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Cultura
Birobidžan, una storia triste e assurda

La recensione del libro “Dove gli ebrei non ci sono” (Giuntina) di Masha Gessen

La scrittura di una storia del passato assolve di solito a due scopi. Innanzitutto, come è ovvio, contribuisce alla conoscenza degli eventi descritti; non meno importante, e forse meno ovvio, dice qualcosa del presente, cioè del contesto in cui l’autore vive e dell’autore stesso. Questa impressione è particolarmente forte leggendo il recentissimo libro di Masha Gessen Dove gli ebrei non ci sono. La storia triste e assurda del Birobidžan, la regione autonoma ebraica nella Russia di Stalin (Giuntina), un volume che indaga la politica criminale di Stalin ma indirettamente dice qualcosa anche della Russia contemporanea, la Russia di Putin.

Una buona idea
Alla fine degli anni venti i vertici del partito (leggi: Stalin e il suo entourage) promuovono l’idea di una Unione Sovietica come federazione di autonomie nazionali. Non stupisce, in questo contesto, che venga delineato anche il progetto di un’autonomia ebraica, sulla scorta delle riflessioni dello studioso Simon Dubnow. Da alcuni decenni il dibattito interno al mondo ebraico orientale contrappone i sionisti da una parte, che Dubnow considera alla stregua di eredi razionalizzanti del misticismo, gli assimilazionisti di stampo liberale oppure socialista dall’altra, infine i propugnatori della specificità culturale del mondo yiddish di cui il Bund antinazionalista è l’espressione più diffusa. Detto per inciso, tutte e tre sono in buona misura reazioni rivoluzionarie rispetto al mondo immobile della tradizione, quello delle yeshivot, delle shuln e degli shtetlach. L’ascesa dei bolscevichi determina lo scioglimento forzato del Bund e la messa fuorilegge dei sionisti, tacciati di nazionalismo reazionario, nei primi anni successivi alla rivoluzione e alla guerra civile però l’idea di trasformare gli ebrei sovietici in agricoltori ha numerosi sostenitori (e – altro punto di contatto – anche tra i sionisti che si stabiliscono nella Palestina mandataria quella di rigenerazione attraverso il lavoro della terra è un’idea largamente presente). Vengono tentati alcuni esperimenti grazie al finanziamento, da parte delle comunità ebraiche americane, di insediamenti agricoli collettivi in Crimea e in Ucraina, ma la collettivizzazione forzata, la povertà e l’antisemitismo delle popolazioni circostanti mettono presto la parola fine al progetto. Ma ecco che a qualcuno viene in mente un’idea magnifica. C’è una regione poco popolata, nel lontano oriente sovietico al confine con la Manciuria, tra i fiumi Bira e Bidžan. Nel 1927 una spedizione di agronomi va a descrivere la remota terra dell’oro, che diventerà uno dei due stati ebraici al mondo: quello, nelle parole di Masha Gessen, dove gli ebrei non ci sono.

Un’idea pessima
Sarebbe sufficiente leggere la relazione di ottanta pagine prodotta dalla spedizione del 1927 per capire che la buona idea è in realtà pessima. Il Birobidžan, tanto per cominciare, è coperto per circa il 40 per cento da ripide montagne e per oltre il 30 da paludi. C’è poi un clima impietoso, con inverni glaciali e estati torride, spesso segnate da piogge torrenziali. E infine la piaga degli insetti, con una quantità di tafani, moscerini e zanzare tale da obbligare le persone a indossare piccole zanzariere intorno alla testa prima di uscire di casa. Quanto alla popolazione in effetti è scarsa – chissà come mai – e composta da eredi dei cosacchi deportati al tempo degli zar, comunità di etnia coreana poverissime e discriminate e bande di predoni seminomadi. Neanche a dirlo, le infrastrutture sono scarse e fatiscenti. Di conseguenza, il governo sovietico decide che il Birobidžan è il paese giusto per gli ebrei e programma di trasferirne un milione in dieci anni. Nel 1928 arriva il primo gruppo di pionieri e vengono fondate alcune aziende agricole collettive, un giornale e scuole in lingua yiddish. Ma fin dal primo anno le alluvioni, la fame e il freddo provocano la fuga silenziosa di molti, compensata a stento dall’arrivo di altri convinti dalla martellante propaganda che descrive la regione come una terra magnifica, ideale per l’agricoltura. Nelle corrispondenze lo scrittore David Bergelson canta le lodi del Birobidžan, con le sue catene montuose ammantate di neve, la luce purissima e i fiumi luccicanti, e giunge a pubblicare un romanzo a tema – perfetto esempio di realismo socialista – il cui protagonista è un ebreo americano disadattato e avido di denaro che non trova posto nel paradiso dei lavoratori socialisti ebrei motivati dai più alti ideali. Tuttavia, al netto di partenze e arrivi, la popolazione ebraica in Birobidžan non decolla e nel 1934, quando il paese riceve ufficialmente lo status di Regione autonoma ebraica, non supera le quindicimila unità.

La tragedia
Poi fu il terrore. Dal 1936 in Birobidžan come altrove cominciano a sparire gli scrittori in yiddish e si diffonde a macchia d’olio il clima cupo delle denunce incrociate, della paura, degli arresti casuali, dei processi farsa. Un piccolo inventario è utile a rendere l’idea. Il giornalista Litvakov viene accusato di essere un “bundista nazifascista” e un membro della Gestapo; il presidente di una fattoria collettiva una spia al soldo del Giappone; non si contano poi le accuse più classiche, dal trozkismo al nazionalismo borghese all’imprecisata attività controrivoluzionaria; la moglie del già eliminato segretario del partito Khavkin è accusata di avere servito del gefilte fish avvelenato a Lazar Kaganovich; Bergelson, che bene conosce l’arte della fuga al momento opportuno, scappa quando viene a sapere che la conferenza sulla lingua yiddish prevista nel 1937 è stata rinviata, preludio tipico alla cancellazione della stessa e all’arresto degli organizzatori.

