Cultura
Dopo il Coronavirus? “Ci attende un lungo dopoguerra” – Intervista a Claudio Vercelli

Oltre l’emergenza contingente c’è il futuro. Della società, della politica e dell’economia. Che non saranno più come prima…

Se il presente è un’incognita, a maggior ragione lo è il futuro. Per tante ragioni, la prima delle quali è che la pandemia da Coronavirus, esaurita la virulenza contingente, avrà affetti che si estenderanno nel tempo e che toccheranno tutti gli aspetti della vita sociale, politica ed economica. Per ragionare su questi temi abbiamo intervistato Claudio Vercelli, storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista, che i lettori di Joimag conoscono e apprezzano da tempo.

Guardando al futuro, la pandemia sarà un volano per i partiti sovranisti e per i movimenti populisti?
Plausibilmente, quello che non può avvenire è una rinascita delle forme di democrazia partecipata. Il declino della democrazia liberale e sociale, che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni, verrà accentuato dal Coronavirus. Stava già nei fatti, prima ancora di questa bufera. La domanda di tutela e protezione, tipica di una società impaurita e impoverita, tende a crescere in un contesto come quello attuale, e questo si traduce in una sorta di baratto: in quanto individuo, ti concedo un po’ della mia libertà, di cui peraltro non so bene cosa farmene nel momento in cui mi sento insicuro, e tu, come Stato, mi garantisci una maggior tutela. Non è un caso che in questi giorni alcuni invochino controlli sistematici, anche in violazione della privacy, pur di sentirsi maggiormente protetti. Non c’è nessun complotto, del “grande fratello”, in corso, bensì un progressivo esaurimento delle istituzioni rappresentative, dinanzi alla velocità dei cambiamenti che spostano l’equilibrio decisionale verso gli esecutivi e quei soggetti che in sé più e meglio raccolgono quei caratteri di efficienza ed efficacia che sono richiesti come requisiti dinanzi alle priorità del tempo presente.

Ritiene che sia un limite per le democrazie strutturate l’incapacità di dare risposte rapide alle emergenze?
Certamente un regime dittatoriale, fatto non da quelli che puntano il fucile alla tempia, ma da coloro che hanno interiorizzato il comando dittatoriale, risulta più funzionale a livello operativo, anche se non migliore da un punto di vista morale o più apprezzabile da un punto di vista politico. Oggi l’operatività è l’orizzonte su cui giocarsi un po’ tutto. C’è una richiesta di taglio dei processi decisionali e questo agevola chi proietta di sé un’immagine decisionista.

Il Presidente del Consiglio italiano è stato accusato di aver travalicato le procedure democratiche per affrontare l’emergenza, Qual è la sua valutazione al riguardo?
Una situazione eccezionale richiede strumentazioni di circostanza basate sulla emergenzialità. Ovvio quindi che il comando politico venga assorbito dal potere esecutivo. Se il Presidente Conte non avesse fatto quel che ha fatto ci troveremmo in difficoltà ancora maggiori. Conte non ha alcuna vocazione dittatoriale, sta cercando di rispondere con le risorse che ha a disposizione, saltando a piè pari le complessità del processo politico. L’interrogativo che ora si pone è come il modo di fare politica si trasformerà dopo questa vicenda, che è  un evento spartiacque. Non amo le metafore belliche, ma gli effetti di una guerra ci saranno nella misura in cui molte cose cambieranno radicalmente, dopo la fine dell’emergenza, non durante. La vera misura delle trasformazioni le avremo in un lungo “dopoguerra”, quando non solo assetti economici ma anche sociali e culturali si trasformeranno. Nulla sarà più come prima, per intenderci. Non si tratta di essere “apocalittici” (o compiacentemente “integrati”) ma di capire che nell’Europa continentale, dopo la lunga pace – e il benessere – del 1945, qualcosa da adesso in poi muterà. Per tutti noi, nessuno escluso.

A livello di economia quanto tempo potrebbe essere necessario per smaltire le conseguenze di una pandemia su scala globale?
Quando l’emergenza sarà finita, a livello di conseguenze economiche, ci saranno rilasci di lungo periodo. Le prime stime parlano un balzo all’indietro del 5% del PIL a livello mondiale. E questo è un elemento che cambia il tessuto sociale al pari delle guerre. Ripeto il mio convincimento: sarà un lungo dopoguerra quello che ci trasformerà.

Riguardo alla socialità, invece?
Il fatto che stare in mezzo agli altri ci venga segnalato come un pericolo lascerà sicuramente una traccia. Studiando le conseguenze delle guerre civili, si scopre che i veri effetti si misurano sul lungo periodo, in quella che viene chiamata la violenza inerziale, che si riproduce da sé anche quando le condizioni che l’hanno generata sono venute meno. Dopo l’isolamento domiciliare che tipo di società avremo, davanti alla pressione di coloro che non hanno retto, davanti alla necessità di ridisegnarsi completamente da parte del sistema industriale? Sarà la politica capace di governare questi processi? Questi sono tra i tanti  dubbi di fondo.

In questa vicenda che immagine ha proiettato di se stessa l’Italia nel mondo?
Faccio una premessa: i conti con l’oste si faranno alla fine e l’oste sarà purtroppo un’economia di mercato molto feroce, che non guarderà in faccia a nessuno. Quanto all’immagine del nostro Paese, già nelle settimane scorse mi sembrava molto ingenua la narrazione di un’Italia scoordinata, dipinta come l’untorello di turno. Come spesso capita, nei momenti difficili, l’Italia riesce a dare, non dico il meglio di sé, ma qualcosa di meglio dell’ordinarietà. Con le poche risorse sulle quali può contare, ha tentato e sta tentando di fare fronte ad una pandemia. Faccio un esempio: sto seguendo da lontano la vicenda australiana dove, mentre andavano in scena violenze ai supermercati per gli approvvigionamenti, a pochi metri c’erano centinaia di persone che affollavano le spiagge. Insomma, uno scenario apocalittico con un forte tasso di demenzialità. Tornando all’Italia, difficile dire come uscirà sul piano dell’immagine: noi scontiamo una debolezza strutturale sul piano politico nei rapporti internazionali e i movimenti populisti hanno concorso a rafforzare questa debolezza di contrattazione. Fatta questa considerazione, chi esce malissimo dalla vicenda Coronavirus è ancora una volta l’Europa. L’idea di un’Europa matrigna emerge rafforzata, perché in realtà la UE ha dimostrato di non riuscire a coordinarsi né sulle piccole né tantomeno sulle grandi emergenze.

Gianni Poglio

Giornalista, autore, critico musicale. Dopo numerose esperienze radiofoniche e televisive, ha fatto parte della redazione del mensile Tutto Musica e del settimanale Panorama (Mondadori). Conduttore dii talk show per Panorama d’Italia Tour, con interviste “live” ai protagonisti della musica italiana e di dibattiti tra scienza ed intrattenimento nell’ambito di Focus Live, ha pubblicato per Electa Mondadori il libro “Ferdinando Arno Entrainment”


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