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Hawaii, ovvero il paradiso terrestre

Un incontro con la comunità ebraica di Maui

Shalom, il saluto ebraico, viene tradotto in latino come pax, pace. L’etimologia suggerirebbe un generale significato di pace legato a sicurezza e completezza, sia nell’universo che nelle relazioni sociali – di conseguenza fu adottato come saluto per augurare benessere reciproco.
Ciò è simile ad Aloha: utilizzato come saluto, il termine indica amore, affetto, pace e compassione, o generalmente una forza che unisce l’esistenza umana.
Le comunità ebraica nelle isole hawaiane sono un interessante miscuglio della tradizione ebraica e dello spirito hawaiano. Oahu, Maui e Hawaii (chiamata anche ‘la grande isola’) ospitano le tre comunità più numerose, per un totale di circa 13000 membri.
La comunità ebraica di Maui in particolare è cresciuta esponenzialmente negli ultimi tre decenni. Composta da circa duemila membri, di cui solo qualche centinaio è nei registri ufficiali, i primi nuclei si stabilirono informalmente nell’isola a partire dagli anni ’90. Da quegli incontri informali nacque poi una sinagoga a solo un isolato dalla spiaggia e una scuola ebraica. La sinagoga (Beit Shalom) è anche il centro comunitario con una cucina kosher.

Ellyn Mortimer, direttrice del centro, spiega: “è una comunità aperta al dialogo e accogliente. Siamo una famiglia che cerca di accogliere tutti. Le lezioni e le funzioni sono aperte a chiunque sia interessato”.
“La differenza con le comunità negli Stati Uniti è che qui nell’isola possiamo venirci incontro. Se qualcuno non è felice, ne possiamo parlare e venire a una conclusione. Ciò porta anche a un processo di consapevolezza per cosa facciamo, per chi lo facciamo e perché lo facciamo”.
Una comunità ebraica in un’isola hawaiana ha le sue particolarità: “Vengo dal Minnesota ed è stato sicuramente una sorpresa trovare l’ananas nel buffet di Chanucchà. Il cibo qui è fantastico. Non c’è molta carne e di solito i pasti comunitari sono a base di latte. C’è sempre molta frutta fresca, in particolare frutti tropicali”.
“Una peculiarità è il rapporto della comunità con l’esterno. Molte attività comunitarie si svolgono tradizionalmente all’interno di quattro mura, ma la sinagoga di Maui è a solo un isolato dal mare: il tashlich è in spiaggia, così come il mikveh. Le nostre tradizioni si fondono con la sensibilità hawaiana per la natura e per la terra. La connessione con l’esterno è anche relazionale: siamo pochi membri, ma il centro accoglie tantissime visite da Stati Uniti e Israele. Ci sono sempre tante facce nuove”, conclude.

Non è difficile immaginare l’immersione della comunità nell’ambiente naturale. L’isola di Maui viene descritta come un paradiso terrestre: coralli, tartarughe, foche monache e perfino squali accompagnano i bagni quotidiani, con vista sul vulcano Haleakala (2055 metri slm). L’isola prende il nome dall’eroe Maui, che con l’aiuto della nonna si arrampicò fino al cratere del vulcano per afferrare il sole e allungare le giornate.
La comunità di Maui collabora con le altre isole hawaiane in caso di necessità, come per un mohel, o altre occasioni per cui è necessario un aiuto specializzato. Un centro Chabad opera in una fattoria dove vengono macellati alcuni animali. Intervistati dal Jewish Journal, la coppia del centro Chabad ha spiegato: “Applicare la Torah alla nostra connessione con la terra è qualcosa davvero di speciale. Nella Torah è spiegato come piantare e tagliare alberi, quando prendere le uova dalle galine, o perché le benedizioni sul cibo sono diverse tra loro. Qui a Maui ci sentiamo collegati alla natura e al divino”.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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