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Cultura
Ismaele, il figlio negletto ma non dimenticato di Abramo

Chi è l’Ismaele della tradizione rabbinica e come i testi omiletici della tarda antichità e del primo medioevo raccolti nei corpora di midrashim descrivono il figlio di Abramo e della schiava Hagar

Call me Ishmael, chiamatemi Ismaele, scrive Herman Melville in uno degli incipit più celebri della letteratura di ogni tempo. Per Melville, imbevuto di cultura biblica e in particolare veterotestamentaria, la voce di Ismaele è quella del ripudiato dall’umanità e del sopravvissuto, di colui che sfida la sorte, vede il volto bianco della morte e si salva in un complesso intreccio di simboli. Ma chi è l’Ismaele della tradizione rabbinica? In altre parole, come i testi omiletici della tarda antichità e del primo medioevo raccolti nei corpora di midrashim descrivono il figlio di Abramo e della schiava Hagar?

Nella tradizione ebraica Ismaele è il figlio negletto, il primo di Abramo ma anche quello a cui non spetterà la primogenitura, cioè il compito di trasmettere alla generazione successiva il patto, ruolo che invece toccherà al “figlio della vecchiaia” Isacco. Prima di addentrarci nella selva lussureggiante del midrash proviamo a mettere a confronto la figura di Ismaele con quella dell’altro grande dimenticato, Esaù figlio di Isacco e Rebecca e gemello di Giacobbe. La tradizione su Esaù è sostanzialmente unanime nell’indicare il malvagio che non esita di fronte a nulla pur di ostacolare il fratello e la sua discendenza, cioè il popolo di Israele. Non a caso Esaù viene considerato l’antenato di Amalek, di Haman e poi dell’impero romano e dell’Europa cristiana.

Esaù comincia la lotta con Giacobbe-Israele addirittura prima della nascita, nell’utero materno, riporta Bereshit Rabbà. Per la tradizione rabbinica Esaù è odioso, stupido, violento, idolatra e infido. La valutazione nei suoi confronti è di netta condanna. Su Ismaele invece il giudizio è molto più sfumato. Il Midrash Hagadol Sefer Bereshit ci aiuta a capire questa differenza. Esaù, racconta il midrash, desidera la morte del fratello e del padre e cerca di convincere Ismaele a partecipare alle sue trame. “Come tuo padre Abramo ha dato tutto ciò che possedeva a tuo fratello Isacco, lasciando te a mani vuote, così il mio intende agire con me”, gli dice, “uccidi dunque tuo fratello e io farò lo stesso con il mio, così ci spartiremo il mondo intero”. Ma Ismaele rifiuta, anche se non senza ambiguità: “Perché vorresti che trucidassi io mio fratello? Potresti farlo tu”. Esaù replica che è già successo che il fratello uccidesse il fratello – Caino assassinò Abele – ma non è ancora successo che un figlio uccidesse il padre. Non bisogna però pensare che Esaù si fermi di fronte all’idea del parricidio, continua il racconto. Al contrario, suo obiettivo è, dopo l’assassinio di Isacco e Giacobbe, eliminare anche Ismaele per rimanere unico erede dell’intera tribù. Ismaele però nega a Esaù collaborazione nei suoi piani criminali. Lo fa perché li detesta oppure se ne lava le mani? Oppure non si fida – non a torto – del violento nipote? Il midrash in ogni caso poco dopo fa morire di Ismaele. È sufficiente per toglierci dall’imbarazzo?

La Torà descrive prima la disponibilità di Sara, che a motivo della propria sterilità convince Abramo ad avere un figlio dalla schiava Hagar, poi il suo odio per invidia contro la stessa Hagar quando rimane incinta. Sara tormenta Hagar, che fugge ma incontra uno o più angeli – cinque secondo rabbi Hamà ben Haninà, quattro secondo i maestri – che la invitano a tornare da Abramo, aggiungendo che avrebbe presto generato un figlio dal nome di Ismaele. Nota rabbi Yitzhak in Bereshit Rabbà che Ismaele, come Isacco, Salomone e Giosia, riceve il nome direttamente da Dio prima ancora della nascita. Altre fonti aggiungono all’elenco Mosè e il Messia. Non sembra una cattiva compagnia per il primo figlio di Abramo. Per il trattato Avot di rabbi Natan viene lasciato a Ismaele l’onere e l’onore di preparare le pietanze di carne offerte ai tre angeli che giungono da Abramo a Mamre (quando annunceranno la nascita di un figlio a Sara). Il motivo? Educarlo, quando ha ormai tredici anni, all’osservanza delle mitzvot. Sembra di essere lontani da un giudizio negativo.

