamente con l’ascesa del nazismo.

Cinque anni dopo Metropolis (1926) Lang torna a descrivere la città, mentre il film di fantascienza rappresentava però una società divisa rigidamente in una ristretta aristocrazia che si svaga nei giardini pensili dei grattacieli e la massa degli operai schiavi costretta a vivere, cioè lavorare, in cave e seminterrati, M affresca la società del tempo presente con le sue spaccature meno evidenti ma altrettanto profonde e le sue invisibili correnti sotterranee, come la malavita ma anche il sistema di polizia. Il titolo completo dell’originale tedesco, M – Eine Stadt sucht einen Mörder, cioè una città cerca un assassino, chiarisce gli intenti politici del regista. La città che vediamo scorrere sullo schermo è, come una polis greca, spazio di ciò che è pubblico, un’area geografica e di valore che non tollera l’emergere di un individuo incapace di rispettare le sue regole imponendo i propri personali principi. Non stupisce dunque che la città tutta, e non solo la polizia, si lanci alla ricerca dell’assassino, che è qui innanzitutto il diverso, l’anormale, colui che si sottrae alla legge della maggioranza e attraverso tale sottrazione mostra la violenza e la relatività di quella. La città, divisa e stratificata, trova unità solo nella psicosi collettiva che porta alla caccia al mostro.
In una scena da antologia il montaggio alterna frammenti di due situazioni diverse eppure analoghe, da una parte la riunione di gabinetto dei vertici della polizia, dall’altro quella dei boss delle cosche: anche se per differenti ragioni, per entrambe l’assassino deve essere eliminato. Questi due stati, quello di diritto e quello criminale, saranno messi a confronto nella scena finale.

Profezia del nazismo
Fritz Lang era figlio di Anton e di Paula Schlesinger, una ebrea che come molti all’epoca si era convertita nella speranza di ottenere così un biglietto d’entrata nella società tedesca. Ma, grazie ai Nibelunghi e a Metropolis, Lang era anche il regista preferito di Hitler e di molti gerarchi nazisti. Del secondo già si è detto, il primo invece, in due parti e dedicato “al popolo tedesco” pochi mesi dopo la crisi iperinflazionistica del 1923, racconta con immagini meravigliose e rudimentali effetti speciali le gesta di Siegfried e la parabola del regno dei burgundi a Worms, dilaniato da intrighi e rivalità e infine distrutto dall’odio e dagli unni di Attila in una immensa orgia di fuoco e sangue. Con l’ascesa del regime hitleriano, tuttavia, Lang riparò negli Stati Uniti dove non senza difficoltà continuò a dirigere film importanti. L’attore che interpreta l’assassino di bambine in M è invece Peter Lorre, nome d’arte dell’ebreo ungherese László Löwenstein, anch’egli costretto alla fuga dopo il 1933. Minuto, la grande testa tonda di bambino e gli occhi sporgenti, a Hollywood otterrà spesso il ruolo di antagonisti disturbati, con apparizioni indimenticabili in film del calibro dell’Uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock, Il mistero del falco di John Huston e Casablanca di Michael Curtiz.

Ma non è sui dettagli biografici, per quanto significativi, che intendiamo soffermare l’attenzione. Lang e Lorre, i due artefici di M, raccontano il terrore che attanaglia la Germania di Weimar, in cui una democrazia instabile nata per conseguenza della sconfitta in guerra subisce bordate spaventose dall’esorbitare delle riparazioni sancite a Versailles, dall’inflazione alle stelle e dal ritiro dei prestiti americani nel 1929, dalle opposte paure in una rivoluzione sovietica e in un golpe reazionario, dal confuso auspicio in una vendetta rigenerante. Nel film i passanti in preda al panico vedono l’assassino per le strade e sui tram, la paura divora gli animi e scatena i linciaggi, la follia collettiva cerca uno sfogo, un capro espiatorio potremmo dire. Nel processo farsa finale non possiamo non scorgere il nazismo, un sistema fondato interamente sulla prevaricazione, del tutto disinteressato alla giustizia e invece formidabile nel muovere le masse impaurite verso atrocità inedite. Il modello di libertà propugnato dal nazismo ha a che vedere con lo stato parallelo, o meglio antistato, di cui la società dei criminali è esempio: un modello percorso da venature pseudodionisiache, irrazionalistiche e complottiste, fondato sul godimento esclusivo di una condizione negata agli altri e soprattutto nemico del diritto impersonale, della legge rappresentata dalla tradizione ebraica e considerata ostacolo allo sviluppo pieno, cioè incontrollato e antipolitico, della vita. E’ a questo punto che M da analisi minuziosa dei mali della società tedesca e in qualche misura di ogni società, diventa anche profezia agghiacciante. Non ci sono innocenti perché tutti condividono responsabilità per lo stato della Germania, questo il messaggio che emerge. Allora la massa degli assassini addita l’assassino solitario dicendo: è lui il mostro.

Un film da ascoltare
Sipario nero. Trascorrono alcuni secondi di attesa. Poi ecco una voce di bambina, recita un ritornello che evoca l’uomo nero. Solo dopo qualche altro secondo vediamo alcuni bambini che giocano in un cortile, ripresi dall’alto. In questo incipit del film, il primo sonoro di Lang, la tensione è già alle stelle, sono sufficienti pochi fotogrammi perché lo spettatore, a cui il regista si rivolge prima attraverso i suoni e solo dopo anche con le immagini, sia completamente catturato. Voci e rumori, d’altra parte, non hanno valore semplicemente allusivo ma sono pienamente integrati nella narrazione; grazie ad essi si configura nel pubblico una memoria sonora che consente di orientarsi nel film e negli spazi labirintici della città che vi sono rappresentati. Quando l’assassino si nasconde nel magazzino lo sentiamo ansimare nel silenzio, lo stesso silenzio ellittico che ci accompagna sulla scena del suo crimine, quando è sufficiente una palla abbandonata nel parco e un palloncino impigliato ai tralicci per farci intuire tutto. Ma c’è di più, perché il mostro viene presentato attraverso una popolare aria del Peer Gynt di Grieg che ama fischiettare: anche in questo caso il sonoro anticipa il visivo, dal momento che prima ascoltiamo il motivetto e in un secondo momento vediamo in faccia il protagonista. Di conseguenza quando più avanti sentiamo ancora la stessa aria, immediatamente sappiamo che il killer è in caccia di una nuova preda. Non stupisce che la sua identificazione avvenga quando un cieco, sensibile più degli altri a tutto ciò che coinvolge l’ascolto, ricorda di aver già sentito quei suoni e lo riconosce.

Il primato dell’ascolto sulla vista richiama un aspetto della tradizione ebraica, sovente contrapposta nella modellizzazione tipologica all’altra grande sorgente della cultura europea, quella greca. Sebbene sia forse eccessivo suggerire una esplicita intenzione del regista in questo senso, è probabile che a Hitler il film non sia piaciuto; la propaganda nazista ne utilizzerà addirittura una scena per il famigerato film antisemita del 1940 Der ewige Jude, L’ebreo eterno nella versione italiana. “Il ministro della propaganda Joseph Goebbels mi convocò nei suoi uffici il 30 marzo 1933”, ha raccontato Lang molti anni più tardi, “e mi propose di diventare una sorta di Führer del cinema tedesco. Io allora gli dissi: ‘Signor Goebbels, forse lei non ne è a conoscenza, ma debbo confessarle che io sono di origini ebraiche’. E lui: ‘Non faccia l’ingenuo signor Lang, siamo noi a decidere chi è ebreo e chi no!’. Fuggii da Berlino quella notte stessa”.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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