Cultura
Il lamento dell’uomo bianco: che cosa resta della destra radicale legittimata da Trump

Dai nazionalisti sovranisti ai nostalgici del Sud razzista e secessionista, dai cospirazionisti del web ai paramilitari: il puzzle della destra che si riconosce nel Tycoon in uscita dalla Casa Bianca

Afferma Richard Spencer, uno dei più quotati ideologi del neonazionalismo bianco: «l’ideale sarebbe la creazione di uno stato etnico dei bianchi sul continente nordamericano. Al contrario degli stati contemporanei che sono basati per convenzione sui diritti umani e sulla “democrazia”, il nostro progetto avrebbe un nuovo tipo di assetto politico e sociale. Sarebbe uno stato adatto al XXI secolo o al XXII: rispecchiando il progresso dei mezzi di trasporti e di comunicazione, diventerebbe una casa per i tedeschi, i latini e gli slavi provenienti da tutto il mondo. Da un certo punto di vista sarebbe la ricostruzione dell’Impero romano». Non è l’America di Trump ma è l’America che si è riconosciuta in Trump, ottenendo un livello di legittimazione quale ancora non si era mai visto fino ad oggi.

In realtà non è facile definire cosa sia l’Alt-Right, l’Alternative Right, che ha preso piede in questi ultimi dieci anni, o poco più, negli Stati Uniti. La parola stessa con la quale si qualifica il fenomeno nasce trail 2008 e il 2009, grazie a Paul Gottfried, uno studioso di area conservatrice, che intendeva qualificare la nuova destra estrema americana, area che dopo la conclusione delle presidenze Bush stava ristrutturandosi integralmente, anche in reazione alla vittoria di Barack Obama. A tutt’oggi si tratta senz’altro di un movimento eterogeneo, caratterizzato dalla presenza di molte sigle, spesso innervate e ramificate su base locale, capaci tuttavia di fare “sistema” nel momento in cui, pur mantenendo la propria autonomia, si muovono comunicando tra di loro e stabilendo occasionali sodalizi. In buona sostanza, è una galassia estremamente mutevole, se non un arcipelago di gruppi, il cui terreno connettivo è oramai da tempo internet. Diversamente dalla destra radicale europea, quella statunitense non ha un partito di riferimento come neanche un simbolo e, con essi, un’organizzazione territoriale stabile. Per capirsi, inutilmente si cercherebbe, a destra dei repubblicani, qualcosa di diverso dall’estrema mobilità di tante cellule composte da donne e uomini, caratterizzate dal riferimento a comuni parole d’ordine ma anche da una fluidità altrimenti impensabile nella vecchia Europa. Al posto di quei partiti che nel nostro continente partecipano alle elezioni o comunque presidiano un territorio, negli Stati Uniti ci sono sigle tra di loro molto diverse, che spesso come nascono così muoiono.

Ed è quindi in questo ambiente – che è un vero habitat dove si alimenta invece l’unica cosa che è permanente, ossia un’ideologia di fondo che va dal conservatorismo più spinto fino al rifiuto delle istituzioni federali – che sono germinate quelle spinte che, proprio con la presidenza Trump, hanno trovato una visibilità che gli era precedentemente mancata. Parlare di destra radicale in America, quindi, vuole dire rifarsi a soggetti tra di loro molto differenti: dagli anarco-individualisti ai nazionalisti e sovranisti; dai vecchi nostalgici del Sud razzista e secessionista ai cospirazionisti del web; dalle milizie dei «patrioti» ai gruppi anti-immigrati; dai paramilitari ai suprematisti; dai neonazisti agli «anarco-capitalisti» (coloro che rifiutano le grandi corporation ed esaltano l’imprenditoria individuale) e così via. Spesso, molti dei calchi ideologici portanti sono condivisi dai diversi gruppi, secondo un criterio di trasmigrazione e trasversalità tematica. Altre volte, invece, i singoli gruppi si pongono in dura competizione tra di loro. Elemento comune, soprattutto sul piano pratico, quindi operativo, oltre all’estrema fluidità, è comunque la capacità di comunicare la propria agenda ad un pubblico adesso molto più ampio dell’abituale base di reclutamento, caratterizzandosi quindi come un fenomeno sub-culturale di lunga durata.

La radice storica è l’iperconservatorismo, emerso prima in campo repubblicano, con il nuovo secolo, e poi emancipatosi da esso per dare quindi respiro e corpo ad una serie di entità autonome, che solo occasionalmente possono convergere sui candidati che il GOP esprime nelle elezioni locali, statali e federali. In fondo, la partecipazione al processo elettorale e il concorso agli organismi pubblici di rappresentanza non sono due aspetti così importanti: conta semmai la possibilità di accedere ad eventuali fondi statali, l’influenza esercitabile sulle istituzioni locali, il grado di legittimazione che da ciò deriva. Ma non è questa la più autentica matrice del radicalismo d’Oltreoceano, il cui fondamento riposa invece nella riproposizione ossessiva del tema dell’«identità»: l’uomo bianco sarebbe la vera vittima dei processi storici e politici in corso, richiedendo quindi di essere protetto, eventualmente anche armi alla mano, contro la sopraffazione di altri grandi gruppi sociali ed etnici. Il tutto soprattutto dinanzi all’inerzia colpevole delle istituzioni politiche. All’interno di tale costrutto, che combina il vittimismo tipico delle destre storiche alla celebrazione della “superiorità” di un presunto ceppo caratterizzato dall’appartenenza razziale, si combinano in successione tutte le altre argomentazioni politiche, dalla rappresentanza dei ceti medi disagiati (come già avvenne durante gli anni Venti del secolo trascorso, dinanzi alla crisi delle democrazie liberali) agli ossessivi richiami ad un nazionalsovranismo che celebra la terra non solo come necessità ma anche e soprattutto come fondamento ecologico, fino alla visione della modernità in quanto prodotto di un complotto delle tecno-élite a danno del più verace ed autentico spirito dell’America profonda.

