Cultura
“Blackspace”, una radiografia della meglio gioventù israeliana

La recensione della serie Netflix, un poliziesco che indaga sulla violenza sociale nel mondo dei figli, quelli che tutti considerano “Il futuro d’Israele”

La serie israeliana Blackspace, da poco su Netflix, merita una riflessione a parte. Intanto perché non è una serie su donne religiose o sul conflitto con Hamas e già questo è un punto a favore per originalità. Apre una finestra su un aspetto poco conosciuto del paese, prendendo in considerazione una fascia di età che non è spesso protagonista di una serie poliziesca: i giovani tra i 15 e i 18 anni. Sulla scia di Elephant, il film di Gus Van Sant del 2003 e di altri film americani a cui il format chiaramente ammicca, il plot ruota intorno a una sparatoria in un liceo. I killer che indossano maschere da unicorno aprono il fuoco sugli studenti durante il Giorno dell’indipendenza, uccidendone diversi.
All’inizio vengono sospettati ingiustamente tre lavoranti palestinesi. Ma il detective che segue il caso non ci vede chiaro e li fa rilasciare, opponendosi alla facile soluzione del capro espiatorio: e se fossero proprio degli studenti i responsabili, se la macchina della strage fosse stata organizzata dall’interno? Non ci vede chiaro – diciamolo – anche perché Rami Davidi (Zuri Alfi Aharon), chiamato solo con il cognome, il poliziotto scettico, ha un inquietante occhio di vetro che mette e toglie come un paio di occhiali. Capiremo che il suo handicap è dovuto a un episodio del passato, quando lui stesso fu vittima della violenza giovanile dei compagni; ed è forse grazie al suo background che è l’unico capace di avere una visione chiara delle cose. Davidi è uno sbirro senza tanti fronzoli, una specie di cugino del macho Doron Kavillo di Fauda: ruvido fino all’antipatia, di maniere spicce e poco ortodosse. Mette le mani addosso ai genitori, abbandona la moglie incinta per seguire una pista, invade la privacy delle famiglie, rilascia dichiarazioni alla stampa che gettano nel panico il paese. Perché chi vorrebbe pensare che la meglio gioventù – gli adorati figli, il futuro dello Stato – sia composta da delinquenti, criminali, assassini senza scrupoli? E’ questo il lato interessante della serie, andare a scavare sotto lo stereotipo ideologico per trovare il seme della violenza sociale.
Emerge una realtà familiare inquietante, dove i padri picchiano i figli o se ne vanno con le mogli in paesi lontani disinteressandosi della prole. I ragazzi bevono a tutte le ore, fumano spinelli e spacciano pasticche, sono sessisti e omofobi ma in qualche modo risultano intoccabili, specie protetta come gli unicorni: nei loro confronti vige la retorica della giovinezza a cui tutto si perdona o meglio davanti alla quale non si vuole affrontare una verità scomoda. Ma Davidi non ci sta e strappa il velo delle convenzioni sociali rivelando il marcio dietro l’impianto educativo, il mondo della scuola e degli adulti.
Il tema della violenza giovanile serpeggia da tempo nella fiction israeliana. Uno dei testi teatrali più noti e premiati, Games in the backyard di Edna Mazya, portava in scena un fatto di cronaca realmente accaduto, lo stupro di una ragazza quattordicenne, avvenuto nell’estate del 1988 nel Kibbutz Shomrat nel nord di Israele ad opera di sette ragazzi diciassettenni. Un’opera coraggiosa che più che puntare il dito sulla condanna e sul giudizio, andava a illuminare alcune zone grigie della società, il cui pilastro morale, la famiglia, veniva messo in discussione e demolito come responsabile del disagio e del vuoto etico. Quali genitori allevano figli così? Quali valori trasmettono davvero, se non quelli convenzionali, patriottici, ideologici ma in realtà privi di spessore? E ancora, forse la tensione che circola tutti i giorni nel paese si deposita nell’identità dei più giovani e deve trovare un canale di sfogo, di ribellione, anche a costo di trasformarsi in una violenza cieca e distruttiva per se e per gli altri?
Blackspace ha il merito di farci fare delle domande su quello che sta sotto la liscia copertura sociale israeliana, il paese civile e democratico che conosciamo. E’ una serie che inquieta, che infastidisce, che ci infetta lo sguardo e ci restituisce nuove prospettive, come accade a Davidi con il suo occhio di vetro.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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