Cultura
“Decontaminare le memorie”, un libro di Alberto Cavaglion

«Prendere coscienza della violenza che la Storia ha esercitato sul paesaggio, ritengo sia un impegno civile» scrive l’autore, proponendo di rimodulare tutto il percorso educativo della memoria

Una passeggiata lungo il campo di concentramento di Fossoli, da cui sono transitati Primo Levi e buona parte dei deportati italiani, una visita a Villa Emma a Nonantola e la torre della Ghirlandina a Modena rappresentano lo spunto della riflessione dello storico italiano Alberto Cavaglion, autore del libro Decontaminare le memorie. Luoghi, libri, sogni.

Certo è che dalla sua riflessione potrebbe nascere fin da subito un’apparente contraddizione, spiegata poi nelle pagine del libro: se si ritiene opportuna una “correzione” dei guasti subiti dai paesaggi colpiti dalle disgrazie del secolo scorso, nello stesso tempo potremmo incorrere nel rischio della perdita delle tracce di un dato avvenimento in un luogo preciso e, conseguentemente, verrebbe a mancare il senso dato a quel luogo in quanto luogo storicamente significativo.

Fin dalle prime pagine, l’autore manifesta una certa apprensione rivolta non solo al passato, ma soprattutto al futuro, e passeggiando lungo le distese verdeggianti del campo di Fossoli, scrive: «Quanto tempo dovrà passare prima che questo paesaggio riprenda la sua antica conformazione? Non è forse scoccata l’ora di accantonare progetti di musei obsoleti, stanchi discorsi sulla Memoria: una parola portata ormai al livello più basso della disaffezione, a tal punto da produrre effetti indesiderati? Non è forse giunta l’ora di ripensare alla natura del viaggio e dei treni della Memoria? La figura di Primo Levi non è essa stessa la prima vittima della perfidia implicita in ogni ripetizione commemorativa? Prendere coscienza della violenza che la Storia ha esercitato sul paesaggio, ritengo sia un impegno civile» (Cavaglion, p. 15).

Così Alberto Cavaglion traccia le tappe di un percorso che si snoda sulle svariate possibilità di lettura dei luoghi della memoria e del loro intrinseco rapporto con il paesaggio circostante, con un taglio che non poggia mai sui metodi critici più tradizionali, con uno sguardo intenso per il notevole impegno teorico, ma delicato nell’affrontare la controversa relazione tra “umano” e “naturale”. Quel continuo intreccio tra le azioni dell’uomo e quello della natura nell’inerme passività del luogo quando esso subisce il trauma dell’orrore, quando viene stravolto diventando oggetto di un’atrocità e di una violenza umana, quando viene obbligato all’ingrato compito della testimonianza, del portare il segno di quello che è accaduto. Il luogo della memoria offre così allo spazio che lo circonda la tragedia della sua stessa trasformazione, il suo divenire “altro”, non essendo più un luogo qualunque: entra nella storia e se ne fa carico, salvo poi il lento e inesorabile riappropriarsi della natura «che caccia da questo suo regno tutti i viventi». (Cavaglion, p.107)

Ma prima di andare avanti, sarebbe utile per il lettore comprendere perché l’autore allarga la definizione di luogo della memoria, attribuendogli un significato che va oltre il limite dello spazio circoscritto, per sfociare in un “luogo” ben più vasto, come potrebbe essere un intero paesaggio, che può ancora servire a fotografare la storia del Novecento. Quando il visitatore entra in contatto visivo con quel luogo è costretto a riflettere, e la natura della riflessione ne determina la percezione e il grado di consapevolezza di ciò che è accaduto, fin dove la forza dell’immaginazione gli consente di arrivare. Ma c’è anche il rischio opposto, quello di non comprendere per intero il significato di un avvenimento, o di stravolgerlo addirittura. Rischio che diventa maggiore quando l’invito alla riflessione viene rivolto a delle menti non adeguatamente preparate, ad esempio ad un pubblico di studenti distratti “portati” a visitare monumenti o luoghi della morte a scopo didattico, in cui arrivano spesso inconsapevoli di ciò che li aspetta e dove ci si illude forse che lì, in quel momento e in quel modo, possano «comprendere l’incomprensibile», possano cioè imparare la lezione della storia, mentre invece riescono solo ad assimilare svogliatamente la retorica del “mai più”. Non è pensabile educare immergendo gli studenti in spazi insanguinati, dice l’autore. Così come un qualsiasi visitatore talvolta è costretto ai danni di un’estetica del macabro, a seguire la cartografia della morte in quei terreni maledetti, disseminati di crimini, può smarrirsi e disorientarsi di fronte all’enigma del male, percorrendo luoghi contaminati che respingono mentre emanano un torbido senso di inquieta attrazione.

