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Elezioni comunitarie, Milano 2019: focus giovani

Il quarto confronto tra le liste candidate al consiglio della comunità milanese

Questa volta si parla di giovani e politiche giovanili con Carlotta Jarach e Olympia Foà per la lista Milano ebraica – la Comunità di tutti e con Ilan Boni per la lista Wellcommunity.

Carlotta Jarach: 25 anni, giornalista e divulgatrice scientifica nonché ricercatrice in epidemiologia. Ha collaborato con il Bollettino della Comunità, oggi Bet Magazine, e con il sito Mosaico. Dopo aver frequentato la scuola ebraica è entrata in bogrut all’Hashomer Hatzair e fino allo scorso dicembre ha ricoperto il ruolo di Presidentessa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia.

Olympia Foà: 30 anni, avvocato di diritto societario ed M&A. Ha frequentato la scuola ebraica di Milano, ed è stata una chaverà dell’Hashomer Hatzair, collaborando poi all’organizzazione delle attività del movimento presso il ken di Torino.

Ilan Boni: Assessore ai giovani del consiglio uscente, ha lavorato a stretto contatto con i movimenti giovanili Hashomer Hatzair e Benè Akiva, con UGEI e le tre scuole che compongono il panorama giovanile ebraico milanese.

 

Cosa offre al presente la Comunità milanese ai giovani e quali cambiamenti vorreste portare?

Carlotta Jarach: Attualmente l’ebraismo milanese è attento agli under 18, non tanto a livello prettamente comunitario, quanto più a livello di movimenti giovanili. Quella che manca completamente è l’offerta per la fascia 18-25 e dai 25 in su: fasce d’età che non hanno più legami, né con i movimenti giovanili, né con la scuola. Fasce che spesso sono considerate facenti parte dello stesso mondo (“i giovani”) ma che hanno in realtà esigenze e bisogni diversi. È possibile impegnarsi in realtà nazionali, come UGEI, o internazionali, ma a livello cittadino non c’è niente. Non c’è un organo giovanile autogestito a Milano, nulla di strutturato a livello comunitario. Non manca solo uno spazio fisico dove incontrarsi, ma proprio un organo giovane all’interno della Comunità che sappia dialogare con noi. Comunità non è solo luoghi ma anche e soprattutto persone.

Olympia Foà: Più che una riflessione su come i giovani vivono la Comunità, bisogna farne una su come non la vivono. Il grande problema è che essa attualmente offre non tantissimo e soprattutto non a tutti, nel senso che non parla con tutti. Una delle nostre proposte riguarda dunque la creazione di un gruppo di lavoro, ovvero un gruppo di giovani, la cui composizione rispecchi le diverse edot della Comunità, che supporti l’assessorato giovani. Gli obiettivi sono maggiore conoscenza reciproca, inclusione, pluralità per rispondere a esigenze diverse. La Comunità, sotto il profilo intellettuale, religioso e culturale, mostra di essere più viva e vitale che mai, con un’incredibile voglia di aggregazione (si vedano tutte le offerte di eventi e il tasso di partecipazione). Bisogna quindi che la Comunità-istituzione si metta al passo con questa realtà ed operi affinché tutti si riconoscano in essa, globalmente considerata, e per i servizi che eroga. La Comunità deve tornare ad essere collante e garante della coesistenza di tutti i vari gruppi che la popolano.

Ilan Boni: Abbiamo lavorato per quattro anni a budget zero e siamo riusciti a coinvolgerli. I giovani sono il futuro della Comunità e occorre investire su di loro, soprattutto con l’idea di rendere la CEM una realtà non litigiosa. Abbiamo cominciato con i movimenti giovanili, riunendoci, grazie al supporto di rav Roberto Della Rocca, una volta la settimana. All’inizio da entrambe le parti c’era molta resistenza. Sia Hashomer Hatzair sia Benè Akiva avevano un pregiudizio comune: non interessare alla parte avversa. Invece abbiamo lavorato benissimo e la scorsa estate i ragazzi dell’Hashomer in campeggio a Livorno hanno raggiunto quelli del Benè Akiva a Pisa per trascorrere una giornata insieme. Lo stesso abbiamo fatto con i ragazzi delle tre scuole, grazie allo sport. Un torneo di calcio interscolastico è stato il motivo dei loro incontri. Abbiamo anche fatto attività di fundraising con i ragazzi, organizzato festività insieme e degli shabbat aperti molto entusiasmanti anche in collaborazione con UGEI. La Comunità è fatta dalle persone e il loro cuore fa la differenza.

 

Quali sono le altre proposte specifiche del vostro programma?

Carlotta Jarach: oltre al gruppo di lavoro citato da Olympia, un’altra proposta è rivitalizzare l’agenzia JOB. Credo di poter essere d’aiuto su questo punto, forte dell’esperienza dell’anno scorso dove, in quanto Presidentessa UGEI, ho partecipato attivamente alla realizzazione di “chance2work”, il progetto UCEI-UGEI per l’inserimento dei giovani iscritti alle Comunità ebraiche nel mondo del lavoro, ora alla seconda edizione. JOB dovrà rispondere prima di tutto a un’esigenza di orientamento: non solo aiutare a trovare un lavoro, ma soprattutto aiutare a capire quale lavoro.  Un’altra tematica è il rafforzamento dell’identità, vogliamo organizzare corsi di cultura ebraica – tenuti da rabbini, ma non solo – e corsi di lingua ebraica, soprattutto per i giovani tra i 14 e i 18 anni che dopo la terza media proseguono gli studi altrove: un modo per restare vicini alla Comunità, ma anche un potenziale strumento per il mondo del lavoro. Poi c’è l’aspetto aggregativo, relazionale: vorremmo avere, una volta all’anno, un nostro evento speciale dove ritrovarci. Per nostra natura siamo abituati alla ritualità, al ritorno ciclico di cose note. Sarebbe quindi prezioso avere un punto fermo di ritrovo per accrescere il senso di comunità.

Olympia Foà: Questo appuntamento annuale – che potrà tradursi in una serata, un festival, è ancora da valutare – lo immaginiamo come un evento imperdibile, uno di quelli per cui la gente si tiene assolutamente libera. Ma il presupposto essenziale per realizzarlo è che abbiamo voglia di vederci! L’evento dovrebbe perciò arrivare come risultato finale del lavoro sulle relazioni svolto durante l’anno.

Ilan Boni: In due parole, fare unione. È molto utile anche all’esterno ed è l’unica arma che abbiamo contro il razzismo e l’antisemitismo dilaganti. Abbiamo stabilito anche una buona sinergia con Ugei che riesce a coinvolgere ragazzi provenienti da piccole comunità, molto interessati a conoscere meglio quelle più grandi, come la nostra. Pensiamo anche a corsi di ebraico e di ebraismo per chi ha scelto di fare il liceo in scuole diverse da quelle ebraiche.

 

Come si declina nel vostro programma il rapporto tra i giovani della CEM e la città di Milano?

Olympia Foà: Vorremmo fare richiesta affinché la Comunità e le sue strutture siano accreditate come ente per lo svolgimento del Servizio Civile Nazionale. Questa idea potrebbe garantire alla Comunità risorse umane a costo zero, sia offrire una prima esperienza nel mondo del lavoro a studenti e neolaureati.

Carlotta Jarach: Come giovani ebrei siamo inseriti nel contesto sociale milanese e vogliamo esserlo sempre di più. Il servizio civile sarebbe anche un ponte per far conoscere il mondo ebraico a chi non ne fa parte.

Ilan Boni: Si sta parlando di inserire la CEM tra le sedi dove è possibile svolgere il Servizio Civile. Potrebbe essere un ottimo passo verso il coinvolgimento esterno. Ma la cosa importante, per noi, è che i giovani vivano attivamente la Comunità.

 

Come intendete affrontare il discorso sostenibilità?

Olympia Foà: Pensiamo che il programma da noi proposto si possa realizzare senza costi elevati. Forse alcuni progetti, come l’evento annuale, potranno richiedere maggiori spese, ma per molti altri possiamo contare sul capitale umano e sociale della Comunità. Per gli incontri di orientamento al lavoro per esempio, ci sono molti professionisti nella Comunità ai quali non costerebbe niente dare una mano una volta al mese. Diverse attività possono realizzarsi anche attraverso l’autofinanziamento. Tutto dipende da cosa organizzi: se è qualcosa di bello, per cui vale la pena esserci, si partecipa e si contribuisce volentieri (questo discorso vale anche per il pagamento dei contributi). L’essenziale è creare il senso di comunità: da esso deriva la sostenibilità. Il nostro obiettivo a lungo termine è quello di diventare autosufficienti.

Carlotta Jarach: Esatto, autosufficienti è la parola d’ordine. L’anno scorso come Presidentessa UGEI mi sono trovata a dover gestire un budget di diverse decine di migliaia di euro, direi con ottimi risultati, e sono consapevole di come possono e devono essere gestiti i fondi. Ai giovani dovrà necessariamente essere devoluto più di quanto è accaduto negli ultimi anni. Tuttavia è fondamentale avere delle proposte strutturate e con chiari obiettivi. Solo così si possono chiedere finanziamenti esterni qualora le possibilità interne della Comunità non dovessero bastare.

Ilan Boni: Come ho detto prima, abbiamo lavorato a budget zero, coinvolgendo i ragazzi in operazioni di autofinanziamento e siamo riusciti a fare grandi cose. Abbiamo cercato di dare vita a una squadra di basket con il Makkabi che coinvolgesse ragazzi al di fuori delle scuole: lo sport di squadra fa dimenticare le differenze ed è un elemento aggregativo fortissimo. Ma per realizzarlo ci vogliono fondi importanti che gli sponsor affrontano malvolentieri perché si trovano davanti una comunità troppo disgregata e in continuo contrasto interno. Bisogna lavorare perché la comunità torni ad essere un ente unito.

 

Pensate che il vostro programma possa riavvicinare i giovani che si sono allontanati?

Carlotta Jarach: Qualsiasi giovane in Comunità si lamenta della mancanza di offerte. Che sia vero o meno, bisogna venire incontro a quella che evidentemente, se viene espressa, è un’esigenza. In queste settimane abbiamo chiesto ai giovani di compilare un questionario per capire quali fossero i punti nevralgici da toccare, domande che nessuno ci aveva mai fatto. Sono sempre state proposte soluzioni senza valutare fattivamente i problemi. Noi ci siamo impegnate in prima linea nella campagna elettorale, ci abbiamo messo la faccia, perché le persone non pensassero a “Comunità” nel senso astratto, istituzionale, ma a “Olympia e Carlotta”. Questo concetto partecipativo, che dà nomi e volti alle persone, deve essere alla base del lavoro del prossimo Consiglio ed è la chiave per combattere il senso di distanza e alienazione che causa l’allontanamento.

Olympia Foà: I trentenni di oggi sono i quarantenni di domani, dobbiamo tenerceli stretti, perché rappresentano il futuro della Comunità. Vorrei che non ci ritrovassimo tra 10 anni nello stesso clima di tensione e di poco dialogo in cui ci troviamo adesso e che si denota anche in certi toni della campagna elettorale. Viviamo in un mondo sempre più polarizzato che influenza, in parte, anche i giovani, ma soprattutto c’è il fatto che ci conosciamo poco: tre scuole ebraiche (e c’è una fetta di giovani che non frequenta nessuna delle tre), una ventina di sinagoghe, scelte di vita diverse, ecco che molti finiscono per non incontrarsi mai. Più conoscenza e più inclusione, nel senso di offerte che soddisfino le diverse esigenze, sono i punti da cui partire.

Ilan Boni: L’Hashomer Hatzair gioca un ruolo fondamentale in questo, è veramente un collante tra i ragazzi che sono esterni alla scuola e gli interni. Finito il liceo, diciamo dai 19 anni, è ancora più difficile rimanere in contatto con chi si è allontanato. Abbiamo quindi messo a punto una serie di incontri, ancora una volta con rav Della Rocca, per parlare di temi che riguardano la vita di ognuno di noi, visti dal punto di vista della Torah e non, invitando vari esperti. È una buona idea, che è stata accolta con successo: a ogni incontro avevamo una quarantina di persone. Sono incontri che funzionano, uniscono e avvicinano anche chi è molto lontano dalla realtà comunitaria. Andremo avanti su questa strada.


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