Cultura
L’ebraismo dell’Europa orientale e i regimi comunisti. Spunti di riflessione #7

Il 24 agosto del 1941 fu permesso agli ebrei sovietici di chiamare a raccolta tutti i correligionari della Diaspora: la difesa dell’Urss diveniva difesa dell’umanità tout court dinanzi alla barbarie del razzismo bellico di Hitler

Nella tarda primavera del 1941 circa cinque milioni di ebrei vivevano nei territori sovietici e in quelli polacchi incorporati dopo la spartizione sancita con l’accordo dell’agosto del 1939. Quasi due milioni erano residenti nei territori occupati, a partire dalla metà di settembre di due anni prima, dall’Armata Rossa. L’«operazione Barbarossa», l’attacco tedesco all’Urss, iniziato il 22 giugno 1941 e organizzato come un gigantesco colpo di maglio, colse buona parte dell’ebraismo aschenazita del tutto impreparato rispetto alla repentina trasformazione, non solo di ordine politico, che l’ingresso in massa dei nazisti avrebbe generato nelle società da essi subitaneamente occupate. Già la politica di appeasement ideologico perseguita da Stalin nei confronti di Hitler fino alla fine del 1940, aveva ridimensionato la gravità della natura, e quindi dell’impatto, dell’antisemitismo nazista, il più delle volte derubricandolo falsamente a manifestazione di avversione contro la religione ebraica e non molto altro. Si trattava di un imbarazzato tentativo di attenuare la responsabilità che, con il patto Molotov-Ribbentrop, Mosca assumeva nei confronti di un regime che stava avviando una politica di sistematico genocidio. Per l’ebraismo sovietico, sostanzialmente leale nei confronti del gruppo dirigente moscovita, si trattava di bere un amaro calice, quello delle menzogne di comodo. Non di meno, con calcolata silenziosità, il vertice del Cremlino aveva avviato una progressiva epurazione dei quadri di origine ebraica dalla diplomazia, dall’esercito, da diverse amministrazioni centrali e periferiche. Si trattava di una scelta autonoma di Stalin e dei suoi uomini, preoccupati che una parte di essi potesse, da posizioni di rilievo, esercitare qualche opposizione al prosieguo del rapporto con Berlino.

Tutto questo terminò molto velocemente, al pari di una scenografia di cartapesta che cade rovinosamente sugli attori, quando i tedeschi iniziarono le operazioni militari contro l’Unione Sovietica. All’avanzata delle truppe, pressoché da subito iniziarono gli eccidi preordinati. Gli ebrei, prima gli uomini al di sopra dei 14 anni poi, con l’estate ed il primo autunno anche le loro famiglie, furono fucilati in massa. Coloro che non subivano da subito tale sorte, venivano perlopiù raggruppati in piccoli e grandi ghetti, in attesa di essere eliminati. L’introduzione del lavoro schiavistico faceva in genere da premessa allo sterminio fisico. Fondamentale fu il triste contributo che una parte degli esponenti del nazionalismo anticomunista ucraino, bielorusso e dei Paesi baltici, offrirono all’occupante, incaricandosi autonomamente di procedere ad eliminazioni in massa.

Stalin, dopo avere assorbito la sorpresa ingeneratagli da un attacco tanto annunciato quanto imprevisto nei tempi e nei modi, virò molto velocemente nel suo indirizzo politico anche rispetto agli ebrei. Trattandosi di dare corpo ad una risposta non solo militare all’aggressione in corso, cercò di coalizzare tutta la popolazione, mobilitandola in quella che sarebbe poi stata formulata come la «grande guerra patriottica». A tale riguardo, già il 24 agosto del 1941, fu permesso agli ebrei sovietici di chiamare a raccolta, raccogliendone il sostegno morale e materiale, tutti i correligionari della Diaspora. Un appello radiofonico si rivolse infatti «ai nostri fratelli ebrei in tutto il mondo» per rivendicare il dovere, espresso dallo stesso «popolo ebraico» (qui inteso non come una nazionalità sovietica bensì nella sua natura di soggetto universale), di unirsi in alleanza per combattere il nazifascismo ovunque si fosse manifestato. La difesa dell’Urss diveniva difesa dell’umanità tout court dinanzi alla barbarie del razzismo bellico di Hitler e dei suoi sodali.

