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“La generazione del deserto”, un libro di Lia Tagliacozzo

Dell’urgenza e della legittimità del raccontare la Shoah per chi è nato dopo la Guerra. Intervista – recensione all’autrice

La domanda su cosa significhi raccontare la Shoah è aperta da sempre, probabilmente condannata a non avere una risposta univoca e anzi a diventare sempre più essenziale nell’ampliarsi della distanza tra le nuove generazioni e i testimoni. Ecco, i testimoni, coloro che hanno vissuto quell’esperienza terrificante e che hanno avuto la forza di raccontarla. Coloro che, purtroppo per anzianità, cominciano a scomparire. La loro memoria è ormai quasi tutta ferma nei libri, nelle interviste, nei documentari e nei cuori di chi li ha ascoltati dal vivo.
Ma i testimoni non sono la storia. Un capitolo, questo, che abbiamo affrontato in diversi articoli di analisi sul ruolo dello storico e quello del testimone, ma che non tiene in considerazione un altro tipo di testimonianza. Indiretta, filtrata, vissuta visceralmente dai figli dei figli. Coloro, cioè, che sono nati dopo, i figli dei figli dei sopravvissuti. Un racconto di terza mano? Sono loro i protagonisti del lascito di quella guerra, coloro che per la prima volta devono fare i conti con un fatto: vivere dopo la Shoah. Sono testimoni della propria esperienza. Forse chiamarli così non va bene, o forse fa paura, quasi togliesse sacralità ai “veri” testimoni, a chi c’era. Ma questa nuova testimonianza, diversa, altra, filtrata dal proprio vissuto, dalle storie di famiglia e dalla Storia, da studiare con attenzione per poter comporre il puzzle e mettere in ordine le tessere che faticosamente si è riusciti a raccogliere, è viva. Attuale: si confronta necessariamente con il presente. A cominciare dalle domande metodologiche essenziali: perché raccontare e con quali strumenti?

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Lia Tagliacozzo con il suo ultimo lavoro, La generazione del deserto (Manni), va dritta al cuore del problema. Mette insieme le storie di famiglia, quelle dei nonni, dei genitori, di lei bambina, prima, che deve affrontare un silenzio eloquente, denso, carico di dolore e di storia, quindi di lei donna adulta, che deve affrontare il bisogno di sapere e di narrare. “Credo ci siano due elementi fondamentali in questa questione”, spiega Lia Tagliacozzo, “Che riguardano me e credo tutta la generazione dei “nati nel viaggio”: la congiura del silenzio che è un patto a protezione reciproca, dei genitori e dei nonni verso figli e nipoti; dei figli e nipoti verso genitori e nonni a tutelarne la solidità. Implica un amore reciproco molto forte, benché silenzioso, e io non lo avevo capito. Il secondo tema: quanto è successo è così spaventoso e soverchiante che per i nati dopo non c’è spazio, (ma anzi)  c’è solo il sentimento di  grande rispetto per chi è sopravvissuto, per chi ha visto. Allora si apre il problema della legittimità, che richiede una grande chiarezza intellettuale. Quanto sono legittimata io che non c’ero a dire qualcosa sulla Shoah? Bisogna stare in equilibrio tra storia e memoria e trovare formule nuove per esprimersi, senza dire bugie: non sono una testimone. Noi nati dopo, parliamo di noi, senza la forza di chi ha visto e vissuto quell’orrore, utilizzando la storia, forti delle sue esigenze metodologiche”.

E in effetti i risultati di questo lavoro su di sé e sulla storia sono ora nel libro, un intreccio di come l’autrice ha rotto il patto del silenzio, di quali storie compongono la memoria della famiglia paterna e materna e di come si siano, a loro volta, intrecciate con la Storia, quella del Paese. Sin dalle prime pagine l’autrice si chiede quale sia il suo compito: “Che razza di storie si possono raccontare? Si può scrivere di paure non nostre? Di vite non nostre? Con quale legittimità? Siamo una generazione di nati nel viaggio”, si legge, “siamo clandestini alla vita, sospesi a metà, nati dopo la schiavitù e prima della libertà. Siamo senza voce e con una storia nostra ancora da inventare. Ma la vita la stiamo vivendo e avremo qualcosa da dire. Siamo la generazione del deserto, frutti dalla maturazione lenta, fioriamo dopo i quaranta anni”. Il riferimento è chiaro e questo confronto / dialogo con la biblica uscita dall’Egitto e la lunga permanenza nel deserto prima di giungere alla libertà accompagna tutto il libro. Un luogo altamente simbolico, che è valso agli ebrei l’appellativo di “popolo dalla nuca dura”. “Quanto a noi della generazione di mezzo”, scrive Tagliacozzo, “è bene ricordare che fu proprio nel deserto biblico, in assenza di abitudini, in balia della fame e della sete che si svelò, nell’angoscia e nel bisogno, “l’attitudine vissuta e sperimentata alla durata che si chiama resistenza”. Noi altri siamo cresciuti nel tempo di un viaggio durato quaranta anni, non siamo velocisti, ci siamo formati nella distanza, sapremo, in caso di necessità, resistere anche questa volta”.

Un altro snodo importante di questo percorso autobiografico-storiografico: saper eventualmente resistere per aver imparato a farlo sul lungo e nella distanza. La chiave? La gentilezza. “Un augurio, in questo tempo che stiamo vivendo e una necessità”, spiega l’autrice, “Va nella direzione del tikkun olam, la riparazione del mondo. Ci vuole gentilezza nel guardare ai traumi del passato ma ce ne vuole anche per permettere a passato e presente di interagire. Con la società tutta, che ha bisogno fortemente di un calendario civile”, di un manifesto dei valori fondanti di un Paese, ma anche di memoria. “Ha senso andare per scuole? Massificare la Shoah? Ragionare con i bambini e i ragazzi?”, si chiede nel libro “Li aiuta scoprire che c’è chi è venuto al mondo oltre ogni ragionevole probabilità o li si avvince raccontando una crudeltà che ai loro occhi rischia di diventare fascinazione quasi pornografica? Nel film Shoah del regista Claude Lanzmann (1985) uno dei sopravvissuti afferma: “Se tu potessi leccarmi il cuore resteresti avvelenato”. Quanto veleno la Shoah ha lasciato alla modernità?”. Ecco, tutto questo è La generazione del deserto, insieme a una trama imprescindibile e a una puntuale e rigorosa ricostruzione storica.
Ma cosa significa raccontare, le chiedo, infine. “Per me è diventato INDISPENSABILE, ma sentivo che lo dovevo prima di tutto ai miei figli. Loro sono nati quando per mio padre era giunto il tempo di raccontare. E sono stati, a differenza di me, sovraesposti al racconto. Io sentivo il bisogno di fermare i fantasmi e dare senso compiuto alla storia famigliare per consegnarla a loro. Perché sapessero chi siamo e da dove veniamo”. E per restituire loro, come si legge nel libro, la loro legittima libertà.

 

 Lia Tagliacozzo La generazione del deserto, Manni editore, 15,20 euro

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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