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Cultura
Israele tra instabilità politica e attacchi terroristici

Quattordici vittime in due settimane di attentati, lo spettro di una nuova crisi di governo e sullo sfondo la guerra tra Russia e Ucraina…

È ancora presto per dire quale sia il vero filo logico della nuova ondata di attentati che si stanno succedendo in Israele (quattro in due settimane, con quattordici vittime, nel momento in cui stiamo scrivendo), al netto delle considerazioni politiche che si impongono di prammatica in questi casi. Di certo, tra le diverse variabili in gioco, entrano in campo le tensioni interne all’universo radicale palestinese, l’incertezza che sta sopravvenendo nella politica israeliana così come la necessità di tenere in stato di ebollizione un conflitto che parrebbe altrimenti essersi adagiato su un falso status quo. Ma dalla consapevolezza di ciò trarne – da subito, per induzione –  dei significati ultimativi, francamente rischia di risultare un passo falso. Poiché nel moto pendolare del rapporto tra Israele e le comunità palestinesi, l’alternarsi di un’apparente quiete a quelle che sono fiammate di intensa violenza terroristica, è purtroppo il suggello della condizione determinata anche dalla mancanza di qualsiasi orizzonte che non sia quello dell’immobilismo attivo. È tale, per parte israeliana, il processo di consolidamento degli insediamenti in Cisgiordania; lo è, per parte palestinese, il conflitto intestino ai gruppi del radicalismo, alla continua ricerca di spazi dai quali ridisegnare la propria influenza.

La consunzione per asfissia del circuito politico palestinese, sospeso tra una gerontocrazia patrimonialista e il movimentismo criminale delle diverse fazioni fondamentaliste e jihadiste, d’altro canto costituisce la cornice di uno stato d’impotenza che da tempo paralizza qualsiasi ipotesi di ricambio nelle classi dirigenti autoctone. Tuttavia, non si può neanche dire che lo stallo politico sia all’origine del fermento islamista in atto in queste settimane, semmai a sua volta parte di un più generale processo di scomposizione del nazionalismo palestinese che da almeno una ventina d’anni si sta verificando e riproducendo con un’impressionante forza d’inerzia. In altre parole, la fiammata terroristica cova perennemente sotto le ceneri di una normalità inquieta: si manifesta soprattutto nel momento in cui qualche elemento di scenario esterno si introduce pesantemente tra gli attori in campo, inducendoli a passare ancora una volta alle vie di fatto.

Tre sono quindi gli indici ai quali fare riferimento per contestualizzare la nuova stagione di violenze, essendo tutti orientati nel senso di escludere il campo palestinese dai benefici di una costante attenzione nei suoi confronti. Il primo di essi è l’esito degli accordi di Abramo, sottoscritti nell’estate del 2020, che hanno avviato un lungo e calcolato processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, destinato comunque a rivelarsi irrevocabile. Si tratta, beninteso, di una “pace fredda”, senza troppi entusiasmi. Non è comunque implausibile che ad essi, nella loro effettiva implementazione, derivi una negoziazione quadro con il vero dominus della regione, ossia l’Arabia Saudita. Se al momento l’ipotesi è ancora altamente improbabile, è invece del tutto legittimo attendersi che dentro le dinamiche di un Medio Oriente tanto pachidermico nelle sue reazioni quanto attraversato da nuove faglie di rottura sempre più accelerate, si possano generare le condizioni per una nuova stagione negoziale. La preoccupazione per l’Iran atomico non è prerogativa solo di Gerusalemme. Così come la consapevolezza che la lunga crisi di trasformazione, che stiamo attraversando, sia connotata anche da un futuro ridimensionamento dell’importanza degli idrocarburi nella fortuna di quelle nazioni, è alla radice della ricerca di rapporti con i paesi, primo tra tutti Israele, con un decisivo know how digitale e, in prospettiva, energetico.

Tali passi, ed altri ancora, ridimensionano ancora di più ciò che residua della centralità di quanto continuiamo a definire con l’espressione novecentesca come «conflitto israelo-palestinese». Ogni attentato, oltre ad essere un tragico memento per i destinatari, è anche una sorta di appello rivolto al proprio campo, implicando l’obbligo di pronunciarsi a favore del gesto in sé. Una sorta di riallineamento che serve anche per fare la conta di aderenti (e dissidenti). Si tratta di un esercizio trito e consumato ma è elemento della politica del terrorismo, sia in questa parte del globo che nel resto del mondo. E non da oggi.

