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Ebrei ricchi, avari e cospiratori: una mostra sfida gli stereotipi

Al Museo Ebraico di Londra un’esposizione sul rapporto tra ebrei e soldi nella storia e nei pregiudizi

Il silenzio solitamente domina le stanze dai muri blu al Museo Ebraico di Camden. Ma negli ultimi mesi, la quiete di questo posto viene spezzata da una tv, che trasmette a massimo volume spezzoni di rinomate serie come i Griffin e i Simpson, o reportage di oscuri canali in varie lingue. Ciò che accomuna queste scene, è che si riferiscono – ironicamente o no – agli ebrei come avari e ricchi, come burattinai dietro la perpetuazione di una società globalista e capitalista.

La mostra Ebrei, Denaro e Leggenda ha aperto al Museo Ebraico di Londra in marzo. Curata attraverso una partnership con l’Istituto Pears per lo Studio dell’Antisemitismo all’Università di Birbeck, offre un’analisi storica degli stereotipi più comuni che collegano ebrei e soldi, e dei contesti in cui sono maturati. Illustrando i fatti e i meccanismi dietro lo sviluppo di queste false narrative, gli organizzatori mirano ad eliminarle ed, educando il pubblico sul tema, sfidare così l’antisemitismo.

L’esposizione arriva in un momento in cui l’antisemitismo è sulla bocca di tutti nel Regno Unito. Sono stati registrati 1,652 incidenti di antisemitismo nel 2018 nel paese, un aumento del 16% rispetto al 2017, secondo il Community Security Trust, un’organizzazione benefica che protegge gli ebrei dalle minacce di stampo antisemita. In più, dibattiti interni sull’antisemitismo caratterizzano il Partito Laburista ormai da anni, con il leader Jeremy Corbyn, storicamente vicino alla causa palestinese, accusato di non fare abbastanza per combatterlo. Queste tensioni sono recentemente culminate con il divorzio dal partito di nove parlamentari, che hanno indicato la questione dell’antisemitismo tra i principali motivi della loro scelta.

Nel resto d’Europa, lo scenario non è migliore: un quarto degli europei è convinto che gli ebrei abbiano troppo potere nel mondo degli affari e della finanza, e circa la stessa percentuale pensa che influenzino eccessivamente i conflitti globali, secondo un sondaggio della Cnn. Degli intervistati, un terzo ha affermato di sapere poco o nulla sull’Olocausto.

“Le persone mi hanno detto, siete stati fortunati, un tempismo perfetto”, racconta Abigail Morris, direttrice del Museo Ebraico. “Sono contenta da un lato, ma triste dall’altro. Nell’attuale clima politico, gli ebrei non si sentono più a loro agio. Quindi vorrei che la mostra non fosse così attuale”.

È tutto una coincidenza, spiega Morris. Hanno incominciato a lavorare sul progetto molti anni fa, poco dopo il suo arrivo al Museo nel 2012: il panorama politico nel Regno Unito e nell’Europa erano molto diversi allora.

L’esposizione comincia con un promemoria: “Ricchezza e povertà sono prodotti di circostanze socio-economiche, non dell’ebraismo in sé.” Successivamente, il visitatore si imbarca in un viaggio attraverso i secoli, esplorando la relazione tra ebraismo e denaro. Si passa dalla figura di Giuda Iscariota – che, secondo i Vangeli, consegnò Gesù ai romani in cambio di 30 pezzi d’argento – come fondamenta per lo stereotipo dell’ebreo avaro e traditore –  alle famiglie di banchieri sefarditi che diedero origine alla leggenda dei finanzieri ebrei che sfruttano il loro denaro per far girare il mondo come vogliono.

La mostra cerca anche di contrapporre a queste caratterizzazioni negative, narrative estrapolate e generalizzazioni, ciò che il denaro significa davvero per gli ebrei. Prima di tutto: avere soldi non è un peccato, se questi vengono utilizzati per Dio e per la comunità. La carità è uno dei capisaldi della fede ebraica, come spiegato sul muri del Museo. Non casualmente, ‘tzedakah’, la parola ebraica per carità, significa anche rettitudine. In più, il denaro è associato con l’indipendenza. Il primo shekel, oggi la moneta nazionale israeliana, fu coniato durante la prima ribellione ebraica contro l’Impero Romano, nel 68-69 D.C., un modo per i ribelli di distanziarsi dai governanti stranieri.