Con la guerra di sterminio scatenata dalla Germania nazista il terrore di Stalin si interrompe, come testimoniato tra gli altri da Vasilij Grossman. Il’ja Ehrenburg, forse il più influente giornalista in Unione Sovietica, può addirittura permettersi di scrivere frasi che qualche mese prima sarebbero state impensabili: “Sono uno scrittore russo. Come tutti i russi sto ora difendendo la mia patria. Ma i nazisti mi hanno fatto ricordare qualche altra cosa; il nome di mia madre era Hannah. Io sono ebreo. Lo dico con orgoglio”. Ma con la fine della guerra la parentesi si chiude. L’idea di reinsediare gli ebrei sopravvissuti alla Shoah e le cui vecchie case sono spesso occupate da anni da altre persone fa pensare per un breve periodo alla Crimea, ma il progetto viene accantonato. Esiste già, infatti, un posto perfetto per gli ebrei: il Birobidžan, naturalmente! Ciononostante solo poche migliaia di ebrei, quelli senza alcun altro posto dove andare, partono per il lontano oriente.

Negli ultimi anni di Stalin, dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948, gli ebrei diventano per il regime i principali nemici interni e ricominciano le sparizioni notturne, gli arresti e le morti misteriose. Stalin decide che un’autonomia, e in particolare un’autonomia ebraica, è un pericolo e comincia una campagna per estirpare la cultura yiddish – al solito, colpendo coloro che ne sono portatori -. Il giornale yiddish Birobidžaner shtern, “la stella del Birobidžan”, viene accusato di nazionalismo per aver pubblicato un alto numero di articoli riguardanti ebrei e di conseguenza chiuso, le copie ritirate, i giornalisti arrestati e deportati. Lo yiddish viene abolito come lingua di insegnamento nelle scuole e sostituito dal russo. I già pochi partecipanti alla preghiera di Rosh Hashanà vengono arrestati e il rabbino condannato a morte. L’apice della campagna sarà raggiunto nel 1952 con quella che passa alla storia come “la notte dei poeti assassinati”, l’ultima esecuzione da parte di Stalin (gli atti del processo sono stati pubblicati in italiano nel volume La notte dei poeti assassinati. Antisemitismo nella Russia di Stalin, a cura di Francesco M. Feltri, Sei).

La farsa
Siamo quasi alla fine. Dopo Stalin e la breve stagione di Chruščëv, segue il ventennio Brežnev, un periodo che come forse nessun altro corrisponde a un colore, il grigio della nebbia statica e stantia. Da questi anni emergono frammenti, stralci, briciole che dicono che c’è chi prova ad aggrapparsi a qualsiasi cosa per conservare, per non perdere tutto. La moglie dell’ambasciatore israeliano in visita in Birobidžan alla fine degli anni cinquanta riferisce di ebrei assetati di tutto, ebrei che come i marrani di un tempo ripetono a memoria brani di canzoni ebraiche di cui non ricordano più la fine, ebrei che vorrebbero sapere chi sono, da dove vengono, in un paese dove neppure della Shoah è lecito parlare, anziani ebrei che si commuovono alla vista di una copia della Torà. Più recentemente, saltano fuori dalle cantine libri in yiddish nascosti non senza rischi, libri che oggi nessuno, in Birobidžan, sa leggere. L’ultimo poeta yiddish della regione, Shkolnik, lo ha scritto in versi struggenti: “Mi sarebbe piaciuto passare il testimone ai miei figli / ma non ho niente da trasmettere”. Poi, tra gli anni ottanta e novanta, l’Unione Sovietica si svuota di quasi tutti gli ebrei, emigrati in Israele ma anche negli Stati Uniti e in Germania. Oggi nel Birobidžan c’è una comunità di poco più di mille persone, con un lubavitch che svolge le funzioni di rabbino. Il novantenne Bekerman, unico ancora in grado di parlare in yiddish, frequenta la sinagoga ma protesta. Il lubavitch viene da un altro pianeta e non sa nulla di noi, in sinagoga “vuole che ci copriamo il capo. Cosa pensa? Pensa che io creda in Dio?”.

Masha Gessen ha lasciato la Russia con la famiglia nel 1981, quando aveva quattordici anni. Tornata a Mosca dieci anni più tardi e divenuta influente giornalista e attivista per i diritti Lgbt+, nel 2013 ha abbandonato la Russia di Putin con la compagna e i tre figli. Il regime stava intensificando la campagna contro gli omosessuali e il parlamento discuteva in quei giorni come allontanare i figli delle famiglie Lgbt+ dai genitori. La decisione di andare via, stabilendosi negli Stati Uniti, è stata la conseguenza di una minaccia considerata inaccettabile. Due anni dopo, nel 2015, la bandiera del Birobidžan è stata presa in esame dal regime perché contenente i colori arcobaleno, guarda caso gli stessi di quella del gay pride. Una attenta analisi non è riuscita a trovare prove di propaganda omosessuale.

Masha Gessen Dove gli ebrei non ci sono. La storia triste e assurda del Birobidžan, la regione autonoma ebraica nella Russia di Stalin, Giuntina, tradotto da Rosanella Volponi, pp. 224, 18 euro 

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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