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Cultura
Istanbul ebraica

Dalla sinagoga di Beth Israel, la più attiva e frequentata della città, al Museo degli Ebrei Turchi passando per l’ex Sinagoga dei Sarti

Per trovare la Istanbul ebraica bisogna abbandonare i luoghi più battuti dal turismo e puntare a una città in parte nascosta, in parte da guardare con occhi bene addestrati. Del resto, conoscere una megalopoli di circa 16 milioni di abitanti non sarebbe comunque una impresa da poco. E pretendere di andare a colpo sicuro tra vicoli e vie dove secoli di storia si sono stratificati avrebbe quantomeno del presuntuoso.

Resta il fatto che gli ebrei dell’immensa città sul Bosforo non sono facilissimi da individuare, vuoi perché sono appena 18mila, apparentemente una enormità ma pochissimi se paragonati alla popolazione complessiva, vuoi perché la maggior parte di loro ha abbandonato i luoghi storici in cui la comunità un tempo abitava e, almeno chi poteva permetterselo, si è trasferito nei nuovi quartieri residenziali.

Questa migrazione, avvenuta relativamente di recente, non ha forse comportato la scomparsa di edifici e istituzioni, ma, nel caso almeno delle sinagoghe, la mancanza di fedeli le ha in molti casi portate alla decadenza. Della ventina di luoghi di culto oggi ancora attivi, solo alcuni mantengono la magnificenza delle origini, mentre la consueta discrezione della facciata esterna, cifra spesso forzatamente distintiva dell’architettura religiosa ebraica, sfiora qui il mimetismo urbano.

La caccia ai quartieri ebraici dà comunque la possibilità di conoscere anche alcuni dei distretti più interessanti di Istanbul. Uno di questi è quello di Fatih, nella parte europea della metropoli, al di qua del Bosforo, sulla sinistra del Corno d’Oro, l’insenatura che separa in due l’antica capitale ottomana.

All’interno di questa città nella città, perché in fondo in questo consistono i distretti, si individua la zona di Balat, ampio quartiere storicamente abitato dagli ebrei già in epoca bizantina, ben prima che gli Ottomani prendessero il potere nel 1453. Quelli che sarebbero venuti in seguito erano perlopiù ebrei sefarditi, espulsi nel 1492 da Spagna e Portogallo e, pare, accolti a braccia aperte dal sultano Bayezid II, desideroso di ripopolare il centro del suo Impero. Sempre a questo scopo, subito dopo la conquista gli Ottomani avevano fatto confluire gran parte degli ebrei dell’Asia Minore e di molte comunità in Grecia, Macedonia e Bulgaria, obbligandoli peraltro a pagare ingenti tasse e a non lasciare il territorio salvo uno speciale lasciapassare del governo. A questi si sarebbero aggiunti, anche se in misura minore, gli ebrei ashkenaziti in fuga dalla Baviera o giunti da Germania, Austria e Ungheria, attratti da quanto sentivano raccontare sulla vita felice in Turchia, così vicina, tra l’altro, a Eretz Israel. Il risultato di queste prime migrazioni, volontarie o forzate che fossero, è testimoniato dai registri ottomani, che parlano di una popolazione ebraica che tra gli anni Venti e Quaranta del Cinquecento già superava il dieci per cento di quella complessiva.

La convivenza con i rappresentanti di altre religioni, cristiana e musulmana in particolare, sembrava essere relativamente pacifica, anche se ovviamente non mancavano i dissidi, presenti del resto anche tra gli appartenenti alle diverse congregazioni ebraiche. Difficile da visitare a causa delle sue mille stradine in salita, il quartiere di Balat è tradizionalmente identificato con gli ebrei, anche se già nel Cinquecento solo una minima parte della comunità lo abitava ancora, preferendogli altre zone. Nell’Ottocento, pare fosse considerato un luogo decadente, con le sue costruzioni in legno spesso vittime di incendi.

