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Jewish Life Photo Bank: rappresentare l’ortodossia dal punto di vista femminile

Il primo archivio di foto online dedicato alle donne ebree ortodosse

Da una parte, le immagini di donna vengono deturpate o eliminate dalle fotografie della comunità ortodossa. Dall’altra, chi vuole raffigurarne le rappresentanti non sa a chi rivolgersi, perché di queste donne non vi è traccia. O, almeno, non ce n’era fino a qualche mese fa.
Stiamo parlando di normalissime figure femminili in un mondo che ritiene che questi volti e questi corpi siano inappropriati.
Ora qualcosa sta cambiando e il merito è di Chochmat Nashim, associazione israeliana di ebree ortodosse convinte che “l’ebraismo è migliore quando le donne vengono ascoltate”. Nata per difendere i diritti delle donne dall’estremismo religioso in Israele e negli Stati Uniti, l’organizzazione ha recentemente creato la prima banca di foto di donne ortodosse, la Jewish Life Photo Bank. Come si legge sulla sua pagina di presentazione, si tratta del “primo sito di foto d’archivio con immagini di alta qualità che mettano in risalto donne e ragazze ortodosse da utilizzare nei media, nel mondo degli affari e del no profit“.
Il problema andava affrontato su due fronti. Il primo è quello segnalato più volte da Times of Israel, quando racconta di come sui muri della Città Vecchia di Gerusalemme i volti delle donne vengano regolarmente deturpati. Si va da quello della sopravvissuta all’Olocausto Peggy Parnass, esposto fuori dal municipio e per cinque volte imbrattato con la vernice spray, a quelli di politiche, sportive, musiciste o semplici modelle. L’attacco non viene dall’esterno e non ha origini antisemite, bensì è antifemminista e arriva dall’interno, da estremisti ultra ortodossi.
Sono esempi di esasperazione del principio di modestia già individuato da tempo anche in ambito editoriale. È il caso dell’Ikea, che nel 2017 aveva presentato una versione del proprio catalogo rivolta agli haredim rigorosamente privo di immagini femminili (oltre che con una scelta di mobili e accessori funzionali alla vita di una famiglia religiosa). O di quel giornale ultra ortodosso che aveva eliminato Angela Merkel da una fotografia del 2015 in cui compariva accanto ad altri leader politici. O, ancora, di quelle riviste di moda rivolte a ebree osservanti in cui gli abiti femminili sono però indossati da manichini.
Per quanto non esistano proibizioni riguardo alla rappresentazione femminile rispettosa delle regole della modestia, l’eliminazione della donna pare sia una tendenza sempre più forte all’interno del mondo ortodosso. E questo anche a causa di un altro problema. Per il fatto cioè che le immagini di donne e famiglie ortodosse siano ormai difficilissime da individuare. Così che, quando si cercano foto dei rappresentanti della comunità, si trovano solo quelle degli uomini, come se le loro figlie, madri e compagne non esistessero proprio.
Uno stato di cose che, come ha dichiarato a Jerusalem Post Shoshanna Keats Jaskoll, co-fondatrice di Chochmat Nashim, “danneggia la salute delle donne, la posizione finanziaria e la considerazione delle donne nelle politiche all’interno della vita ebraica”. Per scardinarlo, l’associazione israeliana ha organizzato negli scorsi mesi una serie di servizi fotografici per offrire una rappresentazione positiva della comunità ebraica, con donne attive nella vita sociale, religiosa, familiare e lavorativa. Come si legge sul sito della banca fotografica, “oltre 200 persone hanno offerto volontariamente il loro tempo per posare e il loro talento per realizzare queste immagini, altre hanno donato le proprie foto perché potessero essere usate”. Secondo Yona Openden, coordinatrice di due degli shooting per la Photo Bank tenutisi a Baltimora, l’opposizione alle fotografie di donne e ragazze deriverebbe da una falsa comprensione delle leggi di tzniut, o modestia. «Diciamo sempre che un’immagine parla più di mille parole. Mi chiedo quante migliaia di parole scompaiano quando le donne vengono escluse», ha dichiarato la Openden a Times of Israel«Capisco la decisione personale di non essere fotografata, ma quella decisione non dovrebbe e non può derivare da una falsa comprensione di tzniut. I nostri volti e le nostre immagini non sono intrinsecamente non tzniut ».
Questa malintesa lettura della modestia, partita dai circoli religiosi più estremi, nel corso del tempo è diventata una norma. Al punto che non solo le aziende e le pubblicazioni ortodosse hanno, come si è visto, smesso di mostrare foto di donne, ma persino una ricerca su Google offre oggi ben poche speranze di trovare rappresentata una ebrea ortodossa, almeno al di là dei cliché e dei feticci.
Lanciata la scorsa estate, la Jewish Life Photo Bank ha raccolto al momento oltre settecento immagini di donne osservanti di tutte le età: da sole, in compagnia di amiche, della famiglia o impegnate sul luogo di lavoro. Tutte ebree ortodosse, le modelle hanno simulato scene di vita quotidiana, dalla lettura di un libro ai propri figli, al lavoro al computer, all’impegno sportivo o, come Chana Bernstein Arnold, l’impegno in cucina. «Non ci sono molte foto che mostrano uomini e donne che cucinano insieme. Di solito è la donna che cucina e l’uomo è in giro. Quindi ho pensato che l’arte dovesse imitare la vita e ho portato con me mio marito», ha dichiarato la donna, che con il compagno ha trascorso così una mattinata a fingere di cucinare in coppia, proprio per mostrare le donne ortodosse occupate anche in ruoli meno convenzionali.
Suddivise per categorie che vanno dalla cucina alla bellezza, dalla diversità e inclusione alle festività religiose, dal lavoro alla preghiera, le foto dell’archivio sono disponibili per l’acquisto singolo o con la formula dell’abbonamento mensile.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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