L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
“Contare l‘omer” nei giorni dell’epidemia

Natura, storia e mistica convergono in una mitzwà densa di significati. Che oggi si intrecciano con l’attualità pandemica

Siamo nel bel mezzo di una mitzwà che dura 49 giorni: la sefirat ha‘omer, il conteggio dell‘omer, precetto comandato nella Torà: Wajqrà/Lv 23,15-16 (cfr. Talmud al trattato Menachot 65-66). In apparenza facile e veloce, in realtà spesso negletta come secondaria, è forse tra le più incomprese. Confesso che a lungo essa mi è rimasta oscura ma, grazie ad alcuni maestri, ne vado col tempo apprezzando il senso (limitatamente a ciò a cui io posso arrivare). Forse il problema sta qui: essendo una mitzwà diluita nel tempo e che riguarda un determinato tempo, ci vuole tempo per comprenderla. Dura 49 giorni perché si tratta di contare i giorni, con relativa berakhà (altrimenti non è una mitzwà) e in modo continuativo, dalla sera del secondo giorno di Pesach [la pasqua ebraica] fino alla vigilia della festa di Shavu‘ot [che celebra il dono della Torà al popolo di Israele al monte Sinai]. La conta o sefirà va fatta di sera (dopo lo spuntare delle prime stelle) e ad alta voce, perché questa è una delle mitzwot notturne e individuali, sebbene in sinagoga, dopo la preghiera di arvit, possa anche essere fatta pubblicamente. Ma non sta a me spiegarne i dettagli halakhici, che lascio ai maestri; cercherò invece di rispondere alla domanda che farebbe il terzo figlio dell’haggadà, il figlio tam, semplice o ingenuo, che potremmo anche chiamare genuino e integro: che senso ha?

Come tutte le mitzwot essa si è offerta nella storia del pensiero ebraico e dell’esegesi biblica a molteplici interpretazioni, che in questo caso vanno da quelle connesse alla vita agricola a quelle legate ad eventi storici, fino ai livelli più spirituali e mistici (che qui abbondano, come sempre quando ci sono di mezzo i numeri, e la stessa parola sefirà vuol dire non solo conteggio e racconto ma anche numero e sfera, da cui le dieci sefirot di cui parlano proprio i mistici).

Leggi anche: Tobia Ravà o dell’arte trascendentale

Il livello agricolo è basilare e ineludibile perché è quello biblico e ci riporta al contesto del Tempio: ‘omer significa covone di spighe, ma indica anche un’unità di misura pari a quattro litri; nel mese di Nissan si tratta di spighe d’orzo, il primo cereale a dare frutto in Medioriente: è questo che andava colto e portato ai sacerdoti nel Tempio “come offerta farinacea” perché lo ‘agitassero’. L’esegesi dei su menzionati versetti della Torà è complessa e ha diviso in passato farisei e sadducei, rabbaniti e caraiti. Cosa significasse questa ‘agitazione dell‘omer’ non è chiaro oggi, ma possiamo immaginarne l’atto se pensiamo all’uso liturgico odierno del lulav a Sukkot [la festa delle capanne]. Spiegato il nome e il senso dell’offerta, perché la conta dei giorni (che a quanto pare è stata elaborata in epoca tarda se la relativa benedizione non è attestata prima di Maimonide)? La lettura storico-simbolica su cui concorda la maggioranza dei maestri è questa: tale ‘conteggio’ dei giorni era (ed è) un modo per non dimenticare che l’uscita dall’Egitto, celebrata a Pesach/pasqua, era per così dire finalizzata al dono della Torà, che i figli di Israele avrebbero ricevuto (ricevono) al monte Sinai dopo un congruo tempo di preparazione spirituale. Allora essi dovettero prepararsi e come purificarsi dalle contaminazioni fisico-psicologiche contratte nell’esilio egiziano, per ricevere in stato di purità le tavole della Legge sinaitica.

