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Rassegna Nuovo Cinema Ebraico e Israeliano
La famiglia Ovazza: com’era la vita prima delle leggi razziali nazifasciste

Il prezioso documento, un montaggio di filmati realizzati tra il 1930 e il 1936 dal banchiere ebreo torinese Vittorio Ovazza, verrà proiettato ll 22 novembre alle 19 presso la Cineteca Meet di Milano

Bambini che corrono in bicicletta, le loro mamme, belle ed eleganti, che conversano poco lontano, sorridendo. E poi scene di festa, di viaggi, di vacanze al mare e in montagna. Sono solo alcuni fermo immagine del film La famiglia Ovazza che sarà proiettato lunedì alle 19 alla Cineteca Meet di Milano. la pellicola fa parte del progetto Mi Ricordo. La comunità ebraica nel film di famiglia nato dalla collaborazione tra il Cdec e l’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea, il prezioso documento è un montaggio di filmati realizzati tra il 1930 e il 1936 dal banchiere ebreo torinese Vittorio Ovazza ed è il frutto della collaborazione tra uno dei suoi nipoti, il professor Giorgio Barba Navaretti, e l’Archivio di Ivrea. La responsabile del lavoro di raccolta, digitalizzazione e conservazione, la dottoressa Elena Testa, che sarà presente alla proiezione con il discendente della famiglia torinese, racconta come è nato questo importante progetto.

«Come parte della Cineteca Nazionale, nell’ambito non theatrical, siano nati per occuparci del cinema di impresa, ossia di quella mole immensa di materiale istituzionale girato dalle aziende sulle aziende. Siamo partiti da Ivrea per passare poi ad altre città centro di impresa. Allargando il campo, ci siamo quindi rivolti alle comunità religiose, inizialmente la Valdese, poi quella Ebraica, ma sempre affidandoci ai girati istituzionali». Si trattava quindi ancora di materiale ufficiale… «Sì, sono filmati che rappresentano quello che l’azienda o la comunità vogliono dire di sé, il modo in cui ci si presenta al mondo. Presto però ci siamo accorti che mancava qualcosa, che non c’erano le persone. Nel caso dei filmati aziendali non si vedeva quello che accadeva al di la dei cancelli, all’interno delle case, durante i momenti di svago, dove la gente si rappresentava al meglio di sé, un po’ come fa oggi nei selfie».

Nell’intento di costruire una storia del Novecento attraverso il cinema, l’Archivio si è rivolto così anche ai privati, chiedendo loro se possedessero filmati che, per quanto amatoriali, potessero contribuire a comporre questo mosaico. «È stata ed è un’operazione entusiasmante e a tratti anche sconvolgente» racconta la dottoressa Testa «Seguire la vita delle persone
attraverso gli anni, vederli bambini e poi adulti, genitori a loro volta, seguendone i passaggi chiave dell’esistenza, ti lega a loro in maniera viscerale, non puoi non affezionarti».

E di storie a cui legarsi ormai l’archivio è davvero zeppo, con migliaia di filmati in parte consultabili sul canale YouTube dedicato. «Al momento i video di impresa sono circa 82mila, con circa 4.500 filmati istituzionali delle comunità religiose. Il fondo dei film di famiglia comprende circa 10mila opere, di cui circa 900 provenienti da famiglie ebraiche. Molte di queste ultime sono giunte a noi grazie alla collaborazione con il Cdec che due anni fa, con Mi Ricordo, ha lanciato una Campagna nazionale di raccolta di film di famiglia della comunità Ebraica. Si tratta in generale di un universo davvero variegato, dove alle opere più ricercate e sperimentali si affiancano altre molto amatoriali, girate in 9 o 8 millimetri. Gran parte del materiale risale a dopo gli anni Cinquanta, quando le telecamere hanno iniziato a entrare nelle case ma ancora pochi sapevano come utilizzarle e magari inquadravano per un tempo interminabile lo stesso soggetto… ».

