Cultura
Il premierato israeliano, storia e ragioni di una crisi

Da Ben Gurion a oggi, ascesa e caduta di chi ha fatto la storia di Israele. Le ragioni di una crisi politica e la fotografia di una società in cambiamento

La centralità del premierato nello Stato d’Israele deriva dalla sua preminente capacità d’indirizzo politico, così come dalle situazioni di perdurante eccezionalità che si è trovato a dovere affrontare nel corso dei settant’anni di esistenza delle istituzioni pubbliche. Come tale, le sue radici, non solo storiche ma anche istituzionali, riposano nella lunga esperienza dell’Yishuv, l’insediamento pionieristico sionista che dagli anni Ottanta del XIX secolo andò strutturandosi nella Palestina ottomana prima e poi in quella mandataria.

Capo di governo e capo di Stato

Il fuoco della ragione d’esistenza della premiership, al netto del fatto che tutti i moderni sistemi politico-istituzionali presuppongono l’incontrovertibile distinzione tra capo di governo e capo di Stato, rimane correlato a due funzioni specifiche: a livello interno, deve costantemente indirizzare l’evoluzione della società ebraica (e dal 1948 israeliana) identificando, promuovendo, diffondendo strumenti e risorse per ridisegnarne la composizione; Israele, infatti, è una comunità nazionale che per tutta la sua esistenza si è dovuta confrontare con repentini cambiamenti interni, in un processo di espansione (tanto quantitativa quanto qualitativa) che ha ripetutamente mutato la sua costituzione non solo demografica e sociale ma anche culturale. Si può quasi sostenere che i cambi di leadership siano corrisposti alle faglie di mutamento che su questo piano, composito e complesso, si sono verificate nel corso del tempo. La seconda funzione, quella maggiormente considerata dagli osservatori esterni al Paese, riguarda il livello di rischio rispetto alla sopravvivenza in un habitat politico regionale ostile – o comunque scarsamente cooperativo – con una democrazia sociale e liberale. La quale, per il fatto stesso di esistere, era e rimane un modello oppositivo rispetto alle autocrazie e ai regimi illiberali dell’area.

L’unica democrazia

La questione più volte richiamata dell’«unica democrazia in Medio Oriente», al di là degli usi politici che di essa si è fatto nel corso del tempo, rimanda proprio all’oggettiva difficoltà di continuare ad alimentare gli istituti del pluralismo politico in un contesto che ne è altrimenti del tutto alieno. Il medesimo rifiuto arabo, nel 1947, è ascrivibile non solo alla natura “ebraica” dello Stato a venire ma anche e soprattutto alla sua connotazione democratica. Non era probabilmente estranea la considerazione di fondo che l’insediamento e la stabilizzazione di un sistema politico informato a quei principi, e alla prassi dell’alternanza tra rappresentanze di interessi e coalizioni differenti, potesse costituire – in prospettiva – un elemento di rischio per la continuità dei sistemi e dei circuiti paternalistico-autoritari di cui a tutt’oggi buona parte della regione mediorientale è costellata. Anche per questo insieme di ragioni, squisitamente politiche, gli stili di governo che si sono succeduti in Israele dal 1948 ad oggi sono stati connotati da uno spiccato personalismo.