Una delle principali domande a cui “Ebrei, Denaro e Leggenda” tenta di fornire una risposta è come nasce uno stereotipo.

“Gli stereotipi ci rivelano di più sull’antisemita, che sugli ebrei stessi,” spiega Anthony Bale, professore di Studi Medievali all’Università di Birbeck, in un video incluso nella mostra.

Dietro al loro sviluppo, vi è infatti una persona o entità particolarmente spaventata dall’emergenza di un fenomeno esterno, che sceglie dunque di proiettarlo su un gruppo estraneo, come gli ebrei, secondo Bale.

Nel Medioevo, le crescenti preoccupazioni riguardo alle attività di prestito di denaro – in cui sia ebrei che cristiani erano coinvolti, nonostante entrambe le fedi lo considerassero un peccato – spinsero la Chiesa al tentativo di dissuadere i suoi seguaci dal praticarle, a rappresentarle come negative e inerentemente ebraiche, qualcosa da cui i Cristiani dovevano star lontani, come spiegato nella mostra.

È in questo contesto ideologico e storico che la figura di Giuda assunse una connotazione sempre più negativa. Fino ad allora, era stata interpretata in maniera ambigua: Giuda aveva sì tradito Gesù, ma era stato prima stato il suo confidente e si era in seguito pentito per quel che aveva fatto, come racconta il Vangelo secondo Matteo. Da quel momento, Giuda diventò il traditore per eccellenza, e la sua avarizia una caratteristica dell’intero popolo ebraico, racconta la mostra.

“Eppure quando parliamo di uno stereotipo, non ci dovremmo chiedere per quale motivo sia nato, ma piuttosto perché è durato nel tempo,” dice David Feldman, direttore dell’Istituto Pears. “Alcuni durano, altri no. Gli stereotipi sugli ebrei e il denaro persistono ancora oggi perché aiutano la gente a capire le forze complesse e astratte attorno a loro, danno un volto a questi fenomeni”.

Nel corso della storia, lo stesso repertorio di stereotipi – ebrei avari ed ebrei ricchi che tengono il mondo per le redini – sono stati utilizzati diversamente a seconda del contesto ideologico dei tempi, continua Feldman. I loro usi si evolvono in continuazione, persino oggi. Lo stereotipo del ricco ebreo capitalista – e i conseguenti sentimenti e linguaggio di odio nei suoi confronti – hanno infatti vissuto una rinascita con l’ascesa del populismo in Europa.

L’origine di questa rappresentazione è associata alle famiglie sefardite che si stabilirono nel Regno Unito nel XVIII secolo: offrendo servizi bancari ai governi, ottennero una grossa influenza politica. I britannici temevano questi nuovi arrivi, e dicerie di ogni sorta si diffusero: nella City di Londra, girava persino la voce che gli ebrei volessero comprare la cattedrale di St. Paul per trasformarla in una sinagoga. Tra queste famiglie, la più nota, che anche oggi fa spesso la sua comparsa nelle teorie antisemite, sono i Rothschild.

Nathan Mayer Rothschild si trasferì a Londra nel 1798 per aprire la prima sede inglese della banca di famiglia. Il finanziere è rappresentato in vari modi inquietanti nell’esposizione. Compare come “la Pompa Generale”, una forza maligna in piedi su sacchi di denaro e che alimenta i conflitti mondiali ‘pompando’ oro nelle mani dei leader che controlla come marionette, oppure come un demone con un incontrollabile appetito per i soldi.

Morris e la curatrice della mostra, Joanne Rosenthal, hanno discusso se queste rappresentazioni fossero troppo raccapriccianti per essere incluse, e se esporle avesse potuto sortire effetti indesiderati, si legge in uno scambio di parole riportato sul muro di fianco alla demonica statuetta di Rothschild.