Questo non toglie nulla al suo fascino, sviluppato com’è su una collina dall’alto della quale si può ammirare il Bosforo e con la presenza di almeno due tra le più significative sinagoghe della città: quella di Ahrida e quella di Yanbol. La prima, in Hekim Çelebi sokak, sarebbe stata fondata da ebrei oriundi della città balcanica di Ohri e attiva dal 1404 (anche se altre fonti parlano del 1470). Distrutta in un incendio nel 1690, fu ricostruita per volere ottomano e riaperta al culto nel maggio del 1694. La sua tevah, sollevata da terra da due gradini, ricorda lo scafo di una nave che, a detta di alcuni storici, rappresenterebbe l’Arca di Noè. Secondo altri richiamerebbe la prima imbarcazione giunta dalla Penisola Iberica dopo l’Editto di espulsione. L’altra sinagoga, quella di Yanbol in Kurku Cesmesi sokak, risale al 1468 e prenderebbe il nome dalla città bulgara di provenienza della sua congregazione originaria, rappresentata anche nei dipinti sulla cupola interna. 

Passando sull’altra sponda del Corno d’Oro, si può visitare Hasköy, altro sobborgo storicamente legato alla presenza ebraica di Istanbul. Più amato dalle classi alte rispetto a Balat, anche questo quartiere necessita di buone gambe e di ottimo senso dell’orientamento. Sviluppato a sua volta su una collina, risalendo la quale verso nord si incontra uno dei più grandi cimiteri ebraici della città, era un tempo un villaggio imperiale, cioè comprendeva padiglioni e giardini occupati dal sultano e dalla sua corte. Abitato fin dal XV e il XVI secolo da armeni e greci oltre che da ebrei, vedeva questi ultimi impegnati nell’insegnamento, nella medicina e nella stampa, tanto che qui furono allestite le prime tipografie ebraiche.

Anche se snaturato dalla ricostruzione di gran parte delle case e dalla deviazione delle strade principali, questo quartiere conserva ancora qualche indirizzo da segnalare. I più importanti corrispondono a due sinagoghe. La prima si trova in Harap Cesme sokak ed è stata costruita nel 1754. Recentemente restaurato dopo anni di abbandono, la Sinagoga di Maalem sorge in un cortile protetto da un alto muro. Dal portico fiancheggiato da due colonne di marmo, si apre su un ampio salone quasi quadrato con sei pilastri. La tevah sta al centro della stanza e ha la forma di una nave, come nella Sinagoga di Ahrida. Sotto una cupoletta con decorazioni floreali, si trova l’aron, le cui porte in legno presentano modanature riccamente dorate.

L’altro luogo di preghiera appartiene alla setta dissidente dei Caraiti e si trova in Mahlul sokak 3. Secondo la tradizione, qui sarebbe esistito un tempio fin dall’epoca bizantina, mentre l’attuale edificio in legno, nascosto dietro a un muro di mattoni, sarebbe stato ricostruito nel Settecento dopo un incendio che aveva devastato la struttura originaria.

Chi desidera immergersi in un’atmosfera relativamente più turistica può restare su questo lato dell’estuario, ma scendere verso il quartiere di Beyoglu, fino al nucleo storico di Galata, nota anche come Pera. Indicata come la “città europea”, questa zona di Istanbul è stata in effetti fortemente segnata dalla presenza degli occidentali, qui attratti dalle agevolazioni offerte dal Sultano a chiunque facesse affari con l’Impero. A questi popoli a caccia di fortuna si erano uniti anche greci, armeni ed ebrei, diventando nella seconda metà dell’Ottocento la sede di ambasciate come di commercianti di vino, di teatri e hotel di lusso come di istituzioni educative in stile occidentale. Centro intellettuale, politico e diplomatico della capitale ottomana, negli ultimi decenni dell’Impero era diventato il quartiere residenziale preferito dagli ebrei d’élite aperti alle idee e ai modelli dell’Occidente.

Oggi, lasciandosi alle spalle il Bosforo e puntando verso l’imponente Torre di Galata, costruita dai coloni genovesi nel 1348 a scopi difensivi, si risale l’ennesima strada in salita a caccia di indizi. Che qui non si fanno attendere. Non troppo lontano dall’alta fortificazione medievale, si trova infatti la Sinagoga Neve Shalom (www.nevesalom.org/neveshalomEng.html), la più grande ancora attiva della città nonché sede, dal 2015, del Museo degli Ebrei Turchi. Sempre in queste vie si può intuire anche la facciata, nascosta in un piccolo cortile, della Sinagoga Italiana e scorgere quella della Sinagoga Ashkenazita, posta al centro della grande via che collega Pera alla parte bassa dei quartieri di Galata, vicino al Bosforo.

