L'agenda di Joi
Hebraica
La colpa di Mosè

Dal mondo dei miracoli a quello degli uomini: analisi dell’inadeguatezza del leader

Tra le vicende vissute dal popolo di Israele durante la quarantennale permanenza nel deserto raccontata nel libro Bemidbar/Numeri, ce n’è una che da sempre i commentatori affrontano con timore e perplessità. Siamo a Qadesh, nel deserto di Tsin, poco dopo la morte di Miriam quando il popolo si rivolge a Mosè e Aronne lamentando di essere stato condotto in un luogo arido e sterile, dove non c’è neppure acqua da bere. Nel racconto della Torà il Signore dice a Mosè di prendere la verga e parlare alla roccia davanti agli occhi del popolo affinché da quella scaturisca acqua e ciascuno, uomo e animale, possa dissetarsi. Mosè allora raduna il popolo, impugna la verga e colpisce la roccia due volte. Dalla roccia zampilla una sorgente che placa la sete degli uomini e del bestiame. Ma il Signore torna a rivolgersi a Mosè e Aronne: poiché non avete avuto fiducia in me santificandomi di fronte agli occhi dei figli di Israele, dice loro, non condurrete il popolo nella terra che ho deciso di dargli.

Di tutte le spiegazioni date di questo passo – del comportamento di Mosè e della severità della punizione inflitta a lui e ad Aronne dal Signore – è significativa quella del rabbino spagnolo del Quattrocento Isaac Arama, secondo cui, semplicemente, nessuna delle spiegazioni è soddisfacente. Ironia a parte, l’interpretazione ancora oggi più diffusa dell’episodio è quella che risale al commento di Rashi, secondo cui la colpa di Mosè sta nel colpire la roccia invece di rivolgerle parole. Nonostante l’autorevolezza di Rashi, però, a molti questa lettura è sembrata e sembra non risolvere alcuni problemi. Innanzitutto, se la colpa di Mosè è colpire la roccia invece di parlarle, perché il testo non lo dice chiaramente? Perché il Signore rimprovera a Mosè di non aver santificato il suo nome di fronte ai figli di Israele? Inoltre, come ha notato Maimonide, anche far scaturire acqua da una roccia colpendola con un bastone invece che tramite parole è un miracolo, non meno incredibile di quello che il Signore avrebbe voluto. Come si spiega la punizione, che tra l’altro unisce a Mosè anche il fratello Aronne? Numerosi interpreti sottolineano che la colpa di Mosè viene punita con severità perché da un leader è giusto attendersi una maggiore responsabilità, e da un grande leader la responsabilità massima. Altri suggeriscono che la punizione subita da Mosè sia utile a mostrare una volta di più la grandezza del condottiero autentico, che si prodiga nel guidare il popolo anche quando sa che personalmente non entrerà in Terra di Israele.

C’è però un altro aspetto, notato da molti commentatori, che complica ulteriormente le cose. Nel libro di Shemot/Esodo (17) compare un passo molto simile, una sorta di duplicato dell’episodio di Bemidbar 20. Il problema è che si tratta di un duplicato imperfetto, perché in Shemot è il Signore stesso a dire a Mosè di andare di fonte al popolo, accompagnato dagli anziani di Israele, impugnare la verga e con quella colpire la roccia del monte Chorev, da cui uscirà acqua in abbondanza. Così fa Mosè, conclude il passo, in presenza degli anziani. Colpire la roccia è dunque il modo giusto oppure no per compiere il miracolo? Tra i due racconti esistono alcune differenze tra cui la più importante riguarda la platea di fronte a cui il miracolo si compie. In Shemot l’azione avviene di fronte agli anziani di Israele sul monte Chorev, lontano dall’accampamento. In Bemidbar, al contrario, la scena si svolge davanti agli occhi del popolo riunito. Non dobbiamo dimenticare che i due episodi avvengono in momenti diversi della permanenza nel deserto. Il primo, raccontato in Shemot, si svolge immediatamente dopo l’esodo dall’Egitto, in seguito al miracoloso passaggio del mar Rosso. Il secondo avviene invece trentanove anni più tardi, quando la generazione dei profughi dall’Egitto è ormai stata sostituita da nuove generazioni di nati nel deserto.