Leggi anche: Le due quarantene di Mosè

La conta dell‘omer è dunque una paziente pedagogia tesa a ricordare, su base quotidiana, che la liberazione non è fine a se stessa, che essa deve ‘compiersi’ e diventa libertà solo con la rivelazione: l’accoglimento della Torà (“faremo e ascolteremo”). Solo con la Torà saremo davvero liberi. 49 giorni sono 7 per 7 ossia sette settimane: un ciclo completo, per quanto simbolico, di pienezza e compimento. Come il giubileo biblico. La conta dell‘omer servirebbe allora per coltivare l’attesa del compimento della vita ebraica, che diventa piena e completa solo quando ci si assumere il ‘giogo della Torà’ e quando si vive sulla propria terra ‘secondo le leggi della Torà’. Maimonide ha abbracciato questa interpretazione là dove nella Guida dei perplessi (III,43) dice:

Shavu’ot è la festa del dono della Torà, e per sottolinearne l’importanza si contano i giorni dalla festa precedente fino a che la nuova festa arrivi, come fa un innamorato che conta non solo i giorni ma anche le ore in attesa dell’amata. Questa è la ragione della sefirat ha‘omer dall’uscita dall’Egitto al dono della Torà, che è il solo vero scopo della liberazione.

Un secondo livello di comprensione della mitzwà è storico, perché nei giorni della conta dell’omer avvenne – dice la tradizione – una grande pestilenza che si portò via, stando al trattato talmudico Yevamot, i 24 mila studenti di rabbi ‘Aqivà. Avvolto nella leggenda e con cifre iperboliche (o simboliche?), questo evento fece sì che i primi 32 giorni di questo periodo siano considerati alla stregua di giorno di lutto collettivo (non si tagliano barba e capelli, non si celebrano nozze…). Le cause della misteriosa malattia sono ricercate dai maestri nei comportamenti di quei discepoli: non si rispettavano gli uni gli altri, dice il Talmud; erano reciprocamente invidiosi, dice il Midrash… e chi non rispetta uno studioso della Torà, anche se suo pari grado, è come se mancasse di rispetto alla stessa Torà. Altra interpretazione, davar acher: e se la scuola di rabbi ‘Aqivà fosse stata chiusa dai romani, perché questo maestro aveva appoggiato il generale Bar Kokhbà nella rivolta? L’epidemia, che causò la morte di quei 24 mila studenti, altro non sarebbe allora che la proiezione del danno causato da una scuola di Torà che chiuse i battenti (Gershom Scholem direbbe: “è stato il prezzo del messianismo”, visto che rabbi ‘Aqivà aveva unto Bar Kokhbà messia, nella speranza che liberasse la terra di Israele e il suo popolo dall’oppressore edomita). Sembra che in Israele oggi, tra i charedim, la lezione degli studenti del II secolo dell’era volgare sia stata dimenticata… Comunque, allora, l’epidemia si fermò il 33esimo giorno, quello che noi ricordiamo come Lag ba‘omer, e c’è chi dice che in quel giorno Bar Kokhbà abbia vinto una battaglia (sebbene poi perse la guerra) contro i negatori della Torà. Samson Raphael Hirsch, il fondatore della moderna ortodossia nel XIX secolo, nel suo magistrale Chorev ricorda che fu nei giorni dell‘omer del 1096 che migliaia di giovani ebrei ashkenaziti affrontarono la morte, per mano dei crociati, pur di non abbandonare la Torà.

Infine, Lag ba‘omer ci immette nel terzo livello, quello mistico, del periodo del calendario ebraico che stiamo vivendo: in quel 33esimo giorno dell‘omer avvenne la morte di Shimon bar Jochaj, che all’epoca della seconda rivolta ebraica contro i romani si era rifugiato in una grotta sul monte Meron, in Galilea, luogo che fino ad oggi in quell’anniversario si riempie di yeshiva bachurim (studenti di scuole talmudiche) che accendono grandi falò in suo onore. Shimon bar Jochaj è figura centrale dello Zohar, la Bibbia dei mistici. Ricorda il rabbino Alberto Moshe Somekh, a cui dobbiamo un approfondito studio sulla mitzwà della sefirat ha‘omer (Soferè Hammelekh, Carucci 1988) che, secondo i qabbalisti, le impurità contratte dagli ebrei in Egitto assommavano a 49, e che quindi servirono 49 giorni per purificarsi, anime e corpi, da esse. Per la mistica queste sette settimane corrispondono alle sette sefirot inferiori (da chesed a malkhut) e dunque vengono a coincidere con una specie di ‘scala discendente’ attraverso la quale la Torà scende dal cielo alla terra, a Shavu‘ot appunto. E non dimentichiamo che la prima sefirà si chiama keter, corona!
Finita dunque la ‘convalescenza’ dei 49 giorni di attesa, la liberazione si trasforma in libertà, l’infanzia diventa maturità e il lutto si capovolge in gioia. Natura, storia e mistica sembrano convergere. Sull’attualità di tutto questo, in epoca di nuova epidemia e di lutti collettivi, non c’è bisogno di commento.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *