Cultura
“Fauda”, la quarta stagione raccontata da Lior Raz

Intervista al protagonista e co-creatore della serie

“Volevamo che questa stagione fosse meno ‘mediorientale’ e più ‘internazionale’, perché di tematiche dalla portata globale si tratta” – ci racconta Lior Raz che, oltre a interpretare Doron, il protagonista principale, è anche – assieme a Avi Issacharoff – uno dei co-creatori della serie televisiva israeliana Fauda, in onda dal 2016, quest’anno giunta alla sua quarta stagione, di 10 episodi.

Volevamo portare una ‘ventata’ di internazionalità alla serie, anche per spiegare la complessità del concetto stesso di identità, che non è mai ‘monolitica’, soltanto israeliana o soltanto palestinese. Esistono legami profondi tra queste due identità e l’Europa e, persino nello stesso Israele, gli arabi israeliani, con la loro identità “sfaccettata” sono una parte integrante e fondamentale della società: dai giocatori di calcio, ai medici in ospedale, ai giudici in tribunale. Volevamo che anche il pubblico internazionale venisse a conoscenza della loro storia”.

“Uno degli scopi di questa serie – continua Raz – è proprio quello di mostrare che, in fondo, israeliani e palestinesi non sono così differenti. Negli anni, abbiamo creato dei ponti non solo tra ebrei e musulmani in Israele, ma anche fuori dal Paese. Ricevo mail ogni giorno da spettatori che ci seguono dall’Egitto, dall’Arabia saudita e da altri Paesi arabi. Allo stesso tempo, sono sempre più gli israeliani che, grazie a questa serie, hanno deciso di mettersi a studiare l’arabo”.

Alla luce dell’operazione militare appena conclusasi a Gaza e le operazioni che si stanno svolgendo proprio in questi giorni nel West Bank, la quarta stagione di Fauda risulta più attuale che mai, e comincia proprio con l’inseguimento di un gruppo di terroristi palestinesi nascosti a Jenin.

Come è stato messo in luce dal quotidiano Haaretz, è quasi sorprendente vedere come un prodotto di intrattenimento come Fauda sia diventato uno dei canali di informazione più accurato – se non l’unico – attraverso il quale si possono davvero capire le complesse operazioni di sicurezza e le ingenti risorse governative investite per il controllo dei Territori Palestinesi. In questa stagione, infatti, l’unità speciale di Doron – in perfetto stile Startup Nation – è accompagnata da esperti della sicurezza super high-tech, telecamere a ogni angolo di strada, un’enorme forza lavoro, specializzata in analisi e decodifica di segnali che potrebbero essere di importanza cruciale.

Il cast/foto Elia Spinopolus/Yes Studios

Non solo. Come messo in luce dallo stesso Raz, in questa stagione gli sceneggiatori si sono spinti un passo in avanti, e gran parte dello script è stato spostato nel distretto musulmano di Molenbeek, a Bruxelles, nonostante la maggior parte delle scene siano state girate a Kiev, nell’inverno 2021, qualche mese prima che cominciasse il conflitto russo-ucraino.

Se da un alto, come afferma lo stesso Raz, questa scelta di “internazionalizzazione” nasce dal desiderio di creare un dialogo con il pubblico internazionale che, già da anni, segue con passione lo sviluppo di Fauda, dall’altro, paradossalmente, questo sguardo verso l’Europa rende la serie più “esotica”. Ma al rovescio, perché il “terrorismo”, una volta strettamente relegato al pantano del Medioriente, ora bussa alle porte dell’Occidente. Anche se, sempre per citare Haaretz, “Jenin rimane il ‘nido di vespe’ da dove cominciano tutti i guai che, da lì, vengono disseminati nei quattro angoli del mondo”.

Forse, questa mossa “internazionale” nella quarta stagione, più che per il pubblico all’estero è stata pensata proprio per lo spettatore israeliano, conquistato dal fascino della Vecchia Europa, sia essa Kiev o Bruxelles. Mossa sicuramente avvincente, soprattutto sul piano della sceneggiatura, ma che, al tempo stesso, neutralizza quell’aspetto, così caratteristico di questa serie, che permetteva di volgere lo sguardo verso il mondo che si trova dall’altra parte del “muro di separazione”. Così vicino, eppure, così lontano. Infatti, il divieto per gli israeliani, per ragioni di sicurezza, di visitare le città dei Territori, negli anni, le ha rese sempre più oggetto di fantasia. E Fauda, nelle sue precedenti stagioni, aveva sapientemente alimentato queste fantasie: dall’introspezione nei confronti dei caratteri delle donne (e degli uomini) palestinesi, alla “riscoperta” dell’arabo, fino all’incontro di tanti eccellenti attori palestinesi, prima di Fauda del tutto sconosciuti al pubblico israeliano.

Sicuramente, il processo di “internazionalizzazione” della quarta stagione, almeno dal punto di vista creativo, ha arricchito questa serie di grande successo che, nel corso nella terza stagione – ambientata a Gaza – aveva, in parte, perso di carattere, anche a causa della poco verosimiglianza del complotto narrivo. Mentre, nella stagione in corso, si respira, finalmente, aria di “rinnovamento”: la storia è più realistica, così come i nuovi personaggi, tra cui l’ufficiale di polizia israelo-palestinese Maya Binyamin, splendidamente interpretata da Lucy Ayoub.

E sembrerebbe che questa voglia di novità abbia già messo in moto Raz e colleghi che, oltre ad avere già lavorato alla co-produzione Israele-USA Hit &Run, sempre trasmessa su Netfix, per la stessa piattaforma stanno già lavorando ad altri progetti, con l’intento di raggiungere un pubblico sempre più internazionale, interessato alla comprensione di tutta la complessità e di tutte le sfaccettature della questione mediorientale.

“Ma il pubblico italiano – conclude Raz – ha per noi un posto di riguardo. Amo il vostro Paese e spero che il suo pubblico continui a seguire l’epopea di Fauda e i prossimi progetti che stanno per uscire dal cassetto”.

 

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.


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