A titolo di misura di grandezza, degli oltre 168 milioni di sovietici censiti nel 1939, quasi nove milioni di militari perirono (almeno tre milioni durante la brutale prigionia) e con essi almeno diciassette milioni di civili (circa il 14% dell’intera popolazione). All’interno di questo novero, dei circa tre milioni di ebrei presenti in Urss prima dell’occupazione nazista (escludendo i Paesi baltici), un terzo fu assassinato. Un numero minore di quello polacco, dove perì quasi il 90% della popolazione ebraica (che passò da circa 3.400mila elementi a soli 300mila) e di quello registrato in Lituania, dove dei 150mila ebrei ne scomparve la quasi totalità (il 96,7%) o della Lettonia, con un tasso di mortalità di oltre il 70% (70mila deceduti a fronte dei 93.500 del 1939). L’incidenza di questi numeri va rapportata alle tragiche dimensioni dello distruzione dell’ebraismo europeo, che dai 9.689.500 elementi di prima della guerra, in sei anni passò a 5.594.623 sopravvissuti, censiti ad ostilità terminate (con un tasso di mortalità del 57%). Altre cifre, basate su proiezioni demografiche, indicano in 1.700mila gli ebrei effettivamente morti, calcolando anche quanti morirono a seguito degli stenti, delle carestie e delle più generali condizioni di gravissima precarietà. Sta di fatto che nel censimento del 1959 gli ebrei sovietici erano calcolati in circa due milioni e 500mila, presenti soprattutto in Russia, Ucraina, Moldavia. Poiché la presenza ebraica era prevalentemente urbana, si stimava che all’epoca a Mosca l’11% della popolazione fosse costituito da ebrei, così come per il 9,8% a Leningrado, il 13,8% a Kiev fino ad un massimo di 19,8% a Kishinev.

In quegli stessi anni, la partecipazione ebraica allo sforzo bellico contro l’alleanza nazifascista è calcolato in un milione e mezzo di arruolati e combattenti, oltre al diffuso numero di partigiani ebrei che operarono nei territori occupati. Mezzo milione servì nell’esercito americano (con un elevato tasso di decorati, pari ad oltre il 10%), un numero identico fu arruolato e combatté con l’esercito sovietico (dove numerosissimi furono i riconoscimenti all’impegno e al valore, riguardando un terzo dei militari, con più di 150 insigniti della massima onorificenza, quella di «Eroe dell’Unione Sovietica»), circa 100mila erano in servizio nell’esercito polacco nel 1939 e migliaia, fuggiti dal paese d’origine, continuarono a combattere con le forze armate polacche dell’Occidente, a partire dal Secondo corpo al comando del generale Władysław Anders. Il quadro dell’impegno ebraico in campo alleato si completa con i 60mila militari inquadrati nell’esercito britannico e la partecipazione di 30mila ebrei provenienti dalla Palestina mandataria. I 500mila ebrei inquadrati nell’esercito sovietico vanno rapportati alle dimensioni della popolazione ebraica residente nei territori non occupati dai nazisti, pari a due milioni di individui di cui la metà di sesso femminile. La resistenza nei territori occupati, ferocemente impedita dal tallone di ferro imposto dai nazisti ma anche dalla compromissione delle forze collaborazioniste, fu esercitata con disperata determinazione da quanti, dentro i ghetti e nelle foreste, poterono dotarsi delle poche armi che ebbero a disposizione.