Le cose non sono però sempre così semplici, perché altri testi insistono sull’odio di Ismaele per il fratello minore Isacco. I litigi sorgono per la questione della primogenitura, con Sara che esercita ancora un ruolo decisivo. Durante il pranzo per il bar mitzvà di Ismaele, dice il testo biblico, “Sara vide che il figlio dell’egiziana Hagar rideva”. Numerosi midrashim si interrogano sul significato di questo riso, fenomeno peraltro con cui Sara ha una relazione particolare.

Per rabbi Shimon bar Yochai è riso di lode mentre per rabbi Akivà è riso di lussuria perché Ismaele seduceva senza ritegno le donne sposate, disonorandole; per rabbi Ishmael esprime idolatria perché Ismaele costruiva altari su cui offriva in sacrificio le locuste che cacciava (scimmiottando gli adulti oppure perché troppo giovane per offrire animali più grandi); per rabbi Moshè il galileo e rabbi Levì, riportato da rabbi Azarià, indica lo spargimento di sangue perché Ismaele era abile con arco e frecce, aveva attirato Isacco nei campi e lì prendeva di mira Isacco con i dardi facendo finta di scherzare. Per un altro midrash Ismaele deride Isacco, vantandosi di essersi sottoposto alla circoncisione a tredici anni obbedendo senza paura al comando divino, mentre Isacco è stato circonciso quando aveva solo otto giorni. Isacco replica di essere pronto a sacrificare a Dio non solo a un brandello di carne ma tutto se stesso, prefigurando l’episodio della legatura al monte Morià. A proposito di circoncisione dobbiamo tornare al confronto tra Ismaele e Esaù, perché un racconto riporta che alla nascita Esaù era talmente paonazzo che il padre Isacco, non volendo comprometterne la salute, decise di rimandare la circoncisione quando il bambino avrebbe avuto tredici anni, la stessa età alla quale Ismaele aveva ricevuto il segno del patto. Al contrario dello zio però Esaù, arrivato a quell’età, rifiutò di sottoporsi all’operazione. Secondo una versione differente, Esaù sarebbe stato circonciso all’ottavo giorno dalla nascita, ma più tardi si sottopose a una seconda operazione per cancellare la circoncisione. Da qui la sua fama di incirconciso, che va compresa nel contesto della polemica anticristiana e forse anche antiromana. Risalta comunque ancora la differenza con cui la tradizione descrive Ismaele e Esaù.

Secondo i Pirkè di rabbi Eliezer la cacciata di Hagar e Ismaele è la prova più difficile a cui Abramo viene sottoposto. Si tormenta giorno e notte, lacerato dal conflitto tra l’amore per Sara, che chiede l’allontanamento della rivale, e quello per Hagar e il primo figlio, fino a quando Dio gli parla in sogno dicendogli di fare quello che dice Sara. Il mattino seguente Abramo consegna a Hagar il certificato di divorzio, le lega ai fianchi un otre come alle schiave e la allontana con suo figlio. Pane, acqua e sulle spalle il figlio – che per Bereshit Rabbà aveva all’epoca 27 anni -: ecco l’intero carico della schiava ripudiata. Ma non è tutto, perché sui due profughi Sara lancia il malocchio, e allora Ismaele viene colto istantaneamente dalla febbre. L’acqua dell’otre termina presto, spiega il midrash, perché è abitudine dei malati bere in abbondanza, allora Hagar adagia il figlio sotto un cespuglio spinoso cresciuto nel luogo dove anni prima gli angeli ne avevano annunciato la nascita e il nome. Poi invoca Dio (per rabbi Berekyà, invece, lo maledice). Anche Ismaele prega il Signore e la preghiera del malato per se stesso, chiosa il testo, è la migliore.