D’altro canto, in una tale disposizione mentale – prima ancora che politica – riecheggiano quei temi di sempre, affermatisi con le fratture provocate dalle rivoluzioni industriale dalla fine del Settecento in poi, che contrappongono la vita “sana” delle campagne a quella artificiosa dell’urbanesimo. Mentre le prime sarebbero il regno della spontaneità, delle legittime gerarchie, dell’autentico spirito nazionale, organizzando uomini e donne intorno alla “comunità” locale, le città costituirebbero il luogo della contaminazione e dell’ibridazione, della definitiva perdita di se stessi, laddove la confusione tra “razze” porterebbe ad una degenerazione definitiva del carattere naturale. Il fantasma della perversione, della immoralità intesa come insieme di condotte e comportamenti contro la natura, è un tema di mobilitazione fortissimo per la destra estrema. Non a caso, le argomentazioni contro l’omosessualità, a favore della “famiglia naturale” (sempre più spesso intesa come organismo nucleare, composto come idealtipo da tre generazioni, ovvero nonni, figli e nipoti, possibilmente coresidenti), avverse all’aborto (inteso in quanto omicidio legalizzato ma anche come crimine contro lo sviluppo demografico delle “razza bianca”) e propense a ribadire la sostanziale subalternità delle figure femminili, relegate ancora al contesto domestico, il tutto nel nome di una ovvia disposizione e ripetizione dei ruoli sociali, diventano prevalenti su molti altri ordini di considerazioni.

Alla Alt-Right, del pari ad altre forme ed esperienze di fondamentalismi identitari presenti nel resto del mondo, così come gli islamismi radicali, più che interessare la politica in quanto tale – altrimenti prerogativa ed esercizio per pochi – la vera posta in gioco, ovvero quella maggiormente premiante, risulta essere la capacità di influenzare le condotte pubbliche nel campo della moralità quotidiana. Quindi, così come già qualche decennio fa per il mondo musulmano si parlò di reislamizzazione dal basso, indicando la pervasività dei movimenti a sfondo religioso nella sfera della vita di ogni giorno, così oggi si può definire la galassia del radicalismo americano come un processo di evangelizzazione di quei segmenti della società nazionale che più e peggio stanno subendo gli effetti a ripetizione delle trasformazioni indotte dai processi globalizzanti e dall’affermazione di una economia digitale. Il fatto che una parte dei gruppi che possono essere riconosciuti sotto il comune cappello del radicalismo siano deliberatamente pagani, comunque senza un qualche legame esplicitato verso una religiosità cristiana, non toglie nulla alla rilevanza di un calco identitario dove la politica si fa da subito discorso sulla morale e la morale, esulando dal suo costituire anche un’etica pubblica, quindi un discorso sulla responsabilità collettiva, si trasforma invece nello scrigno del proprio Ego, quello che si coltiva nel nome non dell’eguaglianza tra pari bensì dell’uniformazione tra omologhi: l’«uomo bianco», per l’appunto, ma anche il «lavoratore» (di contro agli «speculatori»), il libero pensatore (avverso agli «intellettuali», intesi come gruppo di prezzolati manipolatori), le figure rurali (a contatto con la terra il ciclo degli elementi naturali, in ciò avversate dall’artificiosità dell’urbanesimo), la rigida eterosessualità e la procreazione (contro le figure della “perversione”, i sodomiti che si accoppiano tra di loro per puro appagamento reciproco, violando i sacri comandamenti dell’unione carnale per generare prole e riprodurre all’infinito la propria comunità di appartenenza), il rifiuto dell’informazione pubblica (che è sempre e comunque voce di un qualche regime, alla quale si contrappone invece la costruzione continua di un mondo di immagini, parole d’ordine e sollecitazioni estetiche auto-referenziate: se confidi in esse, non ti farai ingannare da “quello che ti dicono i poteri forti”).