La repentina disponibilità di Stalin nel concedere all’ebraismo sovietico voce e rappresentanza rispondeva non solo alla necessità di fare affidamento diretto alle forze di quest’ultimo ma anche e soprattutto alla convinzione che potesse influenzare l’ebraismo americano che, erroneamente, il dittatore riteneva avesse un buon potere d’influenza rispetto all’Amministrazione Roosevelt. In tale chiave, nacque il Comitato antifascista ebraico (Yevreysky antifashistsky komitet-ЕАK), la cui esistenza venne definitivamente formalizzata il 6 aprile 1942. Si trattava di un organismo indipendente, funzionale al principio per cui per parlare agli ebrei del mondo dovevano essere altri ebrei. Come tramite e garante presso il Comitato centrale del Partito comunista fu chiamato un esponente della vecchia guardia bolscevica, molto vicino a Stalin, Solomon Lozovsky, già segretario del Profintern, l’organismo di coordinamento tra Internazionale comunista e il sindacalismo al di fuori dell’Urss. Quando nel 1937 fu liquidato, Lozovsky venen nominato vice commissario del popolo per gli Affari esteri. Nel corso della «grande guerra patriottica» divenne presidente del Sovinformburo (l’Ufficio sovietico di informazione), che gestiva il flusso di notizie riguardo ai fronti di battaglia e le modalità di comunicazione delle medesime alla popolazione. Proprio in tale veste fu chiamato ad occuparsi dell’EAK, il cui obiettivo era quello di intervenire attivamente presso il pubblico occidentale a favore della lotta sovietica contro i nazisti, sollecitando inoltre aiuti finanziari e militari.

A ciò si accompagnava la propaganda interna, tra gli ebrei sovietici, la promozione di un’immagine militante dell’ebraismo medesimo, completamente impegnato nel contrastare il «fascismo», la negazione che nell’Urss l’antisemitismo costituisse un problema. Solomon Mikhoels, già direttore del Teatro ebraico di Stato di Mosca, ne fu nominato presidente. Alle attività dell’EAK concorreva il periodico in yiddish «Eynigkayt» («Unità»). Nel 1943, Mikhoels e Feffer furono inviati in Occidente. In sette mesi, come ambasciatori dell’ebraismo sovietico, visitarono i paesi alleati, spesso accolti da simpatie diffuse se non da esplicito entusiasmo. A New York, la presenza di correligionari, particolarmente corposa, permise di organizzare in luglio una gigantesca manifestazione, alla quale parteciparono almeno 50mila persone, con l’attiva presenza del sindaco Fiorello La Guardia (che era ebreo per parte di madre, Irene Coen Luzzatto, originaria di Trieste). Se gli esponenti del Comitato si dedicavano alla raccolta di fondi, donazioni, contributi e materiali da inviare in Urss, le autorità del Cremlino confidavano che potessero concorrere attivamente a spingere l’Amministrazione statunitense ad aprire quanto prima il “secondo fronte” in Europa, con l’invio di truppe alleate, per alleggerire la morsa ancora robusta che gli invasori riuscivano ad esercitare sui territori e sull’esercito sovietico. In tale senso, benché il sionismo in Unione Sovietica fosse stato messo da molto tempo al bando, la diplomazia del Cremlino avviò caute consultazioni con esponenti della leadership dell’ebraismo nella Palestina sotto controllo britannico, valutando la possibilità, a guerra terminata, di offrire il suo sostegno alla nascita del futuro Stato d’Israele, Di fatto, nei tre anni successivi alla conclusione del conflitto mondiale, Mosca si rivelò sensibile alle istanze provenienti da parte dell’insediamento ebraico palestinese, favorendone la sua evoluzione in comunità politica nazionale.

