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Shanghai, porto sicuro per i rifugiati ebrei

La storia ebraica della megalopoli cinese tra commercio e aiuto politico

Lo scorso 8 dicembre ha riaperto il Jewish Refugees Museum di Shanghai a seguito di alcune ristrutturazioni durate tre anni. Ma di quali rifugiati ebrei si parla?
A seguito delle leggi di Norimberga, 600.000 ebrei tedeschi furono improvvisamente privati della loro cittadinanza. Fu poi il turno di 250.000 ebrei austriaci dopo l’Anschluss del 1938, e lo stesso accadde ai 200.000 ebrei della Cecoslovacchia occupata.
La conferenza di Évian del 1938, indetta da Roosevelt con la partecipazione di 32 delegazioni dei paesi dell’allora Società delle Nazioni, fu un tentativo di aumentare le soglia di ingressi dei nuovi apolidi ebrei: solo la Repubblica Dominicana scelse di accettare 100.000 nuovi rifugiati nel paese. Tutt’oggi, in Repubblica Dominicana è presente la comunità ebraica più grande dei Caraibi.
Parallelamente, anche Shanghai divenne officiosamente un porto sicuro per i rifugiati europei. La migrazione è un elemento ricorrente nella storia ebraica, motore nei secoli di miscele di culture interessanti – pensate al carciofo alla giudia. Dvir Ben-Gai, organizzatore dello Shanghai Jewish History Tour, ci ha spiegato la componente ebraica nella storia della città.

Quando ha inizio la storia ebraica di Shanghai?
A partire dal XIX secolo, un nucleo di ebrei di Baghdad si stabilì a Shanghai, una città portuale in espansione. La famiglia Sassoon era motivata dal commercio marittimo e ha avuto un impatto enorme sull’urbanistica di Shanghai. Molti dei palazzi visibili ancora oggi erano dei magazzini dei Sassoon, o alloggi per gli impiegati della loro ditta di import-export.La seconda ondata migratoria ebraica a Shanghai fu quella degli ebrei britannici, a volte connessi alla famiglia Sassoon, direttamente dall’Inghilterra o da Mumbai. Commerciavano oppio come molti degli inglesi in Cina. Alcuni cognomi rilevanti erano i Kaduwi o gli Hardun.
Poi fu il turno degli ebrei russi. Dal 1900, gli ebrei russi iniziarono a scappare dai pogrom e a mischiarsi con le comunità sefardite degli ebrei di Baghdad e dei mandati britannici.

Parlavano cinese? Qual era il loro status nel tessuto sociale della città?
Specialmente gli ebrei russi, che si stabilirono più per necessità che per commercio, erano parte della classe media. Erano intellettuali – avvocati, professori, musicisti. Sapevano il cinese necessario a interagire nel quotidiano. La società cinese del XX secolo era fortemente gerarchica, e gli ebrei di Shanghai appartenevano a un’élite borghese che rappresentava intorno al 3% dell’intera popolazione.

E i profughi europei?
Dal 1937 ci fu la migrazione più massiccia in termini di numeri. Più di 8000 ebrei, cittadini tedeschi, austriaci, polacchi, cechi, ungheresi si ritrovarono senza patria. Shanghai era una città aperta, specialmente per la sua natura commerciale. Oltre gli ebrei di cui abbiamo parlato, erano presenti delle delegazioni internazionali americane, francesi, inglesi interessate al commercio con la Cina.
Tutto ciò prese una piega diversa a partire dall’occupazione giapponese in Cina. Parallelamente al massacro di Nanchino, a Shanghai le forze giapponesi istituirono una sorta di ghetto – non era mirato specificamente agli ebrei, ma ai ‘senza stato’. Gli ebrei venuti con le prime migrazioni, specialmente da Baghdad e dalla Russia, non furono colpiti da questa legge. Gli ebrei europei di Shanghai si ritrovarono costretti a vivere nel distretto di Hongkou.

Cosa accadde in seguito?
Tra il 1945 e il 1949 ci fu la guerra civile in Cina.
A partire dal ’47 gli ebrei di Shanghai tornarono in Europa, o emigrarono negli Stati Uniti o in Australia. Molti ebrei russi si trasferirono in Israele, Sud Africa, Canada, Sud America. Non c’era posto per gli affari nella Cina comunista. Ma a partire dal 1976 con le riforme economiche cinesi, e specialmente dal 1992 con leggi per la proprietà privata, il commercio estero ha avuto una seconda possibilità, accogliendo anche eventuali stranieri interessati a creare imprese in Cina. Tra il 2001 e il 2010 sono state aperte tre Chabad House, in parallelo a centri ortodossi sefarditi, reform e liberali.

Dalla Costituzione cinese del 1982, la libertà del credo religioso è concessa ai credenti delle cinque religioni ufficiali – buddisti, taosti, cattolici, protestanti e musulmani. Cosa comporta essere ebrei in Cina?
In Cina, tutto è permesso se è un business. A volte sono necessari degli stratagemmi. Alcuni visti di colleghi americani non sono stati rinnovati. La priorità del paese ora è la guerra commerciale con gli Stati Uniti. Dal 2002, l’anno in cui mi sono trasferito a Shanghai, l’aria che si respira è diversa. Vedremo che direzione prenderà.

Cliccate qui per saperne di più sulla storia dei rifugiati ebrei e del Jewish Refugee Museum di Shanghai. È bene sottolineare che il museo è gestito da autorità cinesi e il contenuto non è scelto dalla comunità ebraica di Shanghai.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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