Ne emerge il ritratto, a tutto tondo, di una destra radicale postindustriale che ha saccheggiato a piene mani molti motivi che un tempo sarebbero appartenuti alle sinistre, ora invece in completo disarmo, afasiche e subalterne, semmai esse stesse alla rincorsa di un qualche identitarismo capovolto, quello che stigmatizza il lamento dell’uomo bianco per enfatizzare, in contrapposizione, il dolore delle minoranze escluse. Così comportandosi, tuttavia, non si accorgono che rischiano di fare il gioco medesimo dell’Alt-Right, che semmai si sente confermata nei suoi paradigmi: poiché quest’ultima ha mosso battaglia, non solo alla sinistra ma anche ai poteri federali, sul piano dei diritti civili, ribaltandone il senso e dichiarando che essi costituiscono il cavallo di Troia della peggiore «mondializzazione», dell’espropriazione delle identità di terra e di suolo. Se i democratici sono quindi descritti come il diavolo in terra, l’organizzazione del demonio che vuole trascinare nell’inferno l’American Soul, cancellando le radici altrimenti indissolubili di una terra che è favoleggiata come eterna, ad essere fatto oggetto del fuoco di fila sono anche le istituzioni politiche, dichiarate parte di un complotto che le élite globalizzanti stanno consumando ai danni delle comunità locali, altrimenti destinate ad autogovernarsi. Trump è stato, ad oggi, il presidente che meglio ha rappresentato tali istanze regressive, piegando molto spesso il lavoro delle agenzie e delle organizzazioni federali all’agenda dell’arcipelago reazionario. Del quale sa benissimo di essere l’autentico beneficiario elettorale.

La rilevanza del web, in un tale contesto, deriva non solo dal suo diffuso utilizzo (ad esempio con il ricorso a chat e gruppi di discussione) ma anche dalla modalità che esso offre, soddisfacendo le esigenze di piccole unità organizzative che non condividono necessariamente una identica ideologia ma, piuttosto, temi e sensibilità da comunicarsi pressoché costantemente. La parola più importante per definirle in comune, quindi, è «piattaforma»: di pensiero, di mobilitazione, di condivisione. Il resto si incaricano di alimentarlo le circostanze occasionali, poiché la destra alternativa si muove a suo agio seguendo il flusso dei grandi eventi della politica, intervenendo selettivamente, di volta in volta, a seconda delle sue priorità.

Le stelle polari del radicalismo di destra, oltre al suprematismo bianco (il discorso rutilante e maniacale sulla superiorità storica dell’uomo dalla pelle chiara, insieme alla denuncia della minaccia costituita da coloro che hanno invece un colore diverso) sono ancora il nativismo e l’antiliberalismo. Il nativismo è una costante per un paese come gli Stati Uniti, non a caso edificato da immigrati. Il fenomeno riemerge alla superficie con diverse caratteristiche ogniqualvolta una nuova immigrazione solletica gli umori nazionalisti della società americana. Fu anticattolico quando la grande carestia irlandese, verso la metà dell’Ottocento, rovesciò sulle sponde americane una massa di contadini affamati. Fu apertamente antitedesco quando gli immigrati provenienti dalla Germania dimostravano una forte inclinazione a creare comunità separate e autosufficienti. Fu antisemita con la fine dell’Ottocento quando gli ebrei polacchi, galiziani, ucraini e bielorussi cominciarono ad attraversare l’Atlantico in grande numero. Fu anti-italiano quando i migranti provenienti dall’Europa meridionale erano spesso accusati di portare con sé i germi della camorra, dell’anarchia e del papismo, il potere temporale della Chiesa di Roma. Dopo la fine della Grande guerra, mentre gli isolazionisti impedivano al governo degli Stati Uniti di firmare i trattati di Versailles, i nativisti ottennero nel 1921 una legge che fissava temporaneamente a poco più di alcune centinai di migliaia il numero dei migranti provenienti soprattutto dall’Europa. Vi furono resistenze nei settori economici della società americana che avevano bisogno di forza lavoro. Ma la legge straordinaria del 1921 divenne l’Immigration Act del 1924 e la quota fu ridotta a 150mila persone, distribuite fra i Paesi d’emigrazione, secondo criteri che avrebbero dovuto conservare, per quanto possibile, gli equilibri etnici della società americana, con il predominio certo della componente protestante, di origine anglosassone e bianca.

Di sicuro la globalizzazione ha avuto l’effetto di rivelare l’anacronismo di quei criteri. Ma ha anche risollecitato tutti i vecchi pregiudizi del nativismo americano. La cui ossessione rimane il sogno dell’isolazionismo, una sorta di autosufficienza dell’America di fronte al resto del mondo. In questo calderone, il tracciato antiliberale rivela il rifiuto della condivisione sia di un’idea di uomo emancipato, tale poiché non parte di una comunità di stirpe e destino ma in quanto soggetto della modernità, capace quindi di autodeterminarsi, sia l’avversione contro l’interculturalità (dichiarata ideologia della colonizzazione da parte dei gruppi etnici inferiori e spesso bollata come una forma di «marxismo culturale») spesso abbinata al secco rifiuto di ogni forma di femminismo e al rigetto del cosiddetto «politicamente corretto». Che tutto ciò si attenui, o addirittura possa concludersi, con la fine della presidenza di Donald Trump, è quanto di più ingenuo venga pensato. Il radicalismo, d’altro canto, si alimenta della crisi non solo della politica ma anche delle democrazie sociali e liberali. Ha quindi un grande orizzonte dinanzi a sé. Che piaccia o meno.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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