L'agenda di Joi
Rassegna Nuovo Cinema Ebraico e Israeliano
“Golden Voices”, cosa significa veramente parlare?

La storia di una coppia di immigrati russi diventa emblematica di ogni immigrazione e di un esilio che servirà a ritrovare se stessi (e la loro reale voce). Il film di Evgeny Ruman

Quello dell’immigrato della Russia post-sovietica è una degli stereotipi socio-culturali più rappresentati dal cinema e dalle serie TV israeliane. Vagamente buffi, disorientati nel loro “nuovo mondo” e decisamente sovraeducati rispetto alle professioni rese loro accessibili in Israele, questi personaggi si muovono a fatica, per lo più su un filo sottile che divide crimine e legalità. Gli uomini sono outsider malinconici il cui ebraico è impastato di vodka e delle tracce di un’esistenza ormai perduta. Le donne sono dotate di una sensualità spiccata, esotica, conturbante, cui i giovani sabra difficilmente possono resistere. In altre parole: sesso, droga e mafia russa.

È evidente, però, che molto di più si nasconde dietro queste storie. Come dimenticare la seducente domatrice di leoni del surreale Circus Palestine (1998) o la famiglia Mintz, protagonista della delicata serie Merhak negiah (2007)? E l’elenco sarebbe destinato a essere ben più lungo. In ogni caso, molti di questi film o serie televisive ritraggono gli immigrati russi con simpatia, ma sempre enfatizzandone le differenze culturali e religiose. “Chissà, forse non sei nemmeno ebreo”: questa sembra essere la percezione costante della società israeliana nei loro confronti. Come ha scritto Boris Zaidman, cresciuto nell’ex Unione Sovietica, nel romanzo Hemingway e la pioggia di uccelli morti, l’arrivo nello Stato ebraico ha trasformato numerosi adulti (i suoi genitori compresi) “da esseri onnipotenti in nani spaventati”.

L’ultimo tassello di questo grande mosaico narrativo è senza dubbio Golden Voices (2019, titolo originale Qolot reqa, “Voci ‒ o rumori ‒ di sottofondo”) con il quale sabato 20 novembre alla Fondazione Cineteca (ex Spazio Oberdan) si aprirà la Rassegna di nuovo cinema ebraico e israeliano, che durerà fino al 24 novembre. L’anno è il 1990: l’Urss si è ormai dissolta, la prima guerra del Golfo è alle porte e Victor e Raya ‒ una coppia di mezza età, senza figli, entrambi acclamati doppiatori cinematografici in patria ‒ giungono in Israele per tentare “un nuovo inizio”, non senza dolore. Com’è accaduto a molti immigrati di cui condividono il percorso, quello di Victor e Raya è un sionismo “obbligato”, giacché le condizioni di vita nella madrepatria sono ormai diventate insostenibili. Poco dopo il loro arrivo, però, i due protagonisti realizzano con costernazione che il loro talento ‒ e così pure la loro voce ‒ non ha più alcun valore. Nessuno nella Tel Aviv degli anni ’90 richiede doppiatori in lingua russa, pertanto finiscono per arrabattarsi con occupazioni umili e inadeguate ai loro standard professionali. La frustrazione e la malinconia sono in agguato, ma è proprio in questo momento che avviene il miracolo. Se è vero che ogni esilio racchiude la possibilità di un disvelamento del sé, Victor e Raya, espulsi dalla loro esistenza dorata in patria, si troveranno ad affrontare prove che li costringeranno a guardare prima dentro se stessi e poi al loro rapporto, con conseguenze difficili da immaginare.

Le voci “d’oro” di Victor e Raya, infatti, sono state messe al servizio di altri per decenni, offuscando la loro reale interiorità, i loro desideri, le loro paure. Non a caso, nel corso della storia Raya afferma di voler diventare l’attrice protagonista della sua vita, quando sente di non essere “nemmeno un personaggio secondario”. Per la prima volta da molto tempo, forse da sempre, dovranno trovare un modo per parlare con la propria voce. Comprendiamo quindi che l’attenzione al problema della voce dei protagonisti nella pellicola non è soltanto un aspetto specifico di questa narrazione della alyiah russit, al contrario costituisce una straordinaria metafora della condizione generale dell’immigrato, la quale può essere estesa a ogni provenienza rintracciabile. Alle orecchie della società dominante le voci degli immigrati non sono altro che “rumori di sottofondo”. Quanto poca attenzione si presta ai loro balbettii incomprensibili? Quanto tempo e quanta fatica sono richiesti loro prima che riescano a esprimersi con la loro voce reale?

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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