Un secondo fattore da considerare è l’incancrenirsi del conflitto russo-ucraino, che per non pochi analisti è destinato a durare nel tempo. Alla mancanza di chiarezza sugli obiettivi terminali dell’offensiva putiniana, e alla netta impressione che quella guerra non sia destinata ad essere circoscrivibile esclusivamente ai territori sui quali si sta esercitando, chiamando semmai in causa equilibri geopolitici ben più corposi, si accompagna la crescente presenza islamista, sia in campo russo che ucraino. Il serbatoio di tali compagini è la Cecenia (ed in subordine la Siria), altro buco nero che alimenta a tutt’oggi le tensioni in tutte le regioni asiatiche. Il radicalismo islamista palestinese non può permettersi il lusso di essere completamente surclassato ed emarginato dalle spinte che provengono da altre aree, tenuto conto che la sua natura territorialista (essendo insediato ed ancorato tra Gaza e il West Bank) già da tempo, ovvero da almeno un ventennio, confligge invece con le spinte movimentiste, quelle rivolte alla creazione di califfati e di sovranità extra-nazionali, che sono invece andate affermandosi in tutto il mondo islamico.

Ed è anche per questa ragione che Hamas, il Jihad islamico ed Hezbollah – le tre organizzazioni storiche della lotta armata islamista anti-israeliana – non possono non osservare con preoccupazione quanto sta maturando progressivamente, nel Sahel, ossia in quella parte d’Africa dove maggiore è la presenza del radicalismo musulmano. Il terzo fattore, infatti, richiama ad un altro scenario di quadro che è quello, del tutto destabilizzante, di una vecchia e al contempo nuova generazione di quadri militanti, insediatisi in questi paesi in rapida evoluzione socio-demografica, rispetto ai quali giocano la partita di un loro progetto egemonico. Il quale, se produrrà effetti, sarebbe destinato a riflettersi sull’intero arco delle forze islamiste e degli equilibri di potere e di ruolo ad essi interni. Per il momento, il target più importante per il terrorismo palestinese è la componente araba della società israeliana, sospesa tra il percorso di una definitiva integrazione dentro gli irrisolti processi di National building che accompagnano il Paese e la rivendicazione di un’alterità tale da mettere in discussione la lealtà stessa verso le istituzioni nazionali. Quel venti per cento della popolazione israeliana è lontana dal costituire un blocco unitario, essendo attraversata, a sua volta, da molteplici differenziazioni interne. Tuttavia, anche nelle trascorse tensioni, quelle del 2021, dovute alla lunga disputa sulla proprietà degli stabili a Sheikh Jarrah, la partecipazione di parte della popolazione di origine araba alle violente manifestazioni tenutesi in alcune città miste israeliane ha segnalato come la questione della coesistenza tra maggioranza ebraica e minoranze autoctone continui a covare il fuoco sotto la brace.

Intorno e a contorno di questo quadro problematico si è aggiunta la crisi del già fragile governo Bennett-Lapid, nato solo nel giugno dell’anno scorso. È abbondantemente risaputo come la sua genesi sia stata il prodotto di un debole compromesso tra formazioni politiche tra di loro molto distanti, di fatto sommando esponenti della destra laica, di quella nazionalista secolarizzata come di quella religiosa, di musulmani ultraconservatori, di centristi secolarizzati e della sinistra. Una sorta di abbraccio assai poco convinto, con il triplice obiettivo di garantire al Paese un esecutivo, di votare a tempo debito la legge di bilancio e, al medesimo tempo, di estromettere Benjamin Netanyahu dall’ipotesi di un sesto mandato. Ciò che ne era derivato è anche e soprattutto un processo di temporanea devitalizzazione delle distinzioni ideologiche, altrimenti assai pronunciate, a favore di un matrimonio bianco tra più coniugi, destinati, per così dire, ad occupare per turnazione il medesimo letto, quello del ruolo di governo. In tale senso si erano pronunciati non solo una parte degli elettori ma anche e soprattutto gli altri poteri, a partire da quello giudiziario (insofferente per i continui attacchi di «re Bibi») arrivando alla presidenza dello Stato.

La somma aritmetica di una maggioranza «bricolage» ha quindi prodotto una coalizione inverosimile, basata su un solo seggio in più della metà degli eletti. Il potere di reciproco ricatto ne è uscito rafforzato, in un gioco di potenziale paralisi reciproca. Il problema di fondo, per Israele, peraltro non è mai stato quello di tenere unita una maggioranza fortemente sfaccettata (tutti gli esecutivi che si sono succeduti dal 1948 di fatto si sono caratterizzati in tale senso) ma di avere un partito di riferimento, capace di esercitare una forza centripeta, e di dotarsi – per così dire – di una minaccia contro la quale raccogliere e unire, di volta in volta, le forze di coalizione. Nel caso del dicastero Bennett-Lapid, oltre allo spettro della lunga persistenza di uno stato di ingovernabilità, il bilanciamento è stato esercitato contro la presenza ombra di Netanyahu, king maker del sistema politico nazionale. La stabilità, tuttavia, è sempre stata una chimera. Anche dinanzi all’approvazione della legge di bilancio dello Stato per l’esercizio del 2021 e le promettenti ipotesi per quella dell’anno in corso, dopo più di tre anni di sostanziale latitanza.