Perché non fermarsi dunque prima di varcare quella soglia, sedersi in solitudine? È qui che l’autore suggerisce di rimodulare tutto il percorso educativo della memoria, attraverso una serie di intuizioni, scaturite da un’approfondita analisi di esperienze vissute da scrittori, poeti, vittime sfuggite per caso alla morte. Egli parla di decontaminazione dei luoghi, il cui processo può configurarsi non nel passo veloce del viaggiatore distratto, ma nella staticità del viaggiatore immobile. Ciò risulta fondamentale per un tentativo di recupero non solo dell’identità antropologica e simbolica dei luoghi in oggetto, ma anche di un sistema di azioni e di interventi mirati ad una diversa lettura che intraveda una componente potenzialmente salvifica, adottando il gioco dell’immaginazione della “memoria obliqua”, evitando cioè la frontalità di un ricordo imposto dall’alto. Una riflessione attraverso i libri, un tipo di mediazione che potrebbe attutire l’urto violento con quei paesaggi sinistri «pieni di rovine, di nature morte, di tombe e di mausolei», (Cavaglion p.52) densi di presenze e assenze. Da qui la necessità di riflessione sui testi in tempi lunghi: il raccoglimento, la mediazione, l’introspezione eviterebbero l’abuso della memoria, i libri che si sostituiscono alla voce diretta delle testimonianze, faciliterebbero così l’accesso ad un pensiero critico, per accompagnare il lettore nei luoghi da essi descritti e aiutarlo a rivalorizzarli per trasformarli infine in metafore di speranza, che aprono la via ad un riscatto della vita sulla morte. Si innalzerebbe un avvenire dei ricordi superando l’eterna dicotomia tra memoria e oblio.

Nel labirinto della storia contemporanea l’autore porta a termine l’analisi delle storie umane, lasciando però discussioni sempre aperte, per portare chiarimenti nell’estenuante dibattito sul futuro dei luoghi della memoria, in quello spazio precario tra l’essere e l’andare, ribadendo quasi alla fine del volume che «Ciascuno di noi ha diritto a sognare un altrove dove ripararsi in tempo di crisi. Il presente in cui siamo immersi spinge alla ricerca di un museo che non c’è, di un memoriale che vorremmo costruito secondo i nostri desideri. Questa la ragione per cui, l’ultima delle mie modeste proposte la ricavo da un romanzo di Romain Gary, Gli aquiloni. L’ultimo libro pubblicato dall’autore. In questi anni di generale sconforto mi capita spesso di fare una puntatina in quel museo che non c’è, ma vorrei che ci fosse. Cinque sale dove si trova la maggior parte delle opere di un personaggio sopravvissuto alla Prima guerra mondiale, all’occupazione nazista, alla deportazione e alle battaglie della Liberazione» (Cavaglion, pp. 129-130).

Alberto Cavaglion, Decontaminare le memorie. Luoghi, libri, sogni,
add editore, Torino, 16,00 euro

 

Eirene Campagna
collaboratrice

Classe 1991, è PhD Candidate dello IULM di Milano in Visual and Media Studies, cultrice della materia in Sistema e Cultura dei Musei. Studiosa della Shoah e delle sue forme di rappresentazione, in particolare legate alla museologia, è socia dell’Associazione Italiana Studi Giudaici.


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