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Cultura
Il traduttore? Un funambolo nella terra del “quasi”

Intervista a Katia Bagnoli in occasione della sua traduzione de “Il Mago di Lublino” di Isaac B. Singer per Adelphi

Il Mago di Lublino, capolavoro di Isaac Bashevis Singer, è tornato in libreria in una nuova traduzione per la casa editrice Adelphi. Torna dopo la pubblicazione di un inedito, Il ciarlatano, per permettere ai lettori di continuare il viaggio nel mondo di questo autore, entrare e usicre dagli Stati Uniti così come dagli Shtetl, dall’inglese e dall’yiddish. Abbiamo incontrato la traduttrice, Katia Bagnoli, una super esperta in materia, ma per la prima volta alle prese con un testo di Singer (di Isaac B. Singer). Abbiamo parlato di questo autore, ma soprattutto del lavoro del traduttore, un mago, anch’egli, che si pone nel luogo della perfetta imperfezione.

Cosa significa tradurre Singer e in particolare Il Mago di Lublino?
Tradurre Isaac B. Singer, in questo caso Il Mago di Lublino, ha significato per me provare a restituire un po’ di quel mondo incantato della comunità yiddish che viveva negli shtetl dell’Europa orientale. Dalla versione originale inglese l’atmosfera di campagna e città, gli umori del tempo, la caratterizzazione dei diversi personaggi femminili, i riti, le sinagoghe con le loro sale di studio, mi arrivavano forti e chiari e sentivo intensamente il desiderio di fare una traduzione italiana che, per esempio, non avesse paura di costellare il testo di termini yiddish.
Yasha, il Kunstnmakher del titolo, pratica la sua arte di illusionista e acrobata nella Polonia colonia zarista di prima della Grande Guerra. È un personaggio molto complesso, radicato nella comunità e al tempo stesso ansioso di allontanarsene, un libertino che batte inquieto le strade sotto il sole e la pioggia, seduto a cassetta del suo carro trainato dalle giumente Polvere e Cenere, alla ricerca di quel che gli sfugge, cioè tutto: le origini, l’amore, il successo, il denaro; e che attraverso un tortuoso e dolorosissimo percorso di rinuncia e di ascesi estreme torna alla fede dei padri. Ma anche lì, nella cella dove da anni vive segregato, il mondo non mancherà di raggiungerlo con le sue tentazioni…

Se non sbaglio questo è il primo dei romanzi di Singer che traduce. Come ci si rapporta a un nuovo autore?
Il Mago di Lublino è il primo libro di Singer che ho tradotto. Però lo avevo letto, naturalmente, ed era uno dei miei preferiti tra i suoi romanzi. Per questo, quando mi è stata data la possibilità di scegliere, non ho avuto bisogno di pensarci su troppo.
E quindi non ho considerato Singer un autore “nuovo”, poiché ne conoscevo già buona parte dell’opera. Cosa ancora più importante, sapevo che a differenza del protagonista, che si esibisce nelle sue acrobazie senza alcuna rete, io avevo la sicurezza di poter contare ciecamente su Elisabetta Zevi, curatrice delle opere di Singer per Adelphi, di potermi appoggiare alla sua profonda conoscenza dell’autore e al suo accesso alla versione yiddish del testo, se qualche volta l’inglese mi creava un senso di incertezza rischiando di farmi perdere l’equilibrio.
Sa com’è, la sinonimia secca non esiste…
Quando invece mi avvicino per la prima volta a un autore che non conosco, leggo anche gli altri suoi libri, tutti o in parte, dipende, perché la necessità di conoscerlo meglio è ineludibile.

Qual è il lavoro del traduttore, secondo lei?
Noi tutti, continuamente, traduciamo. Quando vogliamo farci capire, o spieghiamo qualcosa a qualcuno, per esempio, quando diamo la definizione di un’idea e anche soltanto di una parola, pur rimanendo all’interno dello stesso sistema linguistico. Perciò possiamo dire, secondo me, che tradurre è per ognuno di noi un atto naturale come respirare, camminare, parlare.
La traduzione è una disciplina antica, ed è parte integrante della vita umana da sempre. Posso dirle qual è il compito che io mi do, come traduttrice, di fronte a un testo: prima di tutto non posso dimenticare che il mio lavoro sta in quel “quasi” di cui Umberto Eco ha scritto con perfetta puntualità in “Dire quasi la stessa cosa”. Nel comprendere e disambiguare, contestualizzare, negoziare, so che qualcosa dell’originale perderò, qualcosa restituirò fedelmente, qualcosa compenserò. Nel “quasi” si annidano i pericoli e anche le ebbrezze di chi traduce.
Come traduttrice dall’inglese in particolare evito come la peste gli anglicismi penosi, innanzitutto, che sfortunatamente accade di trovare, ritradotti, in testi narrativi di autori italiani, formatisi per lo più sulla letteratura americana, appunto, tradotta.

Quanto di personale entra nel passaggio da una lingua all’altra, pensando al detto tradurre-tradire?
Ma tradurre e tradire non hanno neppure un’etimologia che li apparenti. E un astratto principio di letteralità otterrebbe risultati devastanti! Non c’è bisogno che le faccia degli esempi…
Il traduttore trasporta, trasferisce un testo da un sistema linguistico e da una cultura a un altro sistema linguistico e a un’altra cultura. Nel caso di Singer potremmo dire che ri-trasferisce, poiché l’autore lo ha già trasferito dall’yiddish, con l’assistenza di numerosi collaboratori, all’inglese. Lui stesso ci dice, nella prefazione a una raccolta di racconti, di “poter affermare senza tema di esagerare, che l’inglese è diventata la mia ‘seconda’ lingua, che “durante la fase di traduzione intervengo molto sul testo” e che “tutte le edizioni delle mie opere, racconti e romanzi, sono state fatte partendo dalla versione inglese”. Dichiara nientemeno di essere “stato traduttore per tutta la sua vita adulta”.
C’è dunque moltissimo di personale nel farsi interprete, e quindi veicolo che traspone, o trasporta, un testo, da lì a qui. Non potrebbe essere diversamente. Mi metto al servizio del pensiero, dell’immaginazione di un autore, mi metto in ascolto, un ascolto totale ma tutt’altro che passivo, anzi molto dinamico, direi, perché anch’io devo immaginare.

Come procede nella pratica del suo lavoro?
Lei mi chiede come procedo nel lavoro di traduzione di un libro e usa giustamente il termine pratica. Perché è proprio questo che faccio, pratico con regolarità quotidiana, alcune ore al giorno per mesi, l’ascolto e la ricerca della trasformazione nella lingua italiana di arrivo. Spengo eventuali voci di altri autori, ovvero non riesco a leggere altri, e arrivo in fondo a una – una sola – stesura che per me è definitiva. Per il momento. In genere poi passa qualche tempo prima che il libro mi ritorni in bozze rivisto da un editor. Di fronte alle osservazioni e agli interventi di chi ha rivisto la traduzione sono chiamata a tornare a riflettere, a congetturare… In questo caso il lavoro di revisione fatto da Elisabetta Zevi è stato specialmente utile e prezioso perché se nell’interpretare, il traduttore, o perlomeno questa traduttrice, corre il rischio di eccedere per ansia di chiarire – non può certo lasciare in sospeso un passaggio magari poco chiaro, per esempio – lei è stata sempre pronta a… riportarmi alla nitida semplicità della scrittura di questo bellissimo romanzo del Ritorno!

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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