La creazione del Comitato fu la concessione più importante fatta agli ebrei sovietici. Non fu invece intrapresa nessuna specifica azione da parte delle autorità sovietiche per tutelare i cittadini di origine ebraica dinanzi all’avanzata nazista. Eventuali evacuazioni non riguardavano i singoli gruppi minacciati ma la popolazione, laddove essa non fosse stata d’intralcio con le ritirate che l’esercito sovietico andava facendo per riposizionarsi in chiave difensiva. Si inscrive in tale logica anche la persistenza di una sospettosità radicata che portò le autorità sovietiche a condannare a morte quegli esponenti del bundismo polacco, come Henryk Erlich (ucciso il 15 maggio 1942) e Victor Alter (fucilato il 17 febbraio 1943), che una volta riparati in Urss mantennero i contatti con l’opposizione nazionalista al nazismo. Il tutto, in questo caso, malgrado le proteste provenienti dai paesi occidentali. Dentro ed intorno al Comitato prese comunque corpo un fermento intellettuale che, da almeno una decina d’anni, era invece venuto a mancare in buona parte della Russia occidentale. Su «Eynigkayt» scrivevano i migliori e più autorevoli esponenti dell’intellettualità yiddish sopravvissuti alle purghe degli anni Trenta: Peretz Davidovich Markish, David Bergelson, Lev Moiseevič Kvitko,Pinchus Kahanovich (conosciuto come Der Nister, «colui che si nasconde»), David Hofstein, Shmuel Halkin, lo stesso Feffer. Il loro destino fu segnato da quella vittoria per cui si erano spesi anima e corpo. Sopravvissuti al nazismo, sarebbero stati successivamente assassinati, nella quasi totalità, dallo stalinismo. Significativo anche che a collaborare al cenacolo yiddish fossero altri intellettuali ebrei ma di lingua russa, come Vasilij Semënovic Grossman, la cui opera letteraria avrebbe avuto una straordinaria fortuna in Occidente molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1964; Ilya Ehrenburg, non meno noto anche e soprattutto dal dopoguerra in poi; Emmanuil Genrikhovich Kazakevich. Con l’approssimarsi della conclusione della guerra, il Comitato aveva assunto oramai una sua esistenza propria, in parte indipendente da quelle che erano le rigide direttive e gli obiettivi del gruppo dirigente comunista. Come tale, considerandosi erroneamente libero di muoversi in uno spazio suo proprio, e ritenendo che le aperture di Stalin fossero destinate a durare nel tempo, avviò una serie di attività intese a documentare la tragedia dello sterminio nazista e a rispondere al risorgente antisemitismo, diffuso tra la popolazione delle repubbliche sovietiche. Tra queste, fondamentale è la raccolta di testimonianze raccolta tra il 1942 e il 1948 sui crimini germanici. Una parte di essa, già nell’immediato dopoguerra, confluì nel volume a firma di Grossman ed Ehrenburg intitolato «Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici, 1941-1945». Una prima stesura del libro venne redatta in due volumi tra il 1944 e il 1945, essendo poi aggiornato come work in progress; copie del testo furono quindi spedite negli Stati Uniti, nella Palestina mandataria ed in Romania. Le autorità russe ne bloccarono immediatamente la pubblicazione nel territorio dell’Urss (le prime edizioni in lingua russa risalgono al 1980, distribuite in Israele). Nel 1948, quando le attività del Comitato furono vietate, i materiali disponibili vennero sequestrati. Una parte di essa sarebbe stata successivamente salvata, attraverso il trafugamento clandestino e la sua successiva spedizione a Gerusalemme.