La defezione di Idit Silman, giovane parlamentare di Yamina, il partito dello stesso Naftali Bennett (che può adesso contare su soli cinque deputati effettivi), rischia di dare seguito ad una serie di esplosioni a catena. La premiership di Bennett era peraltro già osservata con estremo malumore da alcuni componenti della sua stessa maggioranza, posta l’esiguità in origine del suo gruppo parlamentare nonché la consapevolezza che una parte dei suoi stessi elettori guarda con perplessità al governo di unità nazionale. Non di meno, Benjamin Netanyahu, maestro nella mediazione parlamentare ma anche nel lavoro di erosione degli avversari, in questi mesi non ha dismesso per nulla le sue manovre per pregiudicare i destini del governo. Lo scontro, plausibilmente pretestuoso, tra Silman e il ministro della Salute, nonché leader del Meretz, Nitzan Horowitz, riguardo all’attuazione della sentenza della Corte suprema a favore della distribuzione di pane lievitato negli ospedali ai pazienti che ne avessero fatto richiesta in occasione di Pesach, ha fatto quindi da detonatore. La deputata di Yamina, infatti, ha manifestato la sua netta opposizione, trattandosi di un’infrazione rispetto alle regole dettate dalla normativa ebraica in materia. In realtà, la gratuità di tale polemica – quanto meno da un punto di vista politico – è stata evidente da subito, posto che Horowitz ha dato una disposizione (in sé obbligata) ai funzionari del suo ministero dopo il pronunciamento della più alta magistratura che data a più di un anno fa, essendo già in vigore lo scorso Pesach (con Netanyahu in carica come premier uscente). Allora nulla era accaduta mentre adesso sembra essere crollato il mondo. I boatos dei corridoi confermano che alla deputata “ribelle” Netanyahu avrebbe garantito, nel caso di ritorno alle urne (il quinto in tre anni), il decimo posto nelle teste di lista del Likud e la “promozione” sul campo a ministro della Salute nell’eventualità di un nuovo governo che contemplasse anche il suo partito.

Se l’uscita di Silman prelude alla caduta in parlamento dell’oramai ex maggioranza i tempi della crisi sono tuttavia incerti. Al momento la Knesset ha sospeso i lavori per le prossime cinque settimane. L’esecutivo Bennett-Lapid non deve quindi affrontare, da subito, il voto parlamentare sui suoi provvedimenti. Non di meno, se Re Bibi non vuole andare di nuovo alle elezioni, dove rischia di non ottenere quello che va cercando, ossia la sua nuova investitura popolare, deve allora cercare di scomporre completamente l’esecutivo ancora in carica, dando vita ad una maggioranza alternativa nel corso di questa stessa legislatura. Il pallottoliere indica la necessità di almeno sette deputati, che devono quindi defezionare dalle posizioni che a tutt’oggi mantengono. Il ritorno alle urne è plausibile ma rimane un rischio per tutti i competitori. Ai primi di giugno, con una nuova sessione di lavori, si vedrà effettivamente cosa l’attuale fuoriuscita della deputata ha generato: in ipotesi, l’attuale esecutivo potrebbe cercare di ottenere, di volta in volta, almeno un voto dal fronte dell’opposizione per ciascuno dei provvedimenti messi in esame. In tale modo la maggioranza parlamentare si manterrebbe in via di fatto. Ma è un’ipotesi di scuola poiché non è per nulla improbabile che il fragile bricolage si sgretoli, con le dimissioni di altri componenti.

Qualcuno (ad esempio il Jerusalem Post) ipotizza addirittura la sfiducia dell’attuale titolare della Difesa, Benny Gantz, che potrebbe portare il suo partito, Kahol Lavan, con otto seggi a disposizione, a formare una nuova maggioranza con l’antico “nemico” Netanyahu. Il quale, mormorano i bene informati, avrebbe promesso al suo vecchio antagonista (che a suo tempo aveva giurato di non volere scendere a patti con il leader della destra nazionalista) addirittura il premierato. In tutta plausibilità per poterlo cuocere meglio, fermo restando che Gantz guarda con estrema perplessità sia Bennett che Lapid. Quest’ultimo, in base ad un accordo di coalizione, in caso di crisi dell’esecutivo dovrebbe infatti prendere in mano le redini della situazione, per meglio contrastare le mosse del ministro della Difesa, al quale Yesh Atid contende segmenti del medesimo elettorato, al pari dei laburisti. In altre parole, più galli nel medesimo pollaio, a beccare lo stesso mangime. Gantz, per fare il premier accanto a Netanyahu, dovrebbe peraltro adoperarsi nel coalizzare intorno a sé quelle componenti religiose che sono rimaste all’opposizione, sacrificando il sanguigno Avigdor Lieberman, uno dei leader della destra laica e attuale ministro dell’Economia. Sta di fatto che al netto delle ipotesi, più o meno verosimili, il rischio è che già nei due prossimi mesi Israele torni al palo, ovvero alla situazione vissuta tra il 2019 e il 2021, con una costante instabilità dettata dalla presenza di un premier sì in carica ma senza reali poteri.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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