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Cultura
Come raccontare Adolf Eichmann? Otto film per il Giorno della Memoria

Intervista a Alessandro Costazza, professore di lingua e letteratura tedesca a Milano e ideatore della rassegna cinematografica

Il processo ad Adolf Eichmann si è svolto a Gerusalemme da aprile a dicembre del 1961. È stato il primo processo mediatico della storia: le udienze venivano filmate e il girato, tagliato e montato in diretta, veniva mandato in onda dalle emittenti televisive in tutti i paesi del mondo, così come le cronache comparivano sui quotidiani del giorno seguente. A seguire il processo fu anche la filosofa Hannah Arendt che compose poi un ritratto psicologico dell’imputato e del sistema totalitario nel suo libro La banalità del male. Il protagonista, Eichmann, era un rappresentante della macchina organizzativa della Shoah e da quel momento ne divenne l’emblema, la figura del male nella sua grigia banalità di esecutore di ordini superiori. Questa visione, spesso criticata o incompresa, in parte superata poi dalla storiografia più recente, resta comunque valida e importante se non altro perché impedisce di prendere le distanze dal mostruoso: Eichmann è l’uomo qualunque, quindi chiunque potrebbe trasformarsi in un Eichmann… A raccontare la sua storia, la sua avventurosa cattura e il processo cui è stato sottoposto, sono stati, oltre agli storici, scrittori e registi, ma il cinema ha sicuramente dato un contributo importante alla divulgazione di cosa è stato. In occasione della giornata della memoria, Alessandro Costazza, docente di lingua e letteratura tedesca all’Università di Milano, organizza, con il patrocinio del Goethe Institut, un incontro online intitolato Eichmann al cinema, durante il quale Giovanni Cerutti, lo stesso Costazza, Anna Quattrocchi, Stefano Apostolo, Marco Castellari, Raffaele De Berti, Moira Paleari e Laura Boella presentano otto delle più recenti e più interessanti pellicole incentrate sulla figura del criminale nazista. Considerata l’influenza che la narrazione cinematografica ha sull’immaginario collettivo, superiore a quella di molti altri mezzi espressivi, la riflessione risulta indubbiamente interessante. Ne abbiamo parlato con Alessandro Costazza.

Chi è Eichmann per la cinematografia?
“Per i media, Eichmann è diventato il prototipo del criminale nazista. Per diversi motivi, legati anche alla sua cattura in Argentina e al processo contro di lui a Gerusalemme, la sua figura e la sua storia hanno avuto un’eco particolare: senza contare i film documentari, a partire dagli anni 60 fino ad oggi sono stati girati su di lui ben 16 film, di cui 10 nel nuovo millennio. Non vi è dubbio che il medium del film, per sua stessa natura, non possa restituire la verità storica dei fatti. Ma proprio questo limite apparente lo rende tanto più interessante: in quanto arte popolare per eccellenza, il cinema non è solo espressione dell’immaginario collettivo, ma influenza anche in maniera determinante questo immaginario, rivelandoci così quale sia l’idea più diffusa di un certo avvenimento o di un certo personaggio in un determinato momento storico. Approfittando perciò della ricorrenza dei sessant’anni dal processo di Gerusalemme, ho ritenuto interessante indagare quali siano i diversi volti di Eichmann che alcuni dei più importanti tra i film recenti su di lui propongono allo spettatore.”