Nell’Ottocento rav Naftali Zvi Yehudà Berlin (Neziv) ha sottolineato la natura di libro di transizione di Bemidbar, che segue i percorsi del popolo durante quarant’anni nel deserto che cominciano con la generazione degli schiavi fuggiaschi e terminano con la generazione in grado di entrare nella Terra di Israele. Per il gruppo degli esuli egiziani in cerca di una identità il divino gioca un ruolo attivo con i suoi miracoli dall’apertura del mare al sostentamento con manna, quaglie e acqua agli eventi prodigiosi del monte Sinai; per il popolo che si appresta a uscire dal deserto superando il fiume Giordano invece la presenza divina esplicita comincia a diminuire: non viene meno del tutto, ma perde il carattere di dimensione quotidiana. In altre parole, non è più il Signore a prendersi cura di tutte le esigenze delle nuove generazioni dei figli di Israele. Le sezioni di Bemidbar che precedono la parashà di Chukkat, in cui avviene l’episodio della roccia, raccontano le rivolte della generazione che aveva lasciato l’Egitto durante il secondo anno dall’esodo. C’è poi uno stacco, e con Chukkat ci ritroviamo trentotto anni dopo, quando coloro che uscirono dall’Egitto e si ribellarono a Mosè sono ormai scomparsi. Il popolo adesso è composto da nuove generazioni che non hanno vissuto la schiavitù e in gran parte non hanno visto i miracoli dell’esodo e del monte Sinai. A questo punto, in un contesto mutato, il primo episodio che la Torà racconta è quello di Mosè che colpisce la roccia e viene punito. Il popolo, prima ancora di chiedere acqua, mette in discussione l’intero progetto di cui Mosè è stato guida: “Magari fossimo morti […] Perché avete condotto il popolo del Signore in questo deserto per morirvi noi e il nostro bestiame? Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per portarci in questo luogo triste, un luogo che non è da seminare, da uva, fichi e melagrane e dove non c’è acqua da bere?” A questo punto Mosè colpisce la roccia di fronte agli occhi di tutti.

Secondo il rabbino americano Nathanel Helfgot, allievo di rav Aharon Lichtenstein, la colpa più grande di Mosè non è di avere disobbedito a Dio, ma di avere fallito come leader. Colpire la roccia invece di parlare è da parte sua un modo per reagire alla crisi nello stesso modo in cui aveva reagito alle crisi di trentotto anni prima. Ma adesso, di fronte a nuove generazioni, anche la risposta deve essere nuova. Mosè, il più grande dei profeti secondo la tradizione, non è stato in grado di capirlo e perciò non potrà condurre il popolo nella Terra di Israele. Il comportamento di Mosè non è dunque da interpretare come sbagliato in sé, ma in relazione alle circostanze. Analogamente, la decisione divina di non concedergli l’ingresso nella Terra non sarebbe una punizione ma la risposta a condizioni e esigenze diverse. Perché una pagina nuova si apra, un’altra deve chiudersi.

Durante gli anni nel deserto il popolo di Israele è stato in rapporto diretto con Dio, che ha provveduto alle sue esigenze attraverso il costante ricorso al miracolo, che infrange le norme della convivenza ordinaria tra uomini. Adesso occorre passare dal mondo dei miracoli a quello degli uomini. Nel passo di Shemot la roccia è passiva e Mosè che la colpisce e fa uscire acqua è agente attivo. In Bemidbar invece il Signore indica a Mosè che la roccia, alle sue parole, darà acqua, sarà quindi la natura a seguire la volontà di Dio, senza più necessità di continui miracoli e di un rapporto di dipendenza in cui il popolo rappresenta la parte debole. Scrive Naftali Silberberg sul sito chabad.org che Mosè è semplicemente troppo grande per portare a compimento un viaggio – un progetto – che ora deve essere innanzitutto umano. Secondo Silberberg l’episodio contiene un insegnamento che ha a che fare con il percorso di ciascuno di noi. Cominciamo a praticare le mitzvot “colpendo la roccia”, cioè senza capire, soltanto perché sentiamo, cioè sappiamo intimamente, di doverlo fare. Questo è il primo passo, non la destinazione, perché dopo la pratica insipiente – come direbbe il filosofo cristiano Pascal – occorre imparare a “parlare alla roccia”, cioè studiare per provare a capire. Così, conclude Silberberg, siamo pronti a entrare nella Terra di Israele.

Elia Kopciowski, rabbino capo di Milano negli anni settanta, nel volume Invito alla lettura della Torà (Giuntina), commentando la parashà di Chukkat fa riferimento a un midrash che interpreta la roccia in modo simbolico, non solo una pietra dunque ma il cuore e l’animo umani, “duri come una pietra”. L’acqua invece nella tradizione ebraica è la Torà, mayim chayim, acqua vitale che sostiene e ristora Israele. Non bisogna colpire l’animo umano ma convincerlo con parole, se si vuole che ne sgorghi acqua di vita.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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