La salvezza, riporta Bereshit Rabbà, giunge infatti per la preghiera di lui, per i meriti di Abramo e perché Hagar “era amata perché era straniera”. Ed ecco un pozzo di acqua limpida. Gli angeli intervengono subito sdegnati al cospetto di Dio: “Signore del mondo, fai sgorgare l’acqua per colui i cui discendenti faranno morire di sete i figli di Israele?” (secondo lo stesso midrash gli ismaeliti accoglieranno secoli dopo gli esuli di Babilonia con cibi salati e botti vuote). Ma Dio ribatte: “In questo momento Ismaele è giusto o malvagio?”. “Giusto”, rispondono gli angeli. Allora il Signore conclude: “Io giudico l’uomo secondo i suoi meriti nel momento presente”. Secondo alcune fonti, mentre Ismaele prega Dio, Hagar adora idoli. Questi vengono talvolta identificati con un “mattone”, evidente riferimento al culto della kaaba alla Mecca. Come l’Europa romanocristiana discende da Esaù, i musulmani sono infatti, secondo la tradizione rabbinica, i discendenti di Ismaele. Dopo aver riempito l’orcio con l’acqua zampillante Hagar e il figlio si incamminano verso l’Egitto, terra di origine di lei. “Getta un bastone in aria e tornerà da dove viene”, commenta implacabile rabbi Yitzhak.

Ismaele cresce nel deserto diventando un abile arciere. La sua figura è quella di chi vive fuori dalla comunità in luoghi inospitali e aspri e viene temprata dall’ambiente circostante. Per rabbi Shimon ben Laqish commercia in schiavi (attività praticata dagli arabi in età tardoantica), “la sua mano sarà contro tutti e le mani di tutti saranno contro di lui”. Per sopravvivere ruba e si ciba di carogne come il cane, vagabondando e accampandosi in luoghi sempre diversi. È il ritratto di un uomo selvaggio. Il Sefer Hayashar contiene però una storia che si discosta in parte da questa immagine. Abramo, leggiamo, a un certo punto sente nostalgia per il figlio e allora monta su un cammello e va a cercarlo nel deserto. Trova le sue tende in cui risiede la moglie e i figli ma non Ismaele, uscito per andare a caccia. È mezzogiorno e Abramo, che non ha rivelato la propria identità, chiede alla donna un po’ di acqua da bere, ottenendo in cambio un rifiuto sgarbato. Nel frattempo vede la donna picchiare i figli e maledire il marito. Abramo dice alla donna di riferire a Ismaele, quando tornerà, di sostituire il picchetto che ha piantato alla sua tenda. Poi se ne va. La donna riferisce, Ismaele capisce, ripudia la moglie e ne prende un’altra. Tre anni dopo Abramo, preso nuovamente dalla nostalgia, torna nel deserto alla ricerca del figlio. Quando arriva alle sue tende la nuova moglie di Ismaele, che anche questa volta è fuori a caccia, gli viene incontro offrendogli acqua e pane. Abramo accetta quanto gli viene presentato e benedice tra sé il figlio, poi prende congedo, chiedendo di riferire a Ismaele che il picchetto della sua tenda è ottimo: non deve toglierlo. Le due mogli, secondo i Pirkè di rabbi Eliezer, si chiamano Aisha e Fatima, che sono i nomi rispettivamente della moglie e della figlia del profeta Maometto: una volta di più la tradizione intreccia le vicende di Ismaele con quelle dell’islam. Al ritorno dalla caccia Ismaele ascolta e capisce, rallegrandosi prende con sé la moglie, i figli e gli armenti e si reca dal padre nella terra di Canaan, dove rimane per molti giorni suo ospite.

Alcune fonti attribuiscono identità precisa ai due servi che accompagnano Abramo e Isacco al monte Morià. Si tratta di Eliezer, il fedele servitore di Abramo, e Ismaele. Durante il percorso Ismaele dice a Eliezer: “Dopo che mio padre avrà offerto Isacco in sacrificio al Signore, darà a me tutto ciò che possiede e io sarò suo erede, perché sono il primogenito”. Eliezer ribatte che i beni toccheranno invece a lui, che sempre gli è stato fedele, e non a Ismaele che è stato privato definitivamente dell’eredità al tempo della cacciata di Hagar. Una voce divina interviene: “Né l’uno né l’altro sarà l’erede di Abramo”. Dopo il trauma della legatura di Isacco al monte Morià Sara muore. Dio però, precisa il midrash, non lascia Abramo. Da Hagar, riaccolta in famiglia, il patriarca ha una figlia e Ismaele si pente accettando finalmente la primogenitura – cioè la supremazia – del fratello Isacco, che sarà colui con cui si perpetuerà il patto. Ismaele fa dunque quello che Esaù non farà mai, cioè ammette l’errore e, almeno in alcune versioni, cambia di conseguenza. Per rabbi Levì Abramo è beneficato in tre modi da Dio: con il controllo sulle passioni, l’abbondanza dei beni e il pentimento di Ismaele. In un’atmosfera di senilità e di mancanza – quella di Sara – ma anche di serenità domestica ritrovata, Abramo, nei suoi ultimi anni, non viene più messo alla prova.

 

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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