C’è un fil rouge che unisce i diversi titoli?
“Direi che l’immagine proposta da Hannah Arendt del “burocrate banale”, che per puro senso del dovere e dell’obbedienza organizza lo sterminio di milioni di ebrei, senza provare il minimo rimorso di coscienza, rimane nella maggior parte dei film quella dominante. Il film di Eyal Sivan, Uno specialista – Ritratto di un criminale moderno (1999), riorganizza proprio in questa prospettiva i filmati originali del processo girati dal regista Leo Hurwitz. Ma anche in molti altri film, a partire naturalmente da quello di Margarethe von Trotta su Hannah Arendt, viene posta la domanda su come sia possibile che un uomo così insulso e banale abbia potuto contribuire in maniera determinante allo sterminio di milioni di ebrei. Solo il film di Robert Young, Eichmann (2007), che mette in scena gli interrogatori della fase istruttoria del processo, mostra un Eichmann arrogante, astuto e ingannatore, ben diverso dal banale esecutore di ordini. Il film che però maggiormente tiene conto dei risultati della ricerca storica su Eichmann è sicuramente il docufilm del regista tedesco Raymond Ley, Eichmanns Ende (La fine di Eichmann, 2010), in cui non a caso viene intervistata la storica Irmtraud Wojak e a cui ha collaborato anche la filosofa tedesca Bettina Stangneth. Queste due autrici, assieme a David Cesarani e a Deborah Lipstadt, hanno infatti approfondito in maniera significativa la figura di Eichmann, mostrando, soprattutto sulla scorta delle cosiddette “carte argentine” e delle interviste concesse al giornalista olandese Willem Sassen, come Eichmann non fosse affatto così “banale” come egli stesso aveva cercato di far credere durante il processo, mettendo in atto una precisa strategia difensiva: quelle interviste, che vengono riprese alla lettera nel film di Ley, mostrano infatti oltre ogni dubbio, che tanto in qualità di “esperto della questione ebraica” che anche durante la sua latitanza in Argentina egli era stato ed era rimasto un convinto nazista e antisemita, che aveva creduto fortemente alla necessità di eliminare gli ebrei in quanto nemici del popolo tedesco. Hannah Arendt non aveva d’altra parte avuto a disposizione la documentazione di cui dispongono gli storici attuali e la sua lettura della personalità di Eichmann rappresentava inoltre un’applicazione della sua idea di totalitarismo, inteso come meccanismo di disumanizzazione. Nonostante ciò, il concetto di banalità del male resta molto importante anche oggi”.

Perché?
“Anche se Eichmann non era forse così banale come voleva far credere, l’idea che egli sia stato un uomo qualunque, e non un mostro di perversione e di sadismo, serve indubbiamente a risvegliare le coscienze. Mentre infatti l’idea della mostruosità ci permette di prendere fin troppo facilmente le distanze, l’idea della “normalità” ci impone di interrogarci sul nostro atteggiamento di “uomini funzionali”, che in occasioni certamente meno drammatiche preferiamo svolgere il nostro ruolo senza interrogarci sulle conseguenze delle nostre azioni, volgendo magari “banalmente” lo sguardo altrove.”

Perché la figura di Eichmann ha avuto tanto successo nella cinematografia?
“È difficile dirlo con certezza. È indubbio che le vicende avventurose che hanno portato alla sua cattura in Argentina, assieme alla grande eco suscitata dal primo processo mediatico internazionale abbiano contribuito in maniera significativa a tale successo. Forse però è possibile spiegare tale successo addirittura attraverso due categorie della poetica aristotelica. Eichmann è infatti da una parte l’incarnazione stessa di quell’“uomo medio” che Aristotele richiedeva quale personaggio della tragedia, affinché lo spettatore potesse immedesimarsi in lui. Ciò sembra funzionare anche con Eichmann, anche se una tale “vicinanza” con la sua mediocrità risulta evidentemente molto disturbante. Il fatto poi che lo spettatore sia comunque al corrente dell’esito del processo e quindi della punizione del criminale, garantisce in un certo senso la catarsi finale: la punizione del cattivo, che viene catturato in modo avventuroso e giustiziato garantisce che il mondo sia in ordine.”

