Cultura
Indipendenza, essenza, forza. Indagine intorno all’identità

Un ragionamento a partire dalle parole formate dalla radice ebraica ain-zain-mem

Nella foto riprodotta, scattata da Raviv F. e tra le prime tre premiate al concorso fotografico “iadut ahshav” di Bar Ilan, emerge – senza, per così dire, clamore, in modo sobrio – il contrasto tra gli edifici di Auschwitz e le tre bandiere di Israele, riportate a centro immagine. Tra i resti della fabbrica dello sterminio, da una parte, e il segno di vita e
indipendenza, dall’altra. La scelta di questa fotografia segnala il ruolo della shoah nell’identità ebraica contemporanea – da cui il titolo della mostra-concorso iadut ahshav.
Ruolo che non dovrebbe inficiare la distinzione, sul piano storico nonché – e più strutturalmente – su quello concettuale, tra Stato di Israele, movimento sionista,e l’ebraismo tutto, rispetto alle persecuzioni. Come sovente si ricorda, lo stato di Israele non è nato come ‘compensazione’ alla Shoah, o suo esito, bensì, casomai, nonostante lo
sterminio. Poste tali precisazioni è evidente che la Shoah si è iscritta, necessariamente, come parte dell’identità, della coscienza individuale e collettiva di Israele, popolo e Stato.
Ma cosa significa questo? Cosa significa, per così dire, concretamente e cosa implica, di converso, da un punto di vista concettuale? Se assumere la memoria della Shoah come parte della propria coscienza può coinvolgere, trasversalmente, l’intero popolo ebraico, ha tuttavia declinazioni differenti. Non solo. Nell’affrontare tale aspetto si è a nostro giudizio chiamati a interrogare il senso della nozione di ‘identità’ alla luce del rapporto tra le polarità di ‘essere’ e ‘dovere’.
Una sola radice si offre a filo conduttore di tale riflessione: è quella composta da ain, zain e mem, da cui viene il sostantivo di azmaut, indipendenza, così come uno dei termini per indicare ‘essenza’. Radice che ha segnato le battute finali del discorso tenuto da Benyamin Nethanyahu alla cerimonia per il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau al Memoriale della Shoah Yad Vashem, lo scorso 23 Gennaio.
Nethanyahu, dopo aver aperto il suo intervento con riferimento al contrasto tra morte e vita – tra Aushwitz e Geusalemme –, ha concluso ripercorrendo i termini di tale contrapposizione così mettendo in evidenza come il popolo ebraico sia passato – usando la cruda espressione di Ezechiele 37 1-2 – da una “valle di ossa” (baka’at azamot), all’indipendenza – azmaut – e da questa alla potenza – ozmà, tutte declinazioni della radice ain, zain, mem. Forza militare, anzitutto, necessaria a garantire, non fosse che per deterrenza, la sicurezza fronte alle diverse minacce, in primis quella iraniana. Il punto è chiaro, ed è stato reso da Nethanyahu in altri passaggi del discorso (questa volta in inglese, quasi a sottolineare il destinatario esterno): la lezione tratta dalla Shoah è per Israele, popolo e Stato, quella di essere in grado di difendersi autonomamente, forza militare atta ad evitare il ripetersi dello sterminio. Di nuovo in ebraico: indipendenza e forza, azmaut e ozmà. Si è dunque indipendenti, noteremo, nella misura in cui si ha la forza di esserlo – più radicalmente, di essere.

Il legame tra essere e foza è, così, ineludibile. Azmaut e ozmà, in effetti, riconducono, risalendo alla loro radice, a ‘essenza’ (ezem) – da quella materiale, da cui il sostantivo di osso, a quella variamente figurata, da cui il termine shem’ezem per ‘nome proprio’. Tuttavia la memoria della Shoah, nel suo iscriversi nella coscienza di Israele – nel suo
essere –, agisce anche in altra direzione, non necessariamente antitetica a quella menzionata. La cronaca politica israeliana, nuovamente, lo segnala. Di recente un esponente di Kahohl lavan, appartenente alla seconda generazione di sopravvissuti ai campi, ha dichiarato di “sentire un forte, viscerale dolore” allorché qualcuno gli parla di “trasferimenti” di popolazione – il riferimento era a un possibile trasferimento di attuali cittadini arabi di Israele in un futuro Stato palestinese a seguito del piano di Trump. Necessità, divenuta fisica – dunque, essenziale, parte del nostro essere (della nostra sostanza, ezem) – davanti all’idea che quei cittadini divengano cittadini di serie b; soggetti, in quanto collettività, a differente stauto giuridico, presupposto legale a possibili, e via via più radicali, forme di vulnerabilità, di sottrazione da parte della legge di diritti soggettivi.

Anche qui, potremmo dire, la memoria diviene parte costitutiva del nostro essere – sostanza, ezem – e si riverbera in una certa idea di indipendenza – azmaut –, tale per cui stato ebraico e democrazia
formano un’unità indissociabile. Nonostante le differenze, in ambedue le declinazioni la memoria dell’offesa inflitta si riverbera nel nostro modo di definirci – dunque di essere nella nostra indipendenza. Indipendenti, ma obbligati a fare i conti con un evento non scelto.

La memoria della shoah è dunque ferita che si iscrive nell’essere, sostanza, di Israele. Sostanza, essenza, che se è imparentata, come vuole la radice, con l’idea di potenza, con la datità bruta della materia, si trova ora a fare i conti con la consapevolezza della vulnerabilità. Ricordandoci il dovere a garantire la sicurezza, da una parte, e iscrivendo all’interno del nostro essere, individuale e collettivo, il dovere sentito visceralmente al rispetto di ogni singolo individuo. Che la propria identità, il proprio essere, arrechi con sé tali implicazioni non è, dunque, neutro dal punto di vista concettuale restitutendo, in forme differenti, la tensione tra ‘dovere’ ed ‘essere’. Aspetto forse riscontrabile in alcune fonti della Tradizione: la necessità fisica dell’autotutela, il dovere all’essere – l’essere Israel in Eretz Israel – e l’essere come presupposto al dovere: espresso nelle mizvot, certamente, e più ampiamente, e su questa base, nel rispetto verso le figure della vulnerabilità: straniero, orfano, vedova e povero. Più radicalmente è possibile cogliere in filigrana alle riflessioni mosse l’oscillazione – che trova espressione in alcune delle princiapli opere di Levinas – tra un’idea di dovere che si pone a partire e sulla base della propria incolumità e soddisfazione materiale, indipendenza e forza diremo qui, e una nozione di dovere, “obligation”, anteriore il costituirsi stesso di qualcosa come il soggetto, singolo uomo o umanità nella forma di Israele.

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen è laureato in Ermeneutica filosofica e Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano, dove  tra il 2016 e il 2018 ha collaborato con le cattedre di Paolo Di Lucia (Filosofia del diritto) e Anna Linda Callow (lingue e letteratura ebraica). Ha studiato un semestre all’Université Jean Moulin III di Lione e frequentato i corsi della Rothberg International School (Premio Guidetti 2018). Attualmente è dottorando a Bar Ilan.


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