Un tempo sede di importanti banche, questo era stato anche il quartiere del finanziere e filantropo ebreo Abraham Salomon Camondo, appartenente a una delle famiglie più in vista della città. Originari della Spagna, i Camondo si erano istallati a Istanbul nel 1798 dopo aver vissuto a Venezia, primeggiando negli affari finanziari e fondando una loro banca nel 1802. Ormai estinta, la famiglia ha lasciato importanti testimonianze proprio nel quartiere di Galata, con due palazzi, uno in  Serdar Ekrem, vicino alla Torre,  costruito tra il 1861 e il 1868, e un altro all’angolo tra Felek sokak e Haci Ali sokak, costruito nel 1881. A questi va aggiunto il monumentale Palazzo Camondo sul mare, edificato sulla costa settentrionale del Corno d’Oro e oggi quartier generale della Marina Turca, ma soprattutto il più riconoscibile tra i monumenti del quartiere, la Scalinata Comondo, fotografatissima scala pedonale dallo stile Neobarocco e Art Nouveau che collega Bankalar Caddesi con Banker sokak.

Sempre a Galata, negli spazi di un’altra ex sinagoga, detta Schneidertempel, ossia dei sarti, è stato allestito un interessante centro d’arte. Nata come galleria specializzata in vignette e illustrazioni, questa bellissima struttura perfettamente restaurata rappresenta secondo alcuni la risposta ashkenazita al museo sefardita creato presso la Sinagoga Neve Shalom dalla Fondazione del Cinquecentenario. Si tratta in realtà di due centri molto diversi e in parte complementari. Quest’ultimo, più istituzionale, ripercorre con oggetti, foto, documenti e istallazioni video la storia degli ebrei in Anatolia fin dal IV secolo a.C., mettendo in evidenza i legami di collaborazione e di amicizia con le istituzioni ottomane e turche senza però nascondere i momenti meno felici. L’ex Sinagoga dei Sarti ha invece più le sembianze di un museo vivente, incentrato sulle vicende della minoranza ashkenazita in terra ottomana.

Sempre seguendo gli spostamenti che nel corso dei secoli hanno coinvolto i diversi gruppi ebraici da una parte all’altra di questa immensa città, ci si può spostare anche nelle zone residenziali di Nisantasi e Sisli. Qui, nel quartiere di Ortaköy, sulle colline e oltre si estendono i nuovi eleganti quartieri di Istanbul. Sin dal periodo tra le due guerre, e soprattutto negli ultimi decenni, questo è il luogo in cui si sono stabilite molte famiglie di ebrei benestanti, che ne hanno preferito gli spaziosi viali alle strette vie del centro storico. Tra i luoghi di culto, vale la pena fare una visita, se non altro per la posizione vicino al Bosforo, alla Sinagoga Etz Ahayim, in Muallim Naci caddesi 40/1. Più all’interno, in Efe sokak 4, si trova invece la sinagoga Beth Israel, la più attiva e frequentata di Istanbul. Sempre in zona, risalendo la via che porta al piccolo cimitero ebraico ottocentesco ormai abbandonato, non si possono ignorare le diciotto particolarissime casette ebraiche in legno che costeggiano la strada.

Per finire, sarebbe un vero peccato non approfittare di trovarsi in questa città a cavallo tra due continenti per fare un salto, quasi letteralmente, in Asia. E trovare anche qui, attraversato uno dei tre ponti sul Bosforo, una importante presenza ebraica. Si tratta della comunità insediatasi a Kuzgunçuk, poco a nord di Üsküdar, un’oasi tranquilla dove si respira l’aria di un villaggio e dove gli ebrei sono presenti da circa 400 anni. Oltre alle belle sinagoghe Beth Yaakov e Beth Nissim, non troppo distanti l’una dall’altra e separate della via principale Icadiye Street, non si può mancare una visita anche al cimitero Nakas Tepe. Con le sue belle lapidi risalenti al XVI e XVII secolo, questo è stato per secoli il luogo di sepoltura per tantissimi ebrei che, anche quando non avevano vissuto a Istanbul, chiedevano di poter essere comunque seppelliti qui. Sul suolo asiatico e quindi più vicini alla Terra Santa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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