Ben Gurion

Così come la figura del capo dello Stato è invece rimasta perlopiù sullo sfondo, svolgendo la sua funzione di garante dell’unità nazionale, di cui invece i Premier rimangono i primi facitori, essendo affidato a questi ultimi l’impegno di dare effettiva coesione al Paese. Da David Ben Gurion a Benjamin Netanyahu è stato quindi sempre così, in un gioco di non facili equilibri, come avviene nelle democrazie, dove vi è il rischio costante di una qualche sovrapposizione e contrapposizione tra poteri non solo divisi, e quindi distinti, ma a volte in netta competizione tra di loro. Tra i fattori che determinarono il declino del premierato di Ben Gurion (durato quasi ininterrottamente dal 1948 al 1963), riconosciuto come il padre della nazione, in un classico meccanismo di oscuramento di altre figure preminenti – quando la collegialità dei momenti di emergenza viene sostituita dal consolidamento istituzionale seguente alla fine di una fase di conflitto guerreggiato – vi fu per l’appunto il mutamento di quadro che si era andato determinando con la conclusione del lungo periodo di consolidamento dell’Indipendenza. Come spesso capita in queste situazioni, ciò che nelle condizioni di eccezionalità è inteso come insieme di virtù (carismaticità, decisionismo, capacità di aggregazione come anche di subordinazione di soggetti terzi, controllo sistematico dei dati fondamentali, visione strategica degli obiettivi da raggiungere e così via) in scenari meno spasmodici diventa a volte un limite. Vanno considerati anche altri fattori, non secondari: qualsiasi democrazia mal tollera la reiterazione di mandati troppo prolungati, in quanto la carica personale che essi portano con sé rischia di frizionare con i ruoli e le funzioni degli altri poteri. Inoltre, Ben Gurion, proprio perché fortemente legato al circuito di istituzioni dell’Yishuv prima e dell’Israele negli anni della sua edificazione, con la prima metà degli anni Sessanta iniziò a scontare una vera e propria crisi di inadeguatezza. Non solo politica ma anche umana. L’evoluzione del Paese, ancora sottoposto ai rigidi rigori dettati dalle complesse fasi di consolidamento, tuttavia iniziava ad aprirsi a prospettive nuove, diverse da quelle conosciute negli anni Quaranta e Cinquanta. Sul piano regionale, la decadenza definitiva della residua presenza franco-britannica era segnata dal processo di progressiva sostituzione da parte degli Stati Uniti come partner privilegiato. Benché Ben Gurion potesse vantare rapporti consolidati, tuttavia non era più l’uomo sul quale la leadership di Washington intedesse giocare tutte le sue carte. Non di meno, le tumultuose dialettiche interne al suo partito, il Mapai, erano sempre più spesso contrassegnate dalla volontà di spingere alla progressiva emarginazione un “capo” tanto importante quanto, a modo suo, troppo ingombrante. Si trattava di consumare una sorta di parricidio. L’etica spartana e lo spirito quasi capriccioso dell’inquilino di Sde Boker (il kibbutz nel quale risiedeva, insieme alla moglie Paula), iniziavano infatti a mal conciliarsi con la crescente rischiesta di un ricambio al vertice. I lunghi echi della sfortunata (e abborracciata) vicenda dell’«affaire Lavon» (un’operazione segreta israeliana di false flag, attuata con risultati negativi in Egitto nel 1954), si protrassero fino al 1963, l’anno in cui Ben Gurion si dimise non solo dalle cariche istituzionali ma anche da quelle politiche legate al suo partito. Di lì ai dieci anni successivi, il neghittoso padre della nazione avrebbe dato vita prima ad un partito personale – il Rafi –successivamente unificato al Mapai, per poi, nel 1970, abbandonare del tutto gli impegni parlamentari.

 