Anche per questo motivo, il film di Vittorio Ovazza costituisce una preziosa eccezione. Sia per l’epoca in cui sono stati girati i video, sia per loro qualità, essendo filmati in 16 millimetri. Ma la questione tecnica non è la prima a colpire lo spettatore, che non può fare a meno di confrontare queste immagini di gioia, di vita serena e spensierata, con quelle, drammaticamente impresse nella mente, del dramma che si consumerà di lì a poco. Si può in parte capire, dunque, quello che ha provato il nipote di Vittorio Ovazza, al momento della scoperta di questi filmati. «Avevo sempre saputo dell’esistenza di queste pellicole – racconta Barba Navaretti – ma non me ne ero mai realmente occupato. Poi un giorno, in un cassetto della casa di famiglia, ho finalmente trovato le bobine. Ho letto le etichette, che indicavano date, luoghi e ricorrenze: Rosh Hashanah 1935, Libia 1934…». Al ritrovamento è seguito il contatto con l’Archivio di Ivrea, che con il fondo Di Segni, raccolto da Claudio Dalla Seta, aveva già lavorato a un preziosissimo materiale, risalente agli anni Venti, sulla vita di una importante famiglia ebraica.

Alla digitalizzazione curata dall’Archivio di Ivrea è seguito il montaggio, al quale ha contribuito il Centro Primo Levi di New York, dove tra l’altro Barba Navaretti ha partecipato anni fa alla presentazione dell’opera insieme al fratello Alain Elkann. Tornando al ritrovamento dei girati, i sentimenti provati dal discendente della famiglia di banchieri torinesi sono quelli di chiunque si trovi oggi a guardare il film. Ma l’intensità è centuplicata. «Quando li ho visti l’emozione è stata fortissima. Per diversi motivi. Da una parte assistevo per la prima volta a scene di vita che fino a quel momento avevo potuto soltanto immaginare. Ho assistito alla quotidianità dei miei nonni e zii, scene che ovviamente non avevo mai visto dal vivo. Mi ha colpito ritrovare persone di cui mi avevano parlato ma che perlopiù non ero riuscito a conoscere perché ormai morte. Dall’altra, intensissimo, c’era lo strazio di sapere che tutta quella gioia, quei sorrisi, quella bellezza di lì a poco sarebbero finiti. Avere la prova di come vivessero serenamente prima del 1938, vedere i bambini che giocano in giardino e sapere che alcuni di loro sarebbero stati deportati, altri fucilati… ».

Se infatti dopo le leggi razziali parte della famiglia degli Ovazza si salverà, rifugiandosi in Uruguay, come il fratello maggiore Alfredo, o a New York, come il minore Vittorio, la famiglia di Ettore non avrà invece scampo. Legato al regime fascista e illuso che nulla sarebbe capitato a lui e ai suoi cari, l’uomo si rifiutò di lasciare l’Italia, trascinando nella sua folle ingenuità anche la moglie e i figli, che finiranno fucilati con lui sul Lago Maggiore nell’ottobre del 1943. «In alcuni casi, per riconoscere i diversi parenti – prosegue Barba Navaretti – con mio fratello e mio cugino abbiamo lavorato confrontando i filmati con le foto di famiglia, in altri invece i volti erano maggiormente identificabili. Contiamo comunque di inserire in futuro dei commenti per spiegare, immagine dopo immagine, chi ne siano i protagonisti».

Come ci racconta anche Elena Testa, i filmati nascevano infatti muti e venivano presumibilmente commentati dal vivo dai diretti interessati nelle riunioni di famiglia. Oggi il montaggio comprende una colonna sonora che è comunque opera degli Ovazza, come precisa il nipote: «Le musiche che si sentono sono state composte dallo stesso Vittorio. Si tratta di una romanza d’amore, il testo è di Ettore. Avevamo gli spartiti e abbiamo pensato di farla eseguire e inserire così nel film».

Parlando di altri progetti legati alla famiglia Ovazza, il nipote ha particolarmente a cuore le ricerche da lui svolte presso gli archivi della Banca d’Italia. Dai documenti ufficiali qui conservati emerge il brusco cambio di atteggiamento nei confronti della Banca Ovazza, fondata a Torino nel 1866 dal nonno di Vittorio, Vitta, e che la famiglia sarà costretta a vendere dopo il 1938. «Prima, si parlava di un istituto solido, esaltando l’onestà e l’affidabilità dei suoi proprietari. Poi, ecco che nei libri della Banca d’Italia tutto cambia radicalmente, e quella stessa famiglia non è più composta da bravi professionisti ma solo da “cittadini di razza ebraica”

Lunedì 22 novembre alle 19 presso, la Cineteca Meet di Milano, Daniela Scala (Fondazione CDEC) e Elena Testa (CSC) insieme a Giorgio Barba Navaretti racconteranno il progetto di raccolta di home movie nella comunità ebraica in Italia

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Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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