Cultura
La caduta del muro di Berlino e i diritti umani. La parola a Marcello Flores

Intervista allo storico e direttore del master sui diritti umani dell’Università di Siena

Quello che è accaduto il 9 novembre 1989 con la caduta del muro di Berlino ha a che fare molto strettamente con l’affermazione dei diritti umani nel Vecchio Continente. I movimenti che hanno spinto su quella barriera di cemento a divisione dell’Europa parlavano infatti di verità e diritti dell’uomo, un binomio che ha favorito, insieme al muro, il crollo del comunismo. Ma la questione è davvero risolta all’interno dei Paesi dell’Unione Europea? Ne parliamo con Marcello Flores, storico e direttore del Master europeo in “Human Rights and Genocide Studies” all’Università di Siena.

“Il ruolo che i diritti umani hanno avuto nella caduta del muro è stato molto esplicito. In Cecoslovacchia, con Charta 77 Vaclav Havel mette a punto la prima organizzazione per i diritti umani. Quel documento criticava il governo per non aver rispettato gli impegni presi in materia di diritti umani, tra cui la Costituzione dello Stato, l’atto finale della conferenza di Helsinki del 75 sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa e gli accordi delle Nazioni Unite sui diritti politici, civili, economici e culturali. Havel poi diventa il primo presidente della repubblica libera, ma non punta a una riforma del socialismo o al capitalismo, bensì al binomio tra dirittti umani e verità, esattamente la spinta che favorisce la caduta del muro di Berlino. In Polonia, con Solidarność si assiste a una nuova attenzione alla difesa e alla dignità e ai diritti che si esprime con grande forza negli anni ’80, dopo il congresso di Helsinki. Questo quadro mostra come l’organizzazione per i diritti umani a Est si sia saldata ai movimenti di opposizione e la caduta del muro sia stata anche una vittoria della cultura dei diritti. Immediatamente dopo al crollo, c’è un’attenzione particolare a far entrare da quella parte del mondo i diritti umani, fino a quel momento assenti. Non accade ovunque: la Romania di Ceausescu è quanto di più lontano esista da questa cultura. La Germania è forse il luogo che risente di un impatto minore, grazie alla forte presenza della cultura protestante, che porta con sé una cultura dei diritti. Dopo la caduta del muro, in ogni caso, la Germania è impegnata a risolvere il problema della riunificazione e la questione dei diritti umani passa in secondo piano, penalizzata anche dal fatto che nella Germania Est mancava una tradizione sul tema”.

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A trent’anni da quei fatti, qual è la fotografia attuale della cultura dei diritti in Europa?

“La spinta all’affermazione dei diritti umani radicata nelle minoranze scompare presto perché sembra più importante adeguarsi allo stato di diritto occidentale. Ci sono stati dei passi avanti sicuramente con l’introduzione formale di leggi ben fatte, ma che non sono state sufficienti. Per esempio le leggi che riguardano i Rom in Romania sono molto avanzate ma solo in minima parte consentono di difenderne i diritti. Al di là dei casi specifici però, l’adesione formale alle leggi fa perdere la spinta a combattere per i diritti, contro l’autoritarismo. Forse è anche vero che queste battaglie avrebbero bisogno, oggi, di un nuovo salto di qualità. Attualmente nel mondo globalizzato siamo davanti a un conflitto tra due diritti fondamentali, lavoro e salute, e siamo chiamati a scegliere uno dei due: non esiste un meccanismo capace di salvare entrambi”.

Che cosa fanno e che cosa dovrebbero fare le istituzioni europee?

“L’Europa è paurosamente silente, dalla sua costituzione non si è più occupata di diritti umani. La cultura dei diritti si è sicuramente affievolita, è stata legittimata dalle leggi ma non è riuscita a penetrare in profondità nel tessuto sociale. Anche se è vero che in alcuni stati porta a conflitti interni importanti, come per esempio in Polonia, dove c’è una lista sovranista ma l’altra metà della popolazione continua a lottare con una vitalità che nel passato comunista non sarebbe stata possibile. Quanto alle istituzioni, non esiste un Alto Commissariato per i Diritti Umani in Europa. I Paesi dell’Unione sono convinti che al loro interno quella dei diritti umani sia una questione risolta, che esistano alcune violazioni ma che non costituiscano un reale problema. Invece ci ritroviamo quotidianamente ad affrontare violazioni dirette dei diritti umani a cominciare dalle condizioni nelle carceri, per arrivare alla spinosa questione migranti. E poi c’è la Turchia. Se non esiste un’identità culturale in ambito di difesa dei diritti umani prevale la real politik”.

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Cosa intende per identità culturale in questo caso?

“La necessità di difendere i propri capisaldi, quelli della propria tradizione, dal 1700 fino al 1948, senza pensare che sia sufficiente affidarsi alle leggi, ma facendosi garanti di quei valori per evitare altre violazioni. La grande novità espressa nella dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 era proprio quella di non riferirsi più ai cittadini, bensì alle persone. Sono i diritti delle persone ad avere valore universale. E questo viene messo in discussione quotidianamente quando si tratta di migranti, a cominciare dal diritto alla salute e all’educazione”.

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Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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