Levi Eshkol

La transizione al dopo Ben Gurion, come spesso succede in questi casi, si rivelò tuttavia molto difficile. Il suo successore, Levi Eshkol, peraltro inizialmente gradito anche al Premier uscente, non poteva contare sulla carismaticità che apparteneva a quest’ultimo. Di scarse qualità oratorie – in un Paese dove la persuasione attraverso la comunicazione pubblica rimane una chiave fondamentale del proprio successo – ben presto cercò di liberarsi dalla presa residua del suo ingombrante predecessore e patrocinante. In realtà, uno dei fattori che lo distinguevano da questi era la necessità di “voltare pagina” rispetto ai due decenni precedenti, soprattutto nei confronti della destra nazionalista interna, rimasta nello scomodo ridotto dell’opposizione delegittimata (i «fascisti» dell’Herut). Come Premier diede quindi il suo assenso alla tumulazione in Israele della salma di Vladimir Zeev Jabotinsky, un atto che comportava il riconoscimento del ruolo svolto da quest’ultima nella formazione dello Stato nazionale, cosa che per Ben Gurion era invece inaccettabile. Non di meno, Levi Eshkol dovette confrontarsi con la crescente tendenza alla frammentazione della sinistra israeliana, arrivando a costituire un cartello elettorale, il Maarakh, che vedeva la partecipazione del Mapam, tradizionale concorrente di sinistra del Mapai. All’interno di questa intelaiatura, cercò di consolidare gli altrimenti problematici rapporti con l’Unione Sovietica e con la Germania, due dossier tra di loro diversi ma che erano elementi che congiuravano congiuntamente nel senso dell’isolamento d’Israele. Nel caso dell’Urss del disgelo, e degli anni successivi, la questione era quella di temperare le spinte pro-arabe; con i tedeschi si trattava, così come poi avvenne, di arrivare alla normalizzazione diplomatica. In realtà, il punto di svolta forse più interessante – che segna anche la maggiore discontinuità rispetto a Ben Gurion – fu l’avvio di un processo economico volto ad incententivare, sia pure ancora molto timidamente, lo sviluppo di un’economia di mercato pienamente autonoma rispetto a quella pesantemente assistita dallo Stato. In quegli anni, gli alti tassi di inflazione, la crescita del debito pubblico, la debolezza cronica della moneta nazionale, il perenne saldo negativo della bilancia dei pagamenti ma anche l’irrisolta disoccupazione erano questioni che non potevano più essere affrontate con le dottrine di cui la sinistra socialdemocratica era invece tradizionale depositaria. Anche se il periodo che si era inaugurato con il 1948, e che sarebbe durato fino alla crisi petrolifera generata dalla reazione araba alla sconfitta nella guerra di Yom Kippur del 1973, viene comunque ricordato come un’epoca di forte espansione economica del giovane Stato, pur con tutti i problemi strutturali persistenti (mancanza di materie prime, peso delle immigrazioni e costo dei loro processi di integrazione nel tessuto nazionale, scarsità di risorse auree e così via). La fragilità di Levi Eshkol si misurò concretamente con l’approssimarsi della Guerra dei sei giorni del 1967, quando le deleghe del dicastero per la Difesa, che facevano capo al Premier, su pressione della coalizione di governo e dell’opinione pubblica furono conferite all’ambizioso Moshe Dayan, già capo di stato maggiore delle forze armate israeliane e uomo ancora legato a Ben Gurion. Il governo di unità nazionale che venne quindi varato con la presenza (sia pure perlopiù simbolica) della destra nazionalista, se da un lato fu un fattore decisivo di coesione, portando alla clamorosa vittoria nel conflitto arabo-israeliano di quell’anno, segnò anche l’intrinseca fragilità del capo del governo. Il Paese era ora proiettato su uno scenario geopolitico completamente inedito, essendosi assicurato una profondità strategica – derivantegli dal controllo di uno spazio enorme – fino ad allora inimmaginabile. Ma la gestione (e il dividendo) della pace richiedeva una premiership ancora più forte di quanto non fosse avvenuto negli anni precedenti. Levi Eshkol, considerato da una parte dei suoi stessi compagni di coalizione come inadatto ad operare in tale senso, non riuscirà comunque ad esaurire il suo mandato, morendo prematuramente nel 1969, ancora in carica.

 

Golda Meir

Il successivo dicastero, quello di Golda Meir («l’unico vero uomo in Israele», come dicevano con ammirazione e sarcasmo i suoi connazionali), fu segnato dal succedersi di crisi a ripetizione. Tra di esse, oltre al massacro delle delegazione degli atleti israeliani a Monaco nel 1972, la successiva guerra dello Yom Kippur. La Meir, che aveva cercato di mantenere una significativa linearità con il suo predecessore, anche per marcare a sua volta la discontinuità rispetto alla ancora ingombrante presenza di Ben Gurion nella scena politica nazionale, benché fosse stimata dai suoi compagni di partito e di coalizione, e godesse inoltre di un buon credito tra gli israeliani, nel 1974 si dimissionò di sua volontà, ritenendosi non in grado di gestire la persistente tensione politica che si era innescata dopo il conflitto dell’anno precedente. Per i laburisti la scelta fatta dalla loro leader costituva una gatta da pelare non da poco, non avendo figure alternative di pari carisma che la potessero sostituire.