Secondo lei sarebbe utile e opportuno rappresentare il punto di vista dei carnefici?
“La maggior parte delle rappresentazioni della Shoah avvengono dalla parte delle vittime. Ed è indubbiamente giusto che almeno all’inizio sia stato così e che in generale sia stato dato ascolto soprattutto ai testimoni. A partire però dagli anni ’90 anche la storiografia ha cominciato ad occuparsi più approfonditamente degli “esecutori”, vale a dire dei criminali nazisti o dei “perpetratori” (in Germania questa branca della storiografia ha il nome di “Täterforschung”). Essa non indaga solo sui grandi criminali, ma anche sui piccoli e anonimi assassini, ad esempio su quelle migliaia di appartenenti alle “Einsatzgruppen”, che tra il 39 e il 45 nei territori conquistati dalla Wehrmacht in Polonia, Russia, Bielorussia ecc. hanno sterminato circa due milioni di ebrei, sparando per giorni e giorni su vecchi, donne e bambini allineati sull’orlo di fosse da loro stessi scavate. Uno dei pionieri di questa nuova storiografia è lo storico Christopher Browning, che in Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in Polonia (1993) analizza gli atti del processo al Battaglione 101 che in Polonia ha ucciso in questo modo migliaia di ebrei. Un altro rappresentante molto noto di questa tendenza è Daniel Goldhagen con il suo I volenterosi carnefici di Hitler (1997), in parte violentemente criticato per la sua prospettiva che sconfina spesso nel voyeurismo. Il cinema, che ha bisogno di personaggi definiti e a tutto tondo, fa naturalmente fatica a seguire questa tendenza. Vanno però ricordati, almeno due film: in primo luogo il film del 1994 Hasenjagd (letteralmente: caccia ai conigli), del regista Adreas Gruber, che rappresenta la caccia data da un intero paese a 500 prigionieri russi evasi negli ultimissimi giorni di guerra dal campo di concentramento di Mauthausen; in secondo luogo al docufilm Das radikal Böse (Il male radicale), del regista Stefan Ruzowitzky (che con Il falsario aveva vinto nel 2008 il premio Oscar per il miglior film straniero), in cui vengono indagate, attraverso la riproposizione di test psicologici e numerose interviste di specialisti, le cause sociali, ideologiche e psicologiche che hanno condotto “uomini normali” a diventare sterminatori di massa. In letteratura ci sono stati anche altri tentativi di rappresentare la Shoah dal punto di vista dei carnefici. È sufficiente pensare ad esempio a Le benevole (2006), di Jonathan Littell, che non a caso, tuttavia, non è mai stato trasformato in film, perché è molto complicato portare in scena un personaggio che è solo ed esclusivamente negativo. D’altra parte, invece, l’autore francese Robert Merle già nel 1952 aveva scritto un romanzo in cui racconta in prima persona la biografia di Höss, comandante di Auschwitz (La mort est mon métier), da cui il regista Theodor Kotulla ha ricavato nel 1977 il film Aus einem deutschen Leben (Da una vita tedesca). Per concludere, ritornando ad Eichmann, va sicuramente ricordato anche il pezzo teatrale di Heinar Kipphard Bruder Eichmann, (Fratello Eichmann, 1983), mai tradotto in italiano e che verrà rimesso in scena in Germania quest’anno. Anche quest’opera, che ripercorre l’interrogatorio istruttorio di Eichmann da parte di Avner Less (come il film Eichmann, di Robert Young), segue in fondo l’idea arendtiana della banalità del male, ovvero quella formulata da Günther Anders dell’“uomo funzionale”. La particolarità di quest’opera consiste però nell’attualizzazione operata da Kipphardt, che in 9 “scene analogiche” applica “l’atteggiamento Eichmann” a contesti e situazioni di oggi.”

Cosa significa attualizzare la Shoah?
“L’attualizzazione della Shoah è sempre stata vista molto criticamente da chi vuole sostenere l’unicità e l’incomparabilità storica di questo crimine. D’altra parte, come ha sostenuto ripetutamente Ruth Klüger, è assolutamente necessario paragonare gli eventi tra loro per comprenderli e per trarne un insegnamento. È necessario porre naturalmente molta attenzione, quando si fanno delle analogie, per non rischiare, come purtroppo spesso avviene, di banalizzare uno dei più grandi crimini dell’umanità. Anche questo crimine è tuttavia il risultato di un progetto e di un’azione umana, che non va dunque nemmeno sacralizzata o considerata come una sorta di calamità naturale o di necessità soprannaturale, se non si vuole correre il rischio di porla addirittura al di fuori della storia”.

Eichmann al cinema, 27 gennaio 2021 ore 9.00 su Teams

si può accedere dal sito dell’Università Statale di Milano , dal sito del Goethe-Institut oppure dalla piattaforma Teams utilizzando la chiave d’accesso jta3uuu.

Ore 09.00 Saluti del Rettore e del Direttore di Dipartimento

LA CONFERENZA DEL WANNSEE

  • Frank Pierson, Conspiracy – Soluzione finale (2001) Presenta: Giovanni Cerutti

EICHMANN IN ARGENTINA

  • Raymond Ley, Eichmanns Ende (La fine di Eichmann, 2010)
    Presenta: Alessandro Costazza

LA RICERCA DI EICHMANN

  • Lars Kraume, Lo Stato contro Fritz Bauer (2015) Presenta: Anna Quattrocchi

LA CATTURA DI EICHMANN IN ARGENTINA

  • Chris Weitz, Operation Finale (2018) Presenta: Stefano Apostolo

Ore 14.00: IL PROCESSO EICHMANN A GERUSALEMME

  • Robert Young, Eichmann (2007) Presenta: Marco Castellari
  • Paul Andrew Williams, The Eichmann Show – Il processo del secolo (2015)
    Presenta: Raffaele De Berti
  • Eyal Sivan, Uno specialista – Ritratto di un criminale moderno (1999)
    Presenta: Moira Paleari
  • Margarethe von Trotta, Hannah Arendt (2012)

Per informazioni scrivere a:

alessandro.costazza@unimi.it

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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