Non era inoltre estranea all’EAK l’ipotesi di configurarsi come un organismo di rappresentanza dell’ebraismo russo, anche se nessun passo formale fu fatto in tale senso. Con la fine della guerra, venendo meno l’urgenza che aveva portato alla sua formazione su sollecitazione delle stesse autorità, l’aggregazione iniziò ad assumere caratteri autonomi, agevolando alcune manifestazioni di reviviscenza dell’identità ebraica. Inoltre, proprio perché l’appello dell’ebraismo sovietico era stato rivolto a quello mondiale, ora una parte del primo si sentiva anche componente del secondo: la liberazione dalla morsa nazista non aveva solo beatificato (temporaneamente) lo sforzo dell’Urss, proiettandolo sulla scena internazionale, ma incentivava l’idea, tra non pochi ebrei sovietici, che l’autodeterminazione costituisse un obiettivo plausibile, comunque non in contrasto con l’idea di una «grande patria socialista». Questo insieme di cose non depose di certo a favore del prosieguo delle attività del Comitato, venuti meno i motivi che nel 1942 avevano portato alla sua costituzione. Una parte dei suoi membri era filo sionista; altri mantenevano i contatti stabiliti precedentemente con l’Occidente, ed in particolare con gli Stati Uniti. Proprio in America nel 1946 fu pubblicato un volume di documentazioni sullo sterminio all’Est e sul ruolo ebraico nella resistenza. La sua edizione russa non ebbe mai corso. Si trattava di due aspetti sui quali il Cremlino non intendeva in alcun modo concedere libertà di espressione e di giudizio. Se gli ebrei assassinati dai nazisti erano computati come caduti sovietici, e non anche come vittime dello sterminio razzista, lo stesso partigianato russo, attivo al di là della linea del fronte (e che era arrivato a contare almeno un milione di combattenti, di tutte le origini), doveva essere valutato secondo i rigidi criteri espressi da Mosca. Fermo restando che una parte dei medesimi partigiani, a combattimenti cessati, fu sottoposto a misure di repressione politica e poi penale, essendo ritenute figure potenzialmente troppo indipendenti dalla volontà dei poteri centrali.

Sta di fatto che nel gennaio 1948 Solomon Mikhoels fu assassinato a Minsk, la capitale bielorussa, da agenti dalla polizia politica. Per giustificarne la morte fu inscenato un incidente stradale. Tra il settembre del 1948 e il giugno del 1949 i membri del Comitato antifascista ebraico furono arrestati, con le accuse di spionaggio, tradimento, intelligenza con il nemico (ora l’Occidente), di «nazionalismo borghese» e «cosmopolitismo» fino alla fantasiosa ipotesi che stessero segretamente pianificando la creazione di una repubblica ebraica indipendente in Crimea, destinata a colludere con gli Stati Uniti. L’ipotesi che potesse nascere una repubblica socialista ebraica nella Penisola fu infatti caldeggiata da alcuni membri del Comitato ma attraverso prese di posizione pubbliche, tra le quali una lettera inviata allo stesso Stalin nel febbraio del 1944. Proprio un tale genere di attività, all’atto della nascita dello Stato d’Israele, quattro anni dopo, sarebbe stato interpretato dal dittatore georgiano come il riscontro di una “cospirazione” in atto.  Dopo un lungo periodo di detenzione, tra torture, violenze e sopraffazioni di ogni genere, tredici esponenti dell’intellettualità ebraica furono infine fucilati, il 12 agosto del 1952, nella prigione della Lubianka a Mosca. Il tragico evento è ricordato a tutt’oggi come la «notte dei poeti assassinati». Tra di essi vi era anche Lozovsky (uno degli ultimi vecchi bolscevichi passati attraverso il patibolo), che aveva spinto, più di altri, affinché il progetto ebraico riguardo alla Crimea avesse il suo corso. Più in generale, ciò che andò definendosi con la fine della guerra fu un antisemitismo di Stato che trovava il suo nucleo nella nuova enfatizzazione dell’identità russa come fuoco della identità patriottica. Ciò non impedì che l’Unione Sovietica, agendo su più piani, sostenesse la nascita dello Stato d’Israele (dopo il discorso dell’allora ambasciatore alle Nazioni Unite Andrei Gromyko del 14 maggio 1947) al pari del fatto che un anno dopo, il 4 ottobre 1948, il primo ambasciatore israeliano in Urss, Golda Meir, fosse accolta da una folla entusiasta dinanzi alla Tempio maggiore di Mosca. Atteggiamenti di avversione si accompagnavano ai movimenti sullo scacchiere geopolitico in un percorso disinvolto, dove l’unico obiettivo era quello di rafforzare Mosca nel confronto bipolare, la «guerra fredda», che era ora parte di un lungo e problematico dopoguerra.