“Non c’è una risposta giusta qua”, spiega Morris. “Ma volevamo dare al pubblico un assaggio di quel dibattito, che penso ti faccia guardare l’oggetto in maniera diversa. Te lo fa guardare due volte”.

Alle leggende sull’influenza dei Rothschild e sul potere che gli ebrei apparentemente esercitavano ed esercitano sulla politica globale, il Museo risponde con i fatti. Nel XIX secolo e nella prima parte del XX, la maggior parte degli ebrei era in realtà povera. In Europa, e specialmente nell’Est, dove le leggi di emancipazione arrivarono più tardi, gli ebrei erano spesso confinati a vivere in ghetti, o non potevano possedere proprietà o praticare alcune professioni, come raccontò la professoressa Monika Richarz in una riunione con ufficiali delle Nazioni Unite nel 2008.

Gli ebrei in queste regioni più povere emigrarono in massa in Paesi come il Regno Unito, dove le speranze per un futuro migliore erano più elevate: qui, molti ebrei indigenti finivano sotto la protezione di organizzazioni caritatevoli sponsorizzate dai loro compagni di fede più ricchi. Quelli che rimasero nell’Est Europa spesso adottavano ideali socialisti, come dimostrano alcuni oggetti esposti. Una Haggadah descrive il rituale del Seder Rosso, un’interpretazione laica di Pessach festeggiata dagli ebrei comunisti in seguito alla rivoluzione russa, che commemorava gli eventi del 1917 invece che l’uscita dall’Egitto.

Eppure, nell’immaginario collettivo, gli ebrei rimanevano ricchi, capitalisti e globalisti: persino Karl Marx, che molti socialisti ebrei adoravano, scrisse nel suo saggio Sulla questione ebraica (1844) che la spiritualità ebraica non era nulla se un riflesso della vita economica degli ebrei, e sostanzialmente accostò il giudaismo al culto del denaro.

Oggi, gli stereotipi sugli ebrei sono diventati più complessi e dalle varie sfumature, concordano Morris e Feldman. La crisi del 2008, che ha inasprito le disparità economiche, e la crisi dei migranti, che ha gettato petrolio sul nazionalismo europeo, si sono rivelate un terreno fertile per idee antisemite. Teorie cospiratorie sui Rothschild ed altri miliardari ebrei, tra cui il bersaglio preferito dei populisti George Soros, appaiono quasi quotidianamente nei discorsi dei sovranisti del continente.

“Sono delle semplificazioni: assimilare gli ebrei a quei fenomeni può essere di aiuto alle persone che non li comprendono”, commenta Feldman.

Data la sensibilità degli argomenti trattati, e dopo che molte persone le avevano detto che quella mostra sarebbe stata una cattiva idea, Morris si era preoccupata della ricezione che l’esposizione avrebbe avuto, racconta. Ma è stata accolta molto positivamente.

“La gente aveva bisogno di avere questo confronto,” dice Morris. “Ora, mi dicono, questa mostra ha davvero sviluppato la mia consapevolezza sull’argomento. Naturalmente, non penso che porrà fine all’antisemitismo da sé, ma iniziative così possono avere un ruolo importante.”

Ma c’è un limite al potere persuasivo dell’istruzione, osserva Feldman. Una persona che aveva in passato fatto osservazioni antisemite era stato portato a vedere la mostra, e dopo averla visitata ed apprezzata, alla fine ha chiesto, “Okay, ma chi è che vi ha sponsorizzato?,” racconta.

“L’istruzione fornisce conoscenza e miglior capacità di giudizio, possiamo provare a orientare le persone ma non costringerle”, conclude Feldman. “Fare le scelte giuste è invece una questione politica”.

 

Giulia Morpurgo
Collaboratrice
Giulia Morpurgo, 24 anni , è una giornalista finanziaria di casa a Londra. Nata e cresciuta a Milano, ha passato gli ultimi cinque anni tra la capitale britannica e New York. E’ appassionata di politica monetaria, di quasi tutto ciò che ha più di mille anni e soprattutto di Inter.

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