I governi di coalizione

La nomina al suo posto di Yitzhak Rabin, già ambasciatore negli Stati Uniti, risultò infatti a molti indigesta. Benché anch’egli potesse esibire un blasone di condottiero militare di tutto rispetto, e fosse un «sabra», essendo nato a Gerusalemme, era contrastato apertamente dal gruppo di esponenti del laburismo israeliano che si riconosceva intorno a Shimon Peres. Se la liberazione degli ostaggi ad Entebbe nel 1976 accrebbe la credibilità di Rabin agli occhi degli israeliani, le vicende legate alla sua famiglia, ed in particolare alla moglie Leah, vera e propria figura carismatica, considerata in grado di condizionare le scelte del Premier, furono la buccia di banana sulla quale quest’ultimo scivolò. Per una questione legata alla proprietà di un conto corrente bancario negli Stati Uniti, in violazione delle rigide leggi valutarie israeliane, Rabin fu costretto infatti a dimettersi. In realtà nel 1977, quando tutto ciò si stava consumando come un vero e proprio regolamento di conti dentro il laburismo israeliano, la forza emergente della destra, nel mentre compattatasi nel partito Likud, stava oramai emergendo definitivamente. Alle elezioni di quell’anno, infatti, il candidato di sinistra Shimon Peres fu sconfitto dallo sfidante Menachem Begin. Era un sostanziale mutamento non solo di maggioranza ma anche di indirizzo politico. Begin rappresentava molte cose ma anche e soprattutto la rivalsa di quella Israele, spesso sefardita, che aveva votato per i nazionalisti in opposizione all’egemonia laburista, quest’ultima identificata anche e soprattutto con la preminenza di gruppi di potere strettamente legati alla radice aschenazita del nucleo originario dei padri fondatori dello Stato. Di fatto, le elezioni del 1977 tagliano in due la storia politica del Paese. Sono un evento periodizzante. Da quel momento, infatti, si sarebbero succeduti governi di destra (o di centro-destra) a governi di sinistra (di centro sinistra, se si preferisce) con la prevalenza tuttavia dei primi. In entrambi i casi, come ancor più nei governi di unità nazionale, si sarebbe trattato sempre e comunque di governi di coalizione, spesso sottoposti alle pressioni ricattatorie dei partner di minoranza.

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Grandi mutamenti

Con gli anni Ottanta il transito dal conflitto arabo-israeliano al confronto con i palestinesi diventava peraltro uno dei fattori di maggiore incidenza nella formulazione delle agende politiche degli esecutivi. Aspetto che sarebbe durato almeno fino alla seconda Intifadah (avviatasi nel 2000), quando gli ultimi spiragli negoziali invece si chiusero definitivamente. Ancora una volta, tuttavia, ad avere un forte riflesso, abbondantemente generalizzato, rimanevano le dinamiche di contesto, solo in parte riconducibili ai Primi ministri succedutisi nel mentre (Menachem Begin, Yitzhak Shamir, ancora Rabin, Shimon Peres, Ehud Barak, Ariel Sharon, più volte Netanyahu), così come alle loro coalizioni. Poiché i primi, al pari delle seconde, si sono dovuti confrontare con il mutamento che Israele – con una velocizzazione sempre più intensa a fare dagli anni Ottanta – ha conosciuto su alcuni specifici piani: quello demografico, con una crescita significativa della popolazione, fino agli oltre otto milioni attuali; quello dei sistemi di Welfare, con una rinegoziazione e quindi una secca riduzione dell’intervento pubblico; quello tecnologico, con lo sviluppo dell’high tech; quello finanziario, con la levitante rilevanza del Paese nei flussi di capitale globalizzato; quello della composizione interna, con le trasformazioni della composizione della società, laddove alle tradizionali faglie di conflitto si sono sovrapposte e sostituite nuove identità; quella geopolitica, con i rivolgimenti che hanno coinvolto il Medio Oriente. L’incidenza di tali fattori di sistema sui profili, le traiettorie e i risultati delle diverse premiership è fatto non sempre agevole da identificare. Per più aspetti è, a tratti, un esercizio molto incerto nei suoi esiti.

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Stato e regimi di mercato

Tuttavia, le dinamiche politiche israeliane, e quindi quelle legate agli esecutivi, rispondono molto a logiche intrinseche, endogene, ossia intestine alle coalizioni (e quindi alle volontà politiche propriamente intese), come anche a influenze di sistema che derivano dai mutamenti più generali. Di cui la politica, e il premierato, sono più destinatari che non promotori. La contrazione delle funzioni dello Stato, un fenomeno che sta riguardando tutto l’Occidente e i paesi a sviluppo avanzato, a favore dei regimi di mercato, è un elemento non trascurabile in questo ragionamento, riducendo la base di risorse sulla quale la classe politica può confidare per rigenerare consenso. Le vicende dell’ultima legislatura israeliana, quella sanzionata dal voto delle urne del 9 aprile scorso, e velocemente abortita, indicano l’enorme difficoltà per un candidato Premier nel dotarsi di una solida maggioranza parlamentare.

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Non di meno, sono il segno di una strutturale fragilità dei sistemi politici rappresentativi, a Gerusalemme come altrove, rispetto alle domande provenienti da un elettorato sempre più disincantato ma anche disorientato dai cambiamenti che stanno investendo l’intera vita associata.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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