Al crescere dei sospetti da parte di Stalin e del suo gruppo dirigente nei confronti dell’ebraismo sovietico, si accompagnava il ritorno di fiamma di un diffuso antisemitismo dal basso. La tragedia della Shoah, infatti, non aveva in alcun modo sciolto i nodi dell’avversione che una parte delle popolazioni locali, nell’Unione Sovietica così come nei paesi dell’Est che dal 1944 stavano ora cadendo sotto la sfera di influenza russa, da tempo nutrivano nei confronti della presenza ebraica. L’occupazione nazista aveva semmai concorso a rafforzarne una sorta di falsa legittimità, rifiutata formalmente dalle autorità ma praticata nei fatti dalle società locali. Il ritorno dei sopravvissuti e degli scampati allo sterminio, così come di una parte delle popolazioni che erano riuscite a fuggire davanti all’avanzata tedesca, provocò reazioni malevole. Le proprietà ebraiche erano state espropriate, finendo nelle mani degli occupanti così come di non pochi non ebrei che si erano dedicati al peggiore collaborazionismo. Questi ultimi temevano ora di essere riconosciuti e denunciati. Peraltro, le comunità ebraiche dell’Europa orientale erano state quasi integralmente annientate. Se non si poteva più parlare di una “vita ebraica”, in quanto ne mancavano i presupposti elementari, del pari, le persone che tornavano ai loro luoghi di origine trovavano il vuoto: famiglie distrutte, beni rubati, identità cancellate, astio e rabbiosità persistenti. Il fenomeno dei pogrom postbellici connotò dolorosamente questo processo di rifiuto, che arrivò alla violenza fisica e all’omicidio. Dopo la liberazione dei grandi centri metropolitani dell’Ucraina, dall’estate del 1943 in poi, un testimone ricordava che gli abitanti della città: «ricevono gli ebrei sopravvissuti con astio aperto. Durante le prime settimane seguite alla liberazione di Kiev nessun ebreo aveva il coraggio di andare da solo per strada di notte. […] In molti casi gli ebrei vennero picchiati nella piazza del mercato ed uno fu ucciso. A Kiev 16 ebrei furono uccisi nel corso di un pogrom. Gli ebrei sopravvissuti ricevono solo una piccola parte delle loro proprietà. Le autorità ucraine sono notevolmente antisemite. La risposta ufficiale ad ogni protesta da parte di ebrei è che la popolazione è stata infettata dall’antisemitismo e che questa influenza può essere estirpata soltanto gradualmente».

Dei pogrom postbellici il più noto è quello che si consumò nella cittadina di Kielce, nella Polonia centro-meridionale. Fino all’inizio della guerra l’area urbana poteva contare su almeno un terzo della popolazione di origine ebraica. Nel settembre del 1939, con l’occupazione tedesca, furono immediatamente introdotte misure persecutorie e segregazioniste. Il 31 marzo 1941 fu istituito il ghetto, nel quale si calcola che perissero 27mila imprigionati, provenienti dall’intero distretto amministrativo (il Voivodato di Kielce). Nell’agosto del 1942 si procedette alla sua liquidazione, con l’assassinio sistematico di quanti vi erano sopravvissuti, ovvero altre 20mila persone. Mentre gli anziani, i bambini e i disabili venivano uccisi sul posto, la parte restante fu inviata nel campo di sterminio di Treblinka. Alla fine dell’operazione, sopravvivevano ancora 2.000 ebrei, buona parte dei quali destinati comunque a morire di stenti, per le imposizioni derivanti dal lavoro schiavistico e per le violenze continue. Alla fine della guerra, dei 25mila ebrei originariamente residenti nella città ne erano rimasti 163. Il 4 luglio 1946, una folla tumultuosa, raccoltasi minacciosamente dopo la diffusione della falsa notizia che un bambino polacco di otto anni era stato sequestrato da un ebreo residente nella cittadina, uccise una cinquantina di appartenenti alla comunità. Dopo quei tragici eventi, dei 245mila ebrei polacchi sopravvissuti (meno di un decimo della popolazione precedente all’occupazione nazista), un quarto abbandonò quasi immediatamente il paese, seguito poi da buona parte